Capodistria. Storia e architettura in mostra al museo

Un tuffo nel passato per ricordare lo sviluppo della città, il suo patrimonio minacciato dal progresso

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Capodistria. Storia e architettura in mostra al museo
Le curatrici della mostra. Foto AIA

È stata inaugurata, al Museo Regionale, la seconda parte della mostra “Capodistria tra il campanile e le gru: tracce architettoniche dei cambiamenti sociali”, dedicata al patrimonio architettonico nato nei periodi più complessi della storia cittadina. Curata da Neža Čebron Lipovec, Roberta Vincoletto, Nada Čibej, Meliha Fajić e Vesna Pajić, l’esposizione si costruisce su foto, mappe, modelli tridimensionale e pannelli esplicativi accuratamente bilingui. La riflessione si concentra sull’architettura moderna del Novecento, quando un approccio razionale rispose alle sfide della modernizzazione e dell’industrializzazione. Dopo le devastazioni delle guerre mondiali, infatti, si consolidò l’idea che l’architettura potesse contribuire al progresso sociale e Capodistria fu partecipe di questi grandi cambiamenti. Dopo la Prima guerra mondiale, con l’annessione all’Italia, il regime fascista realizzò opere come la bonifica delle saline e la costruzione dell’acquedotto, modificando il tessuto urbano e avviando nuovi progetti edilizi. Nel periodo della Zona B del Territorio Libero di Trieste (1947-54), Edvard Ravnikar promosse una pianificazione regionale, mentre dopo l’annessione alla Jugoslavia (1954-57) vennero elaborati nuovi progetti urbanistici da Nikolaj Bežek. Tra il 1957 e il 1967 Edo Mihevc influenzò profondamente e in modo indelebile l’immagine della città. Dagli anni Settanta, l’attenzione si spostò sulla tutela del centro storico e sui nuovi quartieri residenziali in periferia. “Oggi questa architettura modella il nostro spazio” ha dichiarato Čebron Lipovec, sottolineando come tutto ciò abbia determinato parte della storia personale di ciascuno. La curatrice ha poi evidenziato i 4 valori dell’architettura moderna in Istria: ecologico, perché il riuso degli edifici è più sostenibile della demolizione; urbanistico, per l’attenzione agli spazi pubblici; culturale e storico, perché racconta tanto l’esodo del 92 % della popolazione italiana e l’arrivo di nuovi abitanti dalla Jugoslavia; e, infine, sociale, poiché rappresenta i luoghi in cui la cittadinanza ha preso forma. Durante il suo intervento, ha mostrato anche un esperimento controfattuale realizzato con l’intelligenza artificiale, alla quale è stato chiesto di immaginare come sarebbe Capodistria se fosse stata assegnata all’Italia. Le immagini non giudicano la storia, ma stimolano una riflessione sulle scelte storiche, politiche ed economiche che hanno formato la città. A questo, comunque, va aggiunto come in Italia il boom economico degli anni ‘60 portò trasformazioni non sempre virtuose nei contesti urbani e rururbani, ed è quindi impossibile stabilire come sarebbe andata. Lo scopo che la mostra si pone, quindi, non è decretare se la città sia “bella o brutta”, ma coinvolgere chiunque vi si senta a casa e la riconosca come parte della propria memoria. Per questo i cittadini possono ancora contribuire attivamente a alimentare i contenuti con le proprie esperienze anche online, scrivendo all’apposito sito. L’esposizione è accompagnata da conferenze, visite guidate e incontri sul patrimonio architettonico del XX e XXI secolo, e rimarrà allestita fino al 3 maggio.

Neza Cebron Lipovec durante l’inaugurazione. Foto AIA
La mostra presso il Museo di Capodistria. Foto AIA

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