’italiano, visto da fuori, non è soltanto una lingua. È una condizione mentale, un modo di percepire il mondo, uno stile di vita e di costume. Si può riassumere così il tema dell’incontro svoltosi ieri presso la Facoltà di Studi Umanistici dell’Università del Litorale, nell’ambito della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo. Organizzato dalla rete diplomatico-consolare italiana e dagli Istituti Italiani di Cultura, in collaborazione con i principali enti di promozione linguistica, dal Ministero della Cultura all’Accademia della Crusca, sino alla Società “Dante Alighieri” e RAI Italia, l’evento giunto alla 25esima edizione, ha scelto come tema “Italofonia: lingua oltre i confini”, con l’obiettivo di riflettere sulla vitalità dell’italiano nel mondo e sulle comunità che lo parlano e lo amano anche lontano dai confini nazionali.

Foto AIA
La conferenza di Capodistria, secondo appuntamento del programma organizzato in quest’ambito dal Dipartimento di Italianistica in collaborazione con il Consolato Generale d’Italia a Capodistria, è stata aperta dal console Giovanni Coviello, che ha ricordato come “chi si avvicina all’italiano si avvicina all’Italia”. Tra il pubblico, rappresentanti delle istituzioni, docenti e studenti dell’Ateneo di Capodistria e anche del ginnasio “Carli”. Ospite il professore Paolo Balboni dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che nel suo intervento ha cercato di rispondere al quesito: “Perché studiare l’italiano?”. Una domanda che a Capodistria trova risposte più immediate che altrove, grazie alla vicinanza culturale e geografica con l’Italia e, soprattutto, grazie alla presenza della Comunità Nazionale Italiana sul territorio. Nel resto del globo la motivazione varia nello spazio e nel tempo: per alcuni è una lingua di cultura, per altri un legame familiare, per qualcuno è “cool”, per altri è “sexy”. Nella sua analisi, Balboni ha definito l’italiano una vera e propria macchina del tempo, capace di mantenere vivo il patrimonio del mondo greco e romano, del Rinascimento, del Futurismo, sino all’arte contemporanea. “Dante fu il primo autore del mondo moderno a scrivere un libro di sociolinguistica, il De vulgari eloquentia”, ha ricordato il professore, citando poi Michelangelo, Raffaello, Leonardo, Verdi e Camilleri come simboli di una lingua che ha prodotto arte, musica e letteratura universali. Senza dimenticare, ha aggiunto, che “l’Italia è stata anche una macchina della scienza”, da Fibonacci, Galileo, Marconi a Fermi: figure che testimoniano come l’italiano non sia soltanto la lingua della bellezza, ma anche dell’ingegno. Oggi, ha concluso, si studia l’italiano nel mondo per le “4F”: Food, Ferrari, Fashion e Forniture. Dalla cucina alla moda, dal design all’automobile, l’italiano rappresenta un “lusso culturale”, un marchio di identità e lentezza consapevole in un’epoca frenetica dominata dall’idea del “fast”.

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Nella seconda parte della conferenza, si è parlato di comunicazione tra Italia e Slovenia. È stata infatti presentata la scheda di comunicazione interculturale, curata dalle professoresse Nives Zudič Antonič, Lara Sorgo ed Emma Beatriz Villegas Cunja, con la collaborazione degli studenti di Italianistica e del Centro di Ricerca sulla Didattica delle Lingue di Ca’ Foscari. Il lavoro, ancora in corso e disponibile a integrazioni, analizza le differenze culturali e comunicative tra i due popoli: la maggiore gestualità e spontaneità degli italiani, la riservatezza e la precisione degli sloveni, l’importanza della puntualità come forma di rispetto, il valore che viene dato al silenzio, l’umorismo e i temi sensibili percepiti in modo diverso. Il progetto prende in considerazione anche la comunicazione non verbale: la prossemica, la distanza interpersonale, l’uso degli oggetti, l’abbigliamento e i simboli di status ostentati. L’obiettivo della ricerca non è “insegnare” la comunicazione interculturale, ma offrire strumenti per gestirla consapevolmente, evitando di fraintendere e anche qualche figuraccia. Si tratta pure di poter fare un esercizio di empatia e di apertura mentale, di crescita, insomma.
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