CapodistriaToponomastica, reale frammento di memoria

Alla tavola rotonda ospitata al Gravisi analizzato il quadro transfrontaliero, nonché sottolineati i vent’anni d’attività del Centro italiano «Carlo Combi»Toponomastica, reale frammento di memoria

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CapodistriaToponomastica, reale frammento di memoria
La tavola dei relatori. Foto AIA

Alla tavola rotonda dedicata alla toponomastica e all’odonomastica delle minoranze linguistiche, organizzata ieri dal Centro Italiano “Carlo Combi” a Palazzo Gravisi-Buttorai, in collaborazione con le CAN di Capodistria e Costiera, si è discusso in merito al valore dei nomi. Non sono semplici etichette ma frammenti di memoria capaci di definire un territorio, di creare un filo continuo tra passato e presente per le comunità che lo abitano e di mantenere insieme le molteplici stratificazioni della storia. Kristjan Knez, direttore del “Combi”, ha ricordato come la cura dei toponimi non sia un’operazione revanscista, bensì un atto culturale e civile, capace di rendere leggibile la complessità di una “terra plurale, posta in una zona che è cerniera e faglia”. Proprio il Centro “Combi”, che ha scelto l’occasione anche per celebrare i suoi vent’anni di attività, testimonia questa missione. Nonostante risorse limitate e un organico di appena tre persone, ha saputo costruire progetti solidi, una rete di collaborazioni internazionali e iniziative che hanno diffuso conoscenza e consapevolezza. Ne sono esempi le mostre, i convegni, gli incontri con le scuole, le ricerche documentarie e gli studi condotti su fonti di prima mano, in un contesto in cui “molti parlano di storia ma pochi si assumono l’onere di verificarla negli archivi”. In questa prospettiva, Knez ha richiamato i casi recenti che hanno riguardato la toponomastica storica di Capodistria e Pirano: vicende che non hanno investito soltanto la CNI, ma l’intera comunità cittadina, poiché gli odonimi raccontano storie condivise e devono essere considerati in tutto il loro valore. Gli interventi degli ospiti sono stati preceduti dai saluti istituzionali del sindaco di Capodistria, Aleš Bržan – che ha consegnato a Knez una Targa di riconoscimento per i vent’anni del Centro – del deputato della CNI al Parlamento sloveno, Felice Ziza, del presidente della CAN Costiera, Alberto Scheriani e del presidente dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul.

La tavola rotonda, condotta dalla giornalista Martina Vocci, ha voluto delineare in primis un affresco europeo della questione. La geografa trentina Elena Dai Prà ha illustrato il ruolo delle istituzioni sovranazionali, a partire dall’UNGEGN dell’ONU, nel promuovere criteri condivisi per l’uso dei nomi geografici, richiamando l’importanza delle fonti storiche e dell’ascolto delle comunità locali, soprattutto nei territori plurilingui. Ha mostrato come il tema dei toponimi identitari sia oggi centrale anche in Italia, dove la tutela delle minoranze storiche presenta forti disomogeneità regionali e dove in più occasioni è stata avanzata la richiesta di un organismo che possa garantire applicazione e coerenza.

Il giurista udinese Guglielmo Cevolin ha affrontato la questione dal punto di vista dei diritti linguistici, collegandola all’esperienza catalana e a quella rete mondiale che da anni lavora per il riconoscimento dei diritti collettivi dei popoli. Ha insistito sul dovere di preservare ogni lingua come patrimonio culturale. “Si tratta di un miracolo evocativo di arte e cultura”, ha detto ribadendo il ruolo delle comunità dei parlanti nella sopravvivenza delle lingue minoritarie.

Gli interventi successivi si sono invece concentrati su alcuni esempi specifici dell’area adriatica. Damian Fischer, presidente della Commissione per la toponomastica del Comune di Capodistria, ha ripercorso il complesso iter che ha accompagnato il ripristino delle targhe con gli odonimi storici in città, segnato da burocrazia, tensioni, prese di posizione, assurde richieste di traduzione e, infine, scelte simboliche come quella di voltare le targhe nell’agosto del 2024. Ciò che ha personalmente dedotto dalla faccenda è che l’odonomastica rappresenti un processo dinamico, capace di agire a diretto contatto con la cittadinanza, la storia, la memoria collettiva. Knez, nel suo secondo contributo, dedicato alle targhe di Pirano e all’attuale richiesta di rimozione, ha ricostruito vent’anni di studi e battaglie per il riconoscimento degli odonimi storici, mostrando come paure infondate e timori identitari di una Nazione appena nata, abbiano ostacolato un processo che mira semplicemente a restituire alla città la sua storia.

Il sociologo Devan Jagodic, ha poi descritto il progetto di valorizzazione dei microtoponimi sloveni di Barcola, testimonianza di un’eredità conservata per decenni soltanto grazie alla trasmissione orale. Il ripristino di quei nomi, oggi incisi nella pietra, è diventato uno strumento di coesione in un territorio che sta rapidamente cambiando volto. Dalla sponda quarnerina, il presidente della Comunità degli Italiani di Fiume, Enea Dessardo ha presentato la situazione della sua città, ricordando come il passato “scomodo” – talvolta per gli italiani, talvolta per gli jugoslavi, talvolta per i croati – abbia sempre creato difficoltà a confrontarsi apertamente con la storia plurilingue. I cartelli con gli odonimi storici sono qui diventati una forma di bilinguismo soft, più accettabile sul piano politico rispetto a un bilinguismo effettivo. Sono state così scelte delle tabelle che elencano gli odonimi storici nelle loro versioni nel tempo, indicando con precisione le date dei cambiamenti, le quali forniscono una “ricostruzione stratigrafica profonda” che mette a nudo le trasformazioni della città. La mattinata si è infine chiusa con l’intervento dello storico Rino Cigui, che ha rievocato il processo di revisione della toponomastica nel Buiese, nella zona di Verteneglio e di Umago negli anni Novanta. Un momento complesso in cui si cercò di conciliare memoria storica, direttive statali, esigenze urbanistiche e sensibilità locali, in cui a volte ebbe la meglio la popolazione, altre volte la volontà dei singoli, come accadde per la via del Commercio che gli umaghesi avrebbero voluto ri-nominare via della Madonna. La discussione che ne è seguita ha ribadito ciò che era chiaro fin dall’inizio: la toponomastica, nei territori plurali come quello istriano, non è mai una questione neutra. Un nome restituito, un nome inventato o un nome tolto non sono dettagli, ma atti che modellano la città e la vita dei suoi cittadini.

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