Istria, mosaico storico culturale e di civiltà

In occasione dei 20 anni di attività del Centro Italiano «Carlo Combi» abbiamo incontrato il direttore Kristjan Knez anche per affrontare altri argomenti di stretta attualità

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Istria, mosaico storico culturale e di civiltà
Ezio Giuricin, Roberta Vincoletto, Kristjan Knez, Rino Cigui e Dean Krmac. Foto AIA

Il Centro Italiano di Promozione, Cultura, Formazione e Sviluppo “Carlo Combi” di Capodistria fondato dalla CAN Costiera, con il sostegno finanziario del Ministero della Cultura, per dare organicità e rilevanza strategica alle attività e alle iniziative culturali della CNI in Slovenia, ha celebrato i vent’anni di vita. Di questo e altri argomenti abbiamo parlato con il direttore Kristjan Knez, storico e presidente anche della Società di studi storici e geografici di Pirano e del sodalizio “Giuseppe Tartini”.

Qual è il risultato più significativo raggiunto in questi anni dal Centro “Combi” e quali le prospettive future?

“Nonostante l’organico ridotto e le risorse talvolta irrisorie, siamo riusciti a proporre dei contenuti articolati e validi, colmando anche certe lacune o trattando argomenti che altre istituzioni non hanno mai affrontato. Evidenzierei il fatto che cerchiamo di offrire contenuti anche ai ragazzi delle nostre scuole medie superiori e delle elementari. Purtroppo, dal periodo post-pandemia, complice anche l’aumento dei prezzi, certe attività non sono più possibili, questo ci dispiace. Cerchiamo di realizzare degli eventi o dei contenuti anche aderendo ad altri bandi, ad esempio quello della Regione del Veneto, che ci ha permesso proprio lo scorso anno di realizzare la mostra documentaria su San Nazario e Capodistria.

Abbiamo coinvolto un partenariato molto largo e proprio questa mostra attualmente è stata portata a Mestre, al Liceo Franchetti. Questo dovrebbe rappresentare la prassi un po’ per tutte le istituzioni, è importante fare rete e lavorare in sinergia. Per il futuro dipenderà ovviamente dalle risorse, confidando possibilmente in un organico un po’ rimpolpato. Idee ne abbiamo molte e abbiamo soprattutto un grande patrimonio che va studiato e presentato, con una buona opera di divulgazione”.

Un grande anniversario celebrato quest’anno è il 500esimo della Carta dell’Istria di Pietro Coppo. Che importanza riveste?

“Non siamo stati i primi a ricordare quest’opera, però ci è sembrato giusto focalizzare l’attenzione su questo anniversario tondo. Parliamo della prima carta a stampa raffigurante la penisola istriana, è firmata, ha una precisa data di realizzazione e si conserva in loco. Ci è sembrato opportuno ricordare la Carta e il suo autore con una mostra e un convegno, com’è importante anche ricordare altri grandi nomi: Cesare dell’Acqua, Bartolomeo Gianelli, Giuseppe Tartini. Come dire, sono tessere di un mosaico di cultura, di storia, di civiltà, che va studiato e offerto a un pubblico generalista. La Carta dell’Istria è importante non soltanto per il territorio istriano ma ha una valenza per tutta l’area adriatica e ci mette in stretta correlazione con Venezia. A febbraio porteremo i pannelli della Mostra all’Università Ca’ Foscari”.

A proposito della Società di Studi storici e geografici, quali sono stati gli ultimi risultati e quali i progetti in campo?

“Lo scorso anno abbiamo ricordato il 20esimo anniversario di attività. Nel 2025 ci siamo concentrati soprattutto sui contenuti legati a Coppo, ma abbiamo anche partecipato a un nuovo bando della regione Veneto, piazzandoci al secondo posto. Si tratta dell’implementazione di Testimonianze di Venezianità, che abbiamo intitolato “Incroci d’archivio”. Partiremo sempre dalla figura del conte Stefano Rota, ma questa volta studiando documenti che oggi si trovano all’archivio di stato di Pordenone e valorizzando la figura di Andrea Benedetti. Quest’anno è uscito anche il volume dedicato al Collegio di Nobili di Capodistria e abbiamo anche lavorato alla cura di un volume in memoria di Almerigo Apollonio, studioso piranese, nostro sodale, collaboratore di tutte le istituzioni italiane di Pirano”.

Proprio a Pirano è tornata la pala di Vittore Carpaccio, realizzata nel 1518 per la chiesa di San Francesco, dopo un lungo allontanamento legato agli eventi della guerra. Cosa rappresenta questo ritorno per la città? E, le opere d’arte, possono essere considerate veri e propri documenti storici per raccontare la storia dell’Istria?

“Le opere pittoriche lo sono sicuramente, anche perché sono immediate e sono parte imprescindibile del patrimonio di questo territorio. Certo, sono state asportate per motivi di sicurezza nel 1940 e l’intenzione era il loro rientro al termine della guerra. Sappiamo però come è andato quel conflitto, con i suoi strascichi, così sono rimasti dei grandi vuoti sia nelle chiese sia nelle istituzioni museali. Il rientro della Pala è sicuramente un arricchimento per tutti. Innanzitutto perché è, in realtà, anche un documento storico. Sullo sfondo, infatti, troviamo la raffigurazione della città all’inizio del 500, importante anche per gli storici puri o per coloro che si occupano dello sviluppo urbanistico di Pirano. Dopodiché ora ci parla molto di più rispetto a che se fosse in un altro sito, una sala museale o un qualsiasi altro edificio, perché è immersa nel luogo per il quale è stata realizzata. Quindi, come dire, queste opere è importante osservarle, leggerle e accoglierle nell’ambiente in cui sono state prodotte. Bisogna anche renderle realmente fruibili a quanti più, perché parlano della storia di questi territori e dei vincoli tra le coste adriatiche, di cui sono testimonianze concrete”.

