“Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere”, scriveva Baudelaire. E proprio da questa provocazione prende spunto “Fragile”, una divertente e ironica rappresentazione della compagnia teatrale Blue Matisse, ospitata venerdì sera presso la Casa di cultura di Bosici, su invito della Comunità degli Italiani di Crevatini.
Lo spettacolo, scritto e interpretato da Paolo Butti e Irene Lay, con la partecipazione di Ornella Serafini e Diego Primosi, dà voce a un personaggio inaspettato: un bicchiere di vino, Mr. Goblet. Un essere vestito di vetro e di luce, ambiguo ed evocativo, che racconta la propria vita fatta di incontri, brindisi, baci e riflessi. Presente ogni sera su tavoli e banconi, la sua voce parla di storie di musica, passioni e segreti sussurrati tra un sorso e l’altro, come un vecchio confidente, un confessore o un terapista. Mr. Goblet parla di mani eleganti e di labbra ispide, di carezze e di tocchi maldestri. Si trasforma, talvolta, in calice sacro; altre volte, resta semplice bicchiere trasparente, testimone silenzioso della fragilità umana.

Dopo ogni notte, con gli altri bicchieri, condivide “docce e saune comuni”, sempre con il rischio di andare in frantumi, ma trova conforto nella musica, nella vibrazione pura del suono che nasce quando qualcuno si bagna le dita e lo fa cantare. Nel suo racconto, Mr. Goblet svela anche incontri memorabili, come quello con Mina, silenziosa e misteriosa, Lucio Dalla, visionario ed eccentrico. Si ricorda di quella volta in cui Mia Martini cantò in un bar, con voce piena di dolore e passione. Il bicchiere diventa così specchio dell’anima, testimone di vite che si intrecciano tra note e vino.
Tra un sorso di Terrano, rosso e vigoroso, e una Malvasia dai profumi mediterranei, vitigni simbolo della tradizione istriana e carsica, il pubblico è stato accompagnato in un viaggio che ha mescolato ironia, musica e poesia. Sul finale, Serafini ha aperto il suo taccuino di appunti, leggendo alcune celebri citazioni dedicate al vino e alla sua simbologia, firmate da grandi autori di ogni tempo. “Il vino è per l’uomo ciò che l’olio è per la lampada”, diceva Giacomo Leopardi, mentre Omero, nell’Odissea, riportò che “il vino fa uscire la parola che sarebbe stato meglio tacere”. Platone lo definiva “un farmaco che calma le angosce”, mentre Hemingway lo considerava “uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo”. Parole alte per sottolineare il messaggio dello spettacolo: che si voglia bere o meno, che si ami il vino oppure si sia astemi, ciò che il calice rivela è che – come lui – anche noi siamo, “nella parte più remota dell’anima, profondamente e meravigliosamente fragili”.

Tra il pubblico, presenti anche il Console Generale d’Italia a Capodistria, Giovanni Coviello, il deputato CNI al Parlamento sloveno, Felice Ziza e la presidente della CAN di Capodistria, Roberta Vincoletto, accolti da Nicoletta Casagrande della Comunità degli Italiani di Crevatini. Il prossimo appuntamento con la rassegna teatrale sarà il 5 dicembre, sempre a Crevatini, con lo spettacolo “L’amore è una cosa meravigliosa?”.

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