La fotografa e critica d’arte Lorella Klun ha usato il concetto di “perturbante” per descrivere la mostra fotografica “Il paesaggio negato”, inaugurata giovedì sera a Palazzo Gravisi-Buttorai. L’esposizione raccoglie gli scatti che Fabio Giacuzzo ha fatto nei dintorni di Monfalcone, ricercando i segni e le ferite che gli incendi hanno lasciato sul Carso. La mostra è perturbante perché vuole esserlo: le immagini sono inaspettate e sembrano ricostruire delle scene del crimine, il paesaggio è privato di alcuni elementi visivi che altrimenti si danno per scontati, le composizioni immortalano il lutto per la perdita di un patrimonio collettivo. Il progetto, curato da Fabio Rinaldi, raccoglie scatti realizzati nel 2000, nel 2016 e tra il 2022 e il 2024 sul Carso del Monfalconese, terra colpita a più riprese dagli incendi, in particolare nelle zone di Doberdò, del Lisert e di Medeazza. Giacuzzo, di professione tecnico elettronico, attualmente in quiescenza, e fotografo per passione, ha raccontato di aver iniziato questo ciclo senza un progetto preciso, finché un rogo divampato vicino a casa sua lo ha spinto a dare al lavoro un indirizzo più definito. Ha scelto un formato quadrato e il bianco e nero, per trasformare il bosco incenerito in uno spazio quasi astratto e metafisico.

L’elemento più originale resta, in alcuni casi, l’uso del negativo come immagine finita: osservandolo in trasparenza, l’autore ha notato che le forme di alberi e rocce sopravvissuti mantenevano una loro “credibilità” cromatica, mentre le superfici bruciate, una volta invertite, tornavano simili a quelle precedenti al fuoco. “I negativi sembravano volermi rendere quello che era andato perduto”, ha dichiarato, quasi che anche il medium usato fosse confuso e disorientato tra i luoghi devastati. Accanto a Klun e Rinaldi è intervenuta anche la storica dell’arte Laura Safred, che ha inquadrato il lavoro di Giacuzzo come parte di un dialogo con l’arte in un territorio di confine. Secondo lei, la fotografia funziona come un sistema di segni con una propria finalità, capace cioè di dire qualcosa e non solo di documentare. In questa mostra, soggetto e tema arrivano a coincidere: l’incendio non è solo ciò che si vede nella foto, ma è anche esattamente il concetto che l’opera vuole esprimere. Se nel linguaggio comune “positivo” e “negativo” servono a giudicare la realtà, nelle immagini di Giacuzzo il negativo fotografico diventa letteralmente il segno della distruzione, il “meno” impresso sul paesaggio. L’esposizione, visitabile sino al 14 agosto, è stata promossa dalla Comunità degli Italiani “Santorio Santorio” e da “Photo-Imago”, associazione ora presieduta da Rinaldi e nata nel 1983 per favorire lo scambio tra autori dell’area transfrontaliera. Il presidente del sodalizio “Santorio” Mario Steffè ha sottolineato come questa mostra segni la ripresa di una collaborazione che si era un po’ allentata negli ultimi tempi. Ha poi idealmente legato la mostra al bicentenario della fotografia, ricordando la prima immagine fissata da Niépce nel 1826 e ha anticipato che la CI organizzerà prossimamente un’altra mostra, sempre in bianco e nero ma dedicata al paesaggio marino.

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