“Oggi siamo qui ancora insieme, pochi ma ancora insieme, ma domani dove saremo e cosa ne sarà di tutti noi?”, si chiedono i protagonisti del romanzo “Materada” di Fulvio Tomizza, nell’estratto che l’attore Gianluca Tusco ha letto venerdì sera a Palazzo Manzioli. La lettura ha aperto l’incontro dedicato al “Giorno del Ricordo – l’esodo nel Novecento di confine tra Istria e Italia” organizzato dalla CI “Dante Alighieri” e dalla CAN di Isola, in collaborazione con il Centro “Carlo Combi” di Capodistria. Davanti al numeroso pubblico, tra il quale era presente anche l’Ambasciatore italiano a Lubiana, Giuseppe Cavagna, hanno dialogato gli storici Enrico Miletto, dell’Università di Torino e Kristjan Knez, direttore del “Combi”.
Il loro intervento è stato preceduto dalla proiezione del cortometraggio di Dragan Sinožič, composto da filmati d’epoca su località come Capodistria, Isola, Umago, San Lorenzo e sulla partenza di molti dei loro abitanti. Miletto ha poi collocato l’esodo giuliano-dalmata nel più ampio fenomeno degli spostamenti forzati che interessarono l’Europa dopo il 1945. Furono circa 20 milioni le persone costrette ad abbandonare le proprie terre, oltre 12 milioni di questi erano tedeschi etnici che lasciarono l’Europa centro-orientale, molti altri erano displaced persons (lavoratori forzati, internati, reduci dai campi) e rifugiati, impossibilitati a rientrare nei Paesi d’origine. L’esodo adriatico si inserisce dunque nella ridefinizione geopolitica del continente, lungo una traiettoria di diplomazia che va dall’Accordo di Belgrado del ‘45 al Trattato di Osimo del ‘75. Le stime parlano di 300.000 partenze, di cui circa 250.000 italiani: fu quasi il 90% della comunità italiana dell’Istria e della Dalmazia ad andarsene. Circa 70.000 emigrarono oltreoceano, mentre la maggioranza si stabilì in Italia: l’82% nel Nord, il 10% nel Centro, l’8% nel Sud e nelle isole. Transitarono nei centri di raccolta allestiti in luoghi già stratificati di storie, come caserme, case coloniche marine, scuole e strutture dismesse, spesso in condizioni precarie, cercando un un’integrazione che non fu priva di diffidenze. Nel suo intervento, Knez ha invitato a osservare gli eventi anche da un altro punto di vista, poiché non si trattò soltanto di definizione di confini, ma anche di cambiamenti di sistemi sociali, economici e politici. Se si usa solo la prospettiva italiana, l’esodo appare come qualcosa di diretto specificamente contro gli italiani sulla base del pregiudizio che, a volte ingiustamente altre volte debitamente, li associava al fascismo. Se invece si inserisce nella “logica jugoslava” dell’immediato dopoguerra, quei fatti diventano parte di un periodo di regolamenti di conti, epurazioni dei “nemici del popolo” e consolidamento del nuovo potere comunista. Va inoltre sempre ricordato come le guerre non si spengono con un interruttore: anche qui la violenza, la perdita del valore della vita, la radicalizzazione, le tensioni e le oppressioni subite dal nazifascismo, non si dissolsero con la fine delle ostilità, ma esplosero nel momento di transizione e furono in qualche modo utili all’imposizione del nuovo sistema economico e sociale. L’esodo italiano non fu pianificato dalle autorità che anzi, nella teoria, miravano a integrare gli antifascisti e i comunisti italiani nel nuovo Stato socialista. Tuttavia, la parte maggioritaria della popolazione italiana subì pressioni politiche, economiche e sociali che resero la permanenza sempre più difficile. Solo alcuni riuscirono a rimanere.

L’esodo colpì in modo particolare l’intellettualità, la borghesia e il clero italiani, cioè coloro che custodivano e trasmettevano il patrimonio identitario e culturale nazionale, determinando una spaccatura nell’identità dei luoghi. Knez ha sottolineato come il termine “esodo” sia stato a lungo evitato o ostracizzato dalla storiografia slovena e dal discorso pubblico. Durante il regime, la linea ufficiale sosteneva che gli italiani fossero partiti per effetto della propaganda anti-jugoslava. Il compianto onorevole Roberto Battelli parlò di una società “cloroformizzata” da una retorica lineare, in cui la Jugoslavia partigiana era vista esclusivamente come liberatrice senza macchia. Citando anche Tomizza, tuttavia, Knez ha evidenziato come il regime jugoslavo fosse sostenuto da una doppia matrice: comunista e nazionalista. E il nazionalismo è, per sua natura, divisivo, aggressivo ed esclusivo. Soltanto con la fine della Jugoslavia nel 1991, gli storici sloveni hanno compiuto passi importanti con lo studio delle fosse comuni, l’analisi delle violenze del dopoguerra, l’integrazione dei contributi degli antropologi e l’uso, seppur prudente, del termine “esodo” al posto di quello di emigrazione. Accettare pienamente questo termine anche nel dibattito pubblico significherebbe riconoscere una responsabilità strutturale del potere jugoslavo e riconsiderare criticamente una parte mitizzata della storia.

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