L’antropologia, di solito, sta con chi ha perso la voce, lo spazio e la legittimità nel racconto pubblico. Con chi è stato spinto ai margini non solo dagli eventi storici, ma anche dalle narrazioni e dalle interpretazioni che quegli eventi hanno prodotto. Come è successo agli italiani rimasti in Jugoslavia: assorbiti dalle dicotomie di vittime e carnefici, di fascisti e comunisti. Né l’uno né l’altro, ma raccontati come tali dagli uni e dagli altri, dovettero tacere. Rompere questo silenzio è difficile, poiché richiede di scavare nel trauma, di ricordare la sofferenza, di fare i conti con l’odio provato e subìto e, soprattutto, con la perdita. È in questo spazio che si colloca il lavoro di Katja Hrobat Virloget, antropologa, ricercatrice e professoressa presso l’Università del Litorale di Capodistria che da anni incontra i protagonisti di tali storie. Venerdì sera a Palazzo Manzioli c’è stata la presentazione della traduzione italiana del volume “Esodo. Il silenzio di chi resta”, edito da Bottega Errante, durante la quale l’autrice ha dialogato con Martina Gamboz. Organizzato dalla CAN di Isola con il patrocinio del Comune, della CAN Costiera e del Ministero della Cultura, l’incontro ha visto la presenza di un ampio pubblico e di molti rappresentanti delle istituzioni. Scrivere di esodo, per Virloget, non è stato un gesto neutro. Per un antropologo la scrittura è spesso un atto doloroso che richiede di ridurre relazioni, emozioni, voci e silenzi a semplici caratteri neri su uno sfondo bianco. All’inizio della ricerca, ha raccontato l’autrice, dare voce agli italiani rimasti in Istria significava anche esporsi ad attacchi: da parte degli esuli in Italia che a lei non volevano rivolgersi in quanto slovena, nonché da parte degli sloveni che la accusavano di stare con i “fascisti”. L’uso stesso della parola “esodo” era percepito come una provocazione, poiché la narrazione dominante ha sempre preferito definire i trasferimenti come migrazioni volontarie. Eppure, a circa quindici anni dagli esordi della ricerca, lo scenario è cambiato. L’edizione slovena del volume, uscita nel 2021, è andata esaurita in tre mesi e sono seguite interviste, lettere, inviti, conversazioni alla televisione nazionale. Non perché improvvisamente la storia non facesse più male, ma perché la maggioranza riconobbe una lacuna nella propria conoscenza: quelle informazioni, prima, non erano disponibili, non erano insegnate, non avevano spazio nei media. Lo shock, a dire il vero, ha attraversato anche la ricercatrice stessa. Cresciuta nel Carso e, come molti, con lo stereotipo dell’italiano fascista, Virloget si è trovata davanti a una realtà che ribaltava le categorie apprese, in cui le vittime diventavano oppressori, la nazione “giusta” commetteva azioni “ingiuste”. E per quanto questo possa far soffrire (e piangere, come è successo a lei) è proprio qui che ha collocato il passaggio verso una maturazione collettiva: ogni nazione deve avere il coraggio di guardare anche i lati oscuri della propria storia e non soltanto riconoscersi come vittima dell’altro. Il libro, con al centro le voci delle persone, è strutturato in tre parti: il passato, tra silenzi e memorie antagoniste; le vite di chi parte e di chi resta; la nuova realtà sociale e culturale dopo l’esodo. Esistono e coesistono centinaia di storie e sono tutte vere per coloro che le hanno vissute, anche quando si discostano dai libri di storia, dai documenti, dai processi. Nella pubblicazione emerge anche la frattura che si era creata tra esuli e rimasti. Chi è partito ha spesso considerato gli altri come colpevoli di tradimento. Chi è rimasto è diventato straniero a casa propria, in un contesto dove la lingua italiana perdeva spazio, il lavoro dipendeva dalla conoscenza dello sloveno, molte pratiche culturali si estinguevano. E non si trattava solo vedere nuovi inquilini nelle storiche case, ma anche accorgersi che gli arrivati, giunti da altre parti della Jugoslavia, non conoscevano il mare. Questo era per loro solo un panorama, un elemento decorativo, non una pratica quotidiana, né un amico, né un orizzonte identitario. Sono storie che continuano a provocare dolore, non solo in chi le ha vissute, ma anche in chi, allora, ne è stato testimone cieco o distratto. La sfida oggi, secondo l’autrice, è quella di coltivare empatia verso l’altro, ascoltare racconti che mettano in crisi le certezze, conoscere storie diverse dalla propria, accettare la coesistenza delle esperienze. Il lavoro di Virloget trova oggi spazio in RE4 Healing-Crossborder Remembrance, Reconnection, Restoring and Resilience, un progetto europeo che coinvolge Slovenia, Italia e Austria e si propone di riportare alla luce le memorie silenziate della frontiera, di minoranze, nuovi arrivati, esuli, rimasti e diverse generazioni. Il progetto ha già promosso tavole rotonde e culminerà in un film documentario, previsto per giugno 2026. Se nella dimensione intima la ricomposizione dipende dalla volontà individuale, in quella collettiva essa passa inevitabilmente dai paradigmi narrativi che scegliamo di condividere.
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