Aveva solo 34 anni quando fu ucciso, tra Crassiza e Grisignana, Francesco Bonifacio, sacerdote umile e buono, nato nel 1912 a Pirano. La sua vita breve e il suo martirio, avvenuto nel clima torbido del secondo dopoguerra, continuano a interrogare gli storici, le comunità locali e la Chiesa, non soltanto per le circostanze della morte, ma per il significato della sua testimonianza. In occasione dell’80esimo anniversario dalla sua scomparsa, a Palazzo Gravisi-Buttorai è stato presentato il volume di Mario Ravalico, “Francesco Bonifacio. Vita e martirio di un uomo di Dio”. Il libro, edito da Ares nel 2025 in collaborazione con l’IRCI, corredato dalla prefazione di monsignor Enrico Trevisi, dall’