Un tempo, nel mezzo dell’autunno, gli isolani si riunivano per celebrare il loro patrono, San Mauro, con una processione che, partendo dal Duomo, attraversava le vie del centro storico per arrivare alla chiesa di Santa Maria d’Alieto. Era una festa grande, vissuta come un momento d’identità e di gratitudine verso il Santo che, secondo la tradizione, nel lontano 23 ottobre 1380 ai tempi della Serenissima aveva salvato Isola da un terribile assedio dei Genovesi, facendo calare una fitta nebbia sul golfo che disorientò la flotta nemica. Poi, nel 1952, la consuetudine della processione si spense, lasciando dietro di sé soltanto racconti e alcune testimonianze tangibili, come i gonfaloni e le reliquie. Quest’anno, dopo oltre sette decenni, la Comunità degli Italiani “Dante Alighieri”, assieme alla Parrocchia del Duomo di San Mauro e alla Diocesi di Capodistria, si sono impegnate per riportare in vita quella tradizione. La pioggia e il vento di giovedì sera, purtroppo, hanno impedito la processione, ma non si sono interposti al desiderio di rinnovare la devozione al Santo protettore, con un programma che ha unito il momento religioso, quello musicale e quello conviviale. La cerimonia si è aperta nel Duomo, dove lo storico Marino Baldini ha illustrato l’origine del culto. Nella tradizione cristiana San Mauro è associato a diverse figure, alcune venerate anche in Istria: come martire e primo vescovo di Parenzo, di origini africane, nonché quale protettore di Isola, legato al mare e alla salvezza della città. Il vescovo emerito di Capodistria, mons. Jurij Bizjak, ha poi rivolto ai fedeli un invito alla riflessione su tre temi centrali: tradizione, cammino e trascendenza. La tradizione, infatti, non è un passo indietro, ma un ponte verso l’avvenire.

Ogni pellegrinaggio, come ogni processione, rappresentano anche un cammino interiore, un modo per riscoprire sé stessi. E la trascendenza, infine, ci ricorda che “la nostra patria è nei cieli e c’è sempre una speranza futura”. Tra i presenti, oltre ai fedeli e connazionali locali, anche rappresentanti del Comune di Muggia e della CI di Parenzo, accolti dal presidente del sodalizio isolano, Michele Fatigato che ha sottolineato come il recupero delle tradizioni rappresenti un elemento importante della memoria collettiva locale. In chiesa sono stati esposti anche il reliquiario di San Mauro e due antichi stendardi portati un tempo in processione, uno raffigurante il Santo e l’altro la colomba bianca su sfondo azzurro, simbolo della pace e della protezione divina sulla città. Secondo la leggenda, infatti, per allontanare definitivamente la minaccia genovese il Santo inviò una colomba bianca verso il mare aperto. I Genovesi, convinti che l’uccello li stesse guidando verso terra, lo seguirono, finendo invece in bocca alle navi veneziane che li annientarono. La colomba tornò poi in città portando nel becco un ramoscello d’ulivo, segno di vittoria e di pace. Il secondo momento della celebrazione si è svolto nella chiesa di Santa Maria d’Alieto, dove l’ensemble di Massimo Favento ha eseguito “Le ultime sette parole di Cristo sulla croce” di Joseph Haydn. Sette composizioni, scritte originariamente nel 1787 per il Venerdì santo, che ripercorrono le frasi pronunciate da Gesù durante la Passione, commentate teologicamente da mons. Bizjak. “Il perdono”, ha ricordato, “è la chiave della vita. Non si ottiene pace con la giustizia, ma con la misericordia”. Il concerto si è concluso con la sacra benedizione delle candele, distribuite poi ai presenti. La festa si è trasferita poi a Palazzo Manzioli con un momento conviviale curato da Biagio Conte della società Wyyn, che ha guidato una degustazione di vini italiani, dalla Toscana alla Sicilia, dal Lazio al Piemonte, accompagnata dai produttori che hanno illustrato la loro offerta. Nonostante la pioggia e l’assenza della processione, la giornata dedicata a San Mauro ha restituito alla città un frammento importante della sua identità. Il desiderio di rinnovare la festa, di farla tornare nelle strade e tra la gente, mostra che la cultura di un luogo risiede sì nei libri e nei monumenti, ma anche nelle gesta che si tramandano.

Foto AIA
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