Camminare per una città è come sfogliare un libro. Ogni vicolo è una frase, ogni portone apre un capitolo, ogni muretto scrostato è un’annotazione a margine che non tutti leggono. Le città sono profondamente umane: possono vivere e morire. Ci sono case belle e case brutte, monumenti grandiosi e angoli dimenticati, ma tutti raccontano qualcosa, di chi le ha costruite, di chi le ha abitate, di chi le ha amate o di chi ha dovuto abbandonarle. Anche Pirano, come le altre località, ha bisogno di lettori che la conoscano davvero e che se ne prendano cura. Una responsabilità che non appartiene a pochi eletti o all’Amministrazione comunale, ma riguarda i piranesi di lunga data e i nuovi arrivati, i turisti di passaggio e le guide che li accompagnano, i giovani che vi crescono e gli anziani che ne portano la memoria. Lo ribadiscono spesso Daniela Paliaga Janković e Alberto Manzin, autori di “Raccontare Pirano – Pripovedovati o Piranu”, il libro che hanno presentato mercoledì sera presso la Biblioteca di Santa Lucia. All’incontro, coordinato da Ana Bembič e davanti a un pubblico molto attento, ha partecipato anche il fotografo Ubald Trnkoczy, autore di molte foto presenti nel volume. Nato come progetto digitale sostenuto dall’Unione Italiana nel 2023, il volume ha avuto un ampio seguito, tanto da giungere alla forma cartacea, edita dalla CAN di Pirano, in una versione bilingue italiano-sloveno. Intende restituire profondità e complessità alla narrazione della città, intrecciando passato e presente in un mosaico di storie, immagini e dettagli poco noti. Con le sue 140 pagine e 22 schede tematiche, il libro esplora le mura cittadine, i rioni, le porte urbane, i palazzi di piazza Tartini, i piloni del duomo e gli elementi architettonici più caratteristici. Tra le pagine si susseguono fonti storiche, fotografie e aneddoti curiosi che fanno emergere una Pirano diversa da quella semplificata dagli stereotipi turistici. Anche durante la serata di presentazione si è parlato delle cisterne private e dei pozzi sotterranei per risolvere il problema storico dell’approvvigionamento idrico, si sono rievocate le mura medievali in parte inglobate nelle case nel corso dei secoli, con il curioso caso di un muro ritenuto di epoca medievale e rivelatosi invece degli anni Sessanta. Si è raccontato dei quartieri quali villaggi autonomi dentro la città, tanto che un anziano piranese ricordava di non essere mai più tornato in Punta da quando, bambino, era stato picchiato dai ragazzi di quel quartiere. Sono emerse figure come Pietro Petronio detto “Patata”, costruttore dei moli del porto, nonché Pietro Vidali, azionista locale che reinvestì ogni risorsa nella città. Citato anche al ghetto ebraico, alla comunità favorita da Venezia perché unica a poter prestare denaro ad interesse. I Piranesi emergono come una comunità tenace, orgogliosa della propria identità e lingua, parsimoniosa, capace di sopravvivere a secoli di dominazioni, epidemie e ristrettezze grazie all’ingegno pratico, al senso civico e all’attaccamento al proprio territorio. Il libro vuole anche rendere omaggio a una città che, nel Novecento, ha anche tanto sofferto. Nel dopoguerra, Pirano ha perso più del 90% della sua popolazione, la maggior parte tra il 1954 e gli anni Sessanta. Con quelle persone si è strappata una rete, sociale, culturale, affettiva, che non si è mai del tutto ricucita. In quel vuoto sono arrivate nuove popolazioni, con le proprie storie, le proprie abitudini e il bisogno di far parte di qualcosa. Ora Pirano è una città bella, ma piena in estate e muta d’inverno. Ricucire una rete è necessario per tutti, per i vecchi inquilini, per i nuovi arrivati, nonché per la città stessa che vive di abitudini, cura, tradizioni e manutenzione. Ecco, come spiegato nel libro, conoscere il luogo in cui si vive, riconoscersi in esso, impararne la storia, parlarne le lingue è il primo gesto concreto di appartenenza, che salva insieme le persone e la città.


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