Nel corso della tavola rotonda organizzata dal “Combi” sul tema della toponomastica è emerso come questa non sia una questione tecnica, ma tocchi la memoria, l’identità e il modo di abitare. Lei ha ricordato studiosi come Bogdanović che hanno parlato di urbicidio per indicare la violenza che colpisce la città distruggendone simboli, nomi e stili di vita. Commentiamo l’attuale situazione di Pirano e la richiesta di rimozione delle tabelle coi toponimi. Secondo i detrattori, quale pericolo può costituire il ricordare e valorizzare la storia veneziana di queste terre?

“Effettivamente non trovo risposte. Nella metà degli anni Cinquanta, con il regime, i toponimi furono sistematicamente rimossi, coniati ex novo o mutilati, pensiamo agli agiotoponimi come Santa Lucia. Dai primi anni ‘90 ci sono state varie iniziative di ripristino e, in molte località dell’entroterra, la popolazione ha ottenuto anche i vecchi nomi. Scendendo verso il mare, invece, iniziano a nascere i problemi, allora ci si chiede: perché? Per i rappresentanti della Comunità italiana, arrivare al ripristino dell’antica odonomastica, si rivelò un’operazione inattuabile. Allora si propose di affiancare le tabelle con l’odonomastica ufficiale a targhe con i nomi dello stradario precedente, facendo un grosso lavoro di ricerca a monte. Nell’aprile del 2006 si arrivò allo scoprimento della prima targa, un evento pubblico promosso dal Comune, con una partecipazione di pubblico importante e senza rimostranze. Per gli abitanti autoctoni è stata una sorta di valorizzazione dell’identità del territorio. Quindi, dopo quasi 20 anni, il perché di questa richiesta lo colgo veramente difficilmente. È quasi una questione di grandezza delle lettere e, a quanto sembra, il problema sono le versioni degli odonimi in dialetto istroveneto. Qui la cosa va a stridere, perché la Slovenia tutela il dialetto istroveneto come bene immateriale all’interno dei propri confini. Se si vuole comprendere un tessuto culturale e sociale, identitario, si deve prendere tutto: dalle opere d’arte, alla storia, ai nomi dei luoghi o delle cose. Perché la gente di questo territorio ha nominato le cose secondo un legame e i nomi non sono avulsi da tutto il resto. Però ci sono persone che hanno una forma di ritrosia, che a un certo punto può essere soltanto ideologica”.

A che ideologia si riferisce, al nazionalismo?

“La cosa assurda è che l’ostruzionismo viene alimentato da persone che sono relativamente giovani, nate alla fine degli anni Sessanta, primi Settanta che, in teoria, certi fardelli non dovrebbero averli. Quindi, da un lato, c’è un nazionalismo strisciante, non generalizzato ma con dei nuclei chiassosi. Dall’altro c’è anche ignoranza, che è il frutto di vivere in un contesto che per decenni ha negato certe pagine di storia o semplicemente non le ha raccontate”.

La Comunità Nazionale Italiana ha quindi vita dura a preservare la sua identità?

“Sì. Finché si fanno attività in autonomia o che vengono proposte alle istituzioni, non ho mai riscontrato attacchi, anzi si collabora spesso anche con le istituzioni della maggioranza e ci sono risultati concreti. Le difficoltà sorgono nel momento in cui si interviene nei centri storici e nel tessuto urbano. I problemi vengono da Lubiana: queste sono le ingerenze di una capitale che non vuole comprendere che il territorio è specifico e che la componente italiana è qui presente storicamente”.

I problemi vengono da Lubiana, eppure, per chi osserva la CNI dall’esterno, sembra che il pericolo maggiore ora sia interno, fatto di tensioni, spaccature e faziosità…

”Allora, sì, risponderò, e mi coinvolgo anch’io. Questo accade perché non abbiamo capito che queste divisioni mettono veramente in seria difficoltà la Comunità Nazionale Italiana. Ci troviamo in un periodo in cui per un paio di persone e di personalismi si mette a repentaglio il tutto. Ci sono degli argomenti, come scuole, bilinguismo, diritti, mezzi per la cultura, in cui bisognerebbe fare fronte comune, non tifoserie”.

Finiamo con un augurio. Quale auspicio per il prossimo anno?

“A prescindere da quelli che possono essere gli attriti e gli scontri anche a livello politico, quello che auspico è che si possa lavorare con la giusta serenità. Spero che gli appuntamenti elettorali del 2026 e le campagne che verranno curate, non incidano sulla vita delle istituzioni e delle comunità. Indipendentemente da chi, alla fine, si troverà a svolgere uno specifico compito, tutti noi dovremmo avere ben chiaro che determinati diritti e determinati desiderata della Comunità nazionale, devono essere sostenuti insieme. Lasciamoci sorprendere, vedremo cosa ci riserverà il futuro”.

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