Pesca, per il comparto un presente difficile

Con Loredano Pugliese, una vita trascorsa in mare, sui ricordi di un’attività florida sino alla realtà odierna, con spazi di manovra risicati e la scomparsa del ramo conserviero

0
Pesca, per il comparto un presente difficile
Loredano Pugliese in riva con la barca di famiglia. Foto AIA

La tradizione della pesca a Isola d’Istria è uno degli elementi più antichi e identitari della città, profondamente legata al mare Adriatico fin dall’epoca romana. Isola nasce come borgo di pescatori: in origine era davvero un’isola, separata dalla terraferma, e il mare costituiva la principale fonte di sostentamento.

Durante il periodo della Repubblica di Venezia (dal XIII al XVIII secolo), la pesca si sviluppò ulteriormente grazie ai traffici marittimi e alle tecniche veneziane, che influenzarono anche il lessico, le barche e le reti. Per secoli i pescatori isolani hanno praticato una pesca artigianale, utilizzando piccole imbarcazioni in legno e metodi sostenibili con reti da posta, nasse, palamiti, pesca notturna con lampare e altro. Le specie più pescate erano sardine, acciughe, sgombri, seppie e polpi, fondamentali sia per l’alimentazione quotidiana sia per il commercio locale. Tra il XIX e il XX secolo Isola d’Istria divenne uno dei centri più importanti dell’Adriatico per la lavorazione del pesce, in particolare della sardina. L’industria conserviera diede lavoro a intere famiglie, comprese molte donne, e segnò profondamente la vita sociale ed economica della città.

La pesca ha lasciato tracce evidenti: nella cucina locale (brodetto di pesce, sardele in savor, seppie con polenta) nelle sagre popolari, come la Festa dei pescatori, che celebra il mare con musica, cibo e barche tradizionali e nel dialetto istroveneto, ricco di termini marinari. Oggi la pesca non è più l’attività dominante, ma sopravvive attraverso piccoli pescatori locali, il turismo culturale e gastronomico, musei e iniziative che preservano la memoria marinara. La tradizione della pesca a Isola d’Istria rimane quindi un patrimonio culturale vivo, simbolo del legame profondo tra la comunità e il mare. Depositario di questa tradizione è Loredano Pugliese, connazionale, veterano dei pescatori nella fascia costiera. “Sono sceso in mare per la prima volta 60 anni fa per accompagnare mio padre in una battuta di pesca. Ho avuto modo di vivere da vicino tutte le fasi della storia della pesca a Isola e in regione: dai difficili inizi, al rapido sviluppo e al periodo d’oro, sino alla crisi che ha portato praticamente alla fine del comparto”, esordisce l’interlocutore con un velo di malinconia che non lo abbandonerà per tutto il suo racconto. “I primi tempi furono massacranti. Governavamo la nostra barca a remi e per raggiungere le zone più pescose, soprattutto nel golfo di Pirano, vogavamo per 6 o anche 7 ore con tutte le condizioni atmosferiche, potendo contare al massimo sull’ausilio delle vele. Un’altra caratteristica negativa dell’epoca erano le reti in cotone, di difficile manutenzione e molto costose, per cui in pochi potevano permettersi lunghe reti. Racimolati i soldi necessari montammo un propulsore entrobordo a benzina, ricavato da una FIAT Balilla. Non portò al miglioramento che speravamo poiché si ingolfava spesso e bisognava ripiegare ancora sui remi. Soltanto l’arrivo del primo motore diesel, nel 1965, a sei cavalli, cambiò la nostra condizione e diede un sensibile incremento all’attività. Ci spostavamo lentamente, ma era già un notevole passo avanti.

