Isola. «Artieri e merlettaie»: una storia scolastica

La ricerca sulla «Coppo» di Petaros Jeromela approderà a Roma

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Isola. «Artieri e merlettaie»: una storia scolastica
Il nucleo della mostra. Foto AIA

La scuola media “Pietro Coppo” di Isola d’Istria rappresenta un punto di riferimento per la formazione tecnica e artigianale del territorio. La sua storia è stata al centro della mostra “Artieri e merlettaie, tra apprendisti e pizzi”, ideata e curata da Valentina Petaros Jeromela che abbraccia il periodo dal 1907 al 1984. Frutto di un lungo e rigoroso lavoro, l’esposizione è stata organizzata in collaborazione con la CAN Costiera e l’Università Popolare di Trieste e sarà prossimamente accompagnata da una pubblicazione. L’incontro ospitato ieri a Palazzo Manzioli ha rappresentato la chiusura del primo capitolo, mentre i pannelli e le foto saranno prossimamente trasferiti a Roma e poi ricollocati presso la sede della scuola. Tra il pubblico, composto prevalentemente dagli allievi dell’istituto, erano presenti anche il deputato al seggio della CNI al Parlamento sloveno, Felice Ziza, il presidente dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul e il presidente della CAN Costiera nonché preside della scuola, Alberto Scheriani, che ha sottolineato l’importanza della memoria storica come base per il presente e il futuro degli studenti. La ricerca di Petaros Jeromela, filologa e archivista, è iniziata nel 2018/19 e si è basata sull’analisi sistematica della documentazione, sulla sua descrizione inventariale e sulla ricostruzione e riorganizzazione dei materiali, con l’obiettivo di agevolare anche future ricerche. La ricerca si è estesa nello spazio e nel tempo, arrivando sino agli archivi di Trieste, Gorizia, Capodistria e Vienna e a documenti risalenti almeno al 1880. La studiosa ha avuto conferma che vi è una stretta correlazione tra la tradizione del pizzo e del merletto e la scuola “Pietro Coppo”, ma anche che l’arte dell’antico punto veneziano è stata tramandata e percepita come un sapere da conservare tra le donne isolane almeno dal 1850 – come testimonia una lettera del parroco Giovanni Zamarin – e venne introdotto ufficialmente a scuola nel 1901. Tale corso era frequentato da moltissime ragazze che dovevano, all’epoca dell’Impero austro-ungarico, completare gli studi obbligatori e ottenere delle competenze che permettessero di contribuire al reddito familiare. La ricerca ha ricostruito il ruolo delle maestre, le diverse tecniche e anche le tensioni personali che influenzarono l’evoluzione del corso. L’insegnamento venne poi integrato dalla scuola di perfezionamento professionale, dove vi era la compresenza di una sezione maschile e di una femminile. Un ritrovamento centrale è rappresentato dallo Statuto che chiarisce le finalità dell’istituto: offrire formazione teorica e pratica agli apprendisti nei settori artigianale, industriale e commerciale, garantendo dignità al lavoro e migliori prospettive economiche. Nel contesto dell’Impero austro-ungarico, la scuola si inseriva in una politica di modernizzazione dell’istruzione, distinguendosi per l’uso costante della lingua italiana. Per gli uomini era possibile diplomarsi in moltissime professioni, tutte con un carattere assimilabile all’artigianato: scrittori di insegne, sarti, fabbri, falegnami e addirittura tipografi e legatori di libri. Persino i meccanici dovevano affilare le loro doti nel disegno, dovendo riprodurre a mano i minuziosi dettagli che permettono ai motori di funzionare. Cognomi come Chicco, Degrassi, Delise, Dellore, Perentin, Pugliese e Vascotto, inoltre, ricorrono nei registri d’archivio, testimoniando il legame profondo tra l’istituto e la comunità locale. Il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale fu segnato da profonde trasformazioni, come l’esodo della popolazione, l’abbandono di numerosi diplomi non ritirati e la carenza di docenti. Pur mantenendo l’uso della lingua italiana, l’offerta formativa si adattò ai cambiamenti economici, abbandonando attività ormai superate, come il merletto e introducendo nuovi corsi legati alla produzione e al commercio dell’abbigliamento, a loro volta destinati a scomparire con l’avvento della produzione industriale. Oggi la scuola “Pietro Coppo” è ancora attiva come istituto tecnico-professionale di lingua italiana. Offre percorsi di istruzione professionale, con indirizzi in ambito informatico, economico, meccanico, educativo e gastronomico e partecipa a progetti europei come Erasmus+, proseguendo una storia incominciata oltre un secolo fa.

Valentina Petaros Jeromela. Foto AIA
Il preside Scheriani accoglie gli alunni. Foto AIA

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