Pirano. Il periodo muranese al centro di un libro

Italo Svevo presentato sotto una luce diversa

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Pirano. Il periodo muranese al centro di un libro
Paola Begotti, Antonio Trampus e Nives Zudic Antonic. Foto AIA

Per lungo tempo, il periodo muranese di Italo Svevo è stato liquidato come una parentesi poco significativa e poco suggestiva nella biografia dello scrittore. Eppure, a giudicare dalle nuove ricerche, quel soggiorno sull’isola è stato molto più ricco, complesso e determinante di quanto la critica avesse tramandato. A dimostrarlo è lo storico Antonio Trampus, che ha seguito passo dopo passo le tracce lasciate da Svevo nella comunità lagunare, raccogliendole in “Racconti muranesi e Lettere da Murano” (Ronzani Editore, 2024). Da qui emerge il ritratto di un uomo in carne e ossa alle prese con zanzare, solitudine, ansie familiari e una realtà operaia destinata a imprimersi nella sua memoria e nella sua produzione.

L’incontro a Casa Tartini. Foto AIA

Il volume è stato presentato a Pirano, durante una serata condotta dalla professoressa Nives Zudič Antonič e resa possibile grazie all’impegno della collega Paola Begotti, che ha fortemente voluto l’incontro. Ad accogliere ospiti e pubblico in Casa Tartini, il presidente f.f. della CI “Giuseppe Tartini”, Kristjan Knez, e la vicepresidente della CAN, Aleksandra Rogić. Tra il 1904 e il 1909 Italo Svevo visse a Murano come responsabile della Ditta Veneziani, azienda di vernici per navi. Vi era finito, si potrebbe dire, contro la sua volontà: il suocero, Gioacchino Veneziani, non contento che la figlia Livia stesse con un semplice impiegato di banca, lo spinse a lasciare il posto per diventare dirigente della fabbrica che la famiglia stava aprendo a Murano. A dirigere realmente l’impresa, però, era la suocera, detentrice del segreto della preziosa vernice sottomarina nonché donna particolarmente severa. Murano, all’epoca, non era come oggi: vi erano campagne, orti e barene intatte. Un luogo piuttosto atipico, quasi ostile per Svevo che lì si sentiva in esilio. Nelle lettere a Livia racconta di una quotidianità aspra, intrisa di umidità, di ronzii e punture, di solitudine, di nostalgia per Trieste e perfino per le sigarette decenti, sostituite a Venezia dalle “nazionali”. Nei racconti Svevo descrive una comunità povera, provata dal consumo di alcol, piegata da malattie e costretta a confrontarsi con la fame. Parla di operai stanchi, bambini appena nati pesati sulla bilancia della fabbrica, medici del lavoro che curavano i vicini, acqua potabile dell’industria distribuita agli operai. Partendo dal presupposto che i fatti descritti fossero veri, allora, si è detto Trampus, probabilmente anche i personaggi dovevano essere reali. Così lo storico ha iniziato a cercare nomi, cognomi, famiglie nell’archivio parrocchiale di Murano e in altri luoghi, trovando molte corrispondenze. Ha persino rintracciato la pronipote del caposquadra Cimutti a San Donà di Piave, la quale ha così potuto riscoprire le sue origini. Per decenni si è creduto che la fabbrica di Svevo fosse stata demolita, tanto che a Murano hanno dedicato un campo in memoria dello scrittore. Trampus ha dimostrato, grazie anche ad alcune foto, che l’edificio esiste ancora. Oggi è una sala espositiva dedicata al vetro e, per un periodo, fu persino la sede di produzione del bitter Select, molto caro ai veneti per via dello spritz. Anche la professoressa Paola Begotti, nata a Venezia e residente a Murano da oltre quarant’anni, ha voluto dare un contributo all’incontro, riportando alcune testimonianze orali di anziani muranesi e confrontandole sia con le descrizioni sveviane che con il presente. I loro ricordi hanno lentamente ricostruito la Murano poverissima di inizio Novecento, con case senza porte, pavimenti di terra battuta, la paura costante delle malattie, due soli medici per tutta l’isola, il parroco e l’ostetrica come punti di riferimento. Venezia era percepita come “la città”, lontana e snob, raggiungibile solo con traghetti, passabarche e gondole, mentre la stessa Murano era divisa in due principali fazioni rivaleggianti. Dato che, dalla fine del Duecento, con decreto della Serenissima, la produzione del vetro venne concentrata unicamente a Murano, i cognomi dei lavoratori si sono ripetuti nei secoli, così le famiglie erano spesso riconoscibili solo grazie ai soprannomi, proprio come accade nei racconti di Svevo e come accade oggi. Ancora adesso chi viene da fuori viene considerato “foresto” e pure all’interno dell’isola persistono le due rivalità. I racconti muranesi, alla luce di queste ricerche, non sono più soltanto pagine di narrativa, ma possono essere considerati una testimonianza storica cittadina che si riflette nel presente. E nonostante si parli di un’isola della laguna veneta che si ritiene essere unica, i rimandi sono risuonati anche a Pirano, dove un’altra comunità difende la propria identità, nutre un po’ di diffidenza verso i “foresti”, vive di confini invisibili all’esterno e all’interno e cerca di proteggersi, anche da da sé stessa.

Trampus illustra la sua ricerca. Foto AIA

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