Per quanto riguarda le reti si passò al nylon che ci procuravamo a Trieste e le cucivamo in famiglia rigorosamente a mano. Un lavoraccio incredibile. Arrivò poi il momento propizio nella nostra attività e con esso una barca e un motore nuovo. Era tutto incredibile: la bellezza del natante, l’affidabilità del propulsore le reti sintetiche e assieme allo zio e al nonno procedemmo ad allargare la nostra flotta. Contemporaneamente in mandracchio avevamo sino a tre barconi da pesca, sempre più grandi e migliori. Il motore più potente giunse a 260 cavalli. L’ultimo peschereccio lo facemmo costruire a Venezia ed era senza dubbio uno dei più belli in Istria. Decidemmo, infatti, di investire i guadagni soprattutto nelle attrezzature di pesca. Il che a lungo andare si rivelò un errore. In effetti dopo l’indipendenza della Slovenia il confine marittimo sloveno- croato si chiuse e con esso le nostre zone di pesca lungo la costa istriana e dalmata. Perdemmo gran parte dei proventi che sarebbero bastati per acquistare una casa lussuosa. Fu un momento terribile, estremamente triste”, continua ad inseguire i ricordi Pugliese.

I suoi occhi, se possibili, si fanno ancora più cupi quando gli chiediamo cosa rimane oggi della pesca a Isola. “Rimane molto poco. A tenere vive le tradizioni dei Pugliese in mare rimane soltanto mio nipote Christian, che a mio avviso è il migliore pescatore dalle nostre parti. Del resto ha appreso il mestiere da noi, salendo da piccolo sui pescherecci di famiglia. Si arrangia come può, riesce a vivere dignitosamente del suo lavoro, ma tutto sta cambiando. Il mare non è più pescoso come una volta. La pesca lentamente si sta spegnendo, mantenerla in vita sarà complicato. La nostra baia era famosa per il pesce azzurro e potevamo catturarne quanto volevamo. Le sardelle erano grandi, ideali per la lavorazione nei nostri due grandi conservifici “Ampelea” e “Arrigoni”.

Vi si lavoravano fino a 8mila casse di pesce al giorno. Era un sogno. I cambiamenti storici degli ultimi decenni colpirono anche le fabbriche “Delamaris” e la ditta dei pescherecci “Riba”. Barche e infrastrutture furono svendute, compresi le due ultime grandi unità. La pesca isolana poggia oggi su quattro professionisti. Quando anche questi scenderanno a terra, per un motivo o per l’altro, finirà tutto”, afferma ancora Loredano. Gli parliamo di possibili alternative come la pesca turismo, ma ci blocca subito. “Quando il confine si chiuse con mio fratello tentammo di cambiare rotta, passare al trasporto di turisti e presentare loro la pesca in mare. Andammo avanti per tre anni, ma non era vita per me. Oggi c’è chi lo fa ma per quanto mi riguarda senza poter pescare e solcare liberamente il mare non mi sentivo vivo. Sino a tre anni fa avevamo ancora le nostre barche, ma dopo la scomparsa di mio figlio ho perso ogni interesse per la pesca. Con mia moglie diamo una mano a cucire quelle del nipote Christian”, ci racconta ancora e quasi servisse una conferma, estrae dalla tasca un rotolo di nylon e un ago.

Il mio intento era di morire da marittimo in mare, ma ormai non pratico più la pesca da quattro anni. A casa mia conservo ancora le reti”. Inseguendo i ricordi lieti e quelli tristi, Loredano Pugliese ci conduce lungo le rive isolane. Ci indica il luogo in cui erano ancorati i tre pescherecci di famiglia. Poi ci fa salire sulla barca del nipote e si fa riprendere al posto di comando, che ha occupato per decenni. Infine ci confida ancora una storia, quella dell’imbarcazione “Biser”. L’unità in legno aveva fatto parte della flotta Pugliese, ma poi giunse l’idea di includerlo in un progetto didattico e fu spostato a terra. Oggi sta finendo mestamente i suoi giorni a San Simone, silenzioso monumento di un’epoca che è passata, dei tempi gloriosi dell’Isola dei pescatori, che vive oggi soltanto nelle strofe dell’inno cittadino e nelle foto d’archivio.

Una foto d’archivio dei piu grandi pescherecci isolani. Foto AIA

Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.

L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.

No posts to display