L’uscita dell’edizione slovena di “Elias Portolu” di Grazia Deledda è stata l’occasione, a Palazzo Gravisi Buttorai, per parlare di traduzione. La presentazione, organizzata dalla CAN Costiera, ha messo in luce l’importanza del lavoro di trasposizione di un testo da una lingua a un’altra: si tratta di traduzione, interpretazione ma anche di viaggio, esplorazione e scoperta. “Elias Portolu”, pubblicato per la prima volta nel 1900 sulla Nuova Antologia e poi in volume nel 1903, è uscito nel 2025 in Slovenia per la casa editrice Beletrina. Il traduttore Vasja Bratina è stato accolto dal segretario della CAN Costiera, Andrea Bartole, e ha poi dialogato con la giornalista Martina Vocci. Lei ha posto le domande in italiano, lui ha scelto di replicare in sloveno, «così da rendere più complesse le risposte», ha detto sorridendo. Le sue parole sono state quindi tradotte dall’interprete Chiara Vianello. Vocci ha ricordato come «i traduttori siano fondamentali nei territori di frontiera: ci permettono di entrare in mondi altri e, allo stesso tempo, di contrabbandare la cultura oltre i confini». Bratina ha raccontato di essere approdato alla traduzione seguendo un percorso poco lineare, ma graduale. In gioventù ha studiato ingegneria, per poi dedicarsi alla psicologia del lavoro e alla psicoterapia. È stato proprio l’interesse per la mente umana a condurlo alla traduzione di testi specialistici e successivamente alla critica letteraria. Da lì, passo dopo passo, ha intrapreso la strada della traduzione di romanzi. Ha tradotto autori di qualità: italiani come Claudio Magris, Umberto Eco e Natalia Ginzburg, britannici come Bruce Chatwin e mostarini come Predrag Matvejević, che scriveva in croato ma anche in francese e in italiano. Per Bratina il compito del traduttore è un po’ quello di fungere da anello di congiunzione tra “mondi linguistici”: non si tratta solo di trasferire parole da un idioma all’altro, ma di trasportare popoli, costumi, dialetti e culture da una mente all’altra. Per dare la completezza di un testo a un popolo “nuovo” bisogna saper trasmettere anche i dettagli nascosti e trovare il punto di incontro tra gli immaginari. Un lavoro che ha, in qualche modo, anche una dimensione etica: «L’odio nasce dall’ignoranza. Tradurre significa contrastarlo attraverso la conoscenza reciproca» ha dichiarato.
Il legame di Bratina con la letteratura sarda risale al 2017, anno in cui si è confrontato con la traduzione di “Fiamme di Toledo” dell’antropologo e scrittore Giulio Angioni – autore, per altro, anche di un romanzo ambientato a Trieste. L’opera lo ha portato a un intenso lavoro di studio sulla storia dell’isola, sui suoi sistemi sociali tradizionali e sulle tracce lasciate dal dominio spagnolo. Proprio attraverso Angioni ha scoperto l’universo narrativo di Deledda, che da subito lo ha attirato per la sua complessità. “Elias Portolu” rappresenta il momento in cui la scrittrice, trasferitasi a Roma, consolidò la sua identità professionale. Aveva solo 28 anni quando scrisse queste pagine, eppure il romanzo sembra appartenere a un’anima antica, matura, capace di indagare l’animo femminile al pari di quello maschile. Alla domanda sul perché il pubblico sloveno dovrebbe leggere questo romanzo, Bratina ha sottolineato le affinità tra i due mondi. La Sardegna di Deledda è un’isola un po’ chiusa, fortemente cattolica, con cicli del tempo che si ripetono. Anche la Slovenia rurale viveva, e forse vive, in modo simile. I dilemmi morali, ha aggiunto, sono gli stessi e uno sloveno dell’epoca avrebbe potuto scrivere lo stesso romanzo. L’intreccio del romanzo, la tormentata storia del protagonista innamorato della promessa sposa del fratello, è, secondo il traduttore, un esempio di come Deledda sia riuscita a trasformare un dramma sardo in un dilemma universale: «Quando Elias si innamora, sappiamo subito che non potrà finire bene. Ma è interessante vedere il modo con cui Deledda complica le cose, che potrebbe appartenere a ogni luogo del mondo». Proprio come era accaduto nel lavoro su Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, anche in questo caso Bratina ha riconosciuto quella capacità di toccare qualcosa di umano, al di là delle specificità geografiche o linguistiche. Ed è forse questo il filo che lega tutte le sue scelte di traduzione, il cercare testi che parlino in primis al sé e poi a tutti. In altre parole, cerca le cose universali.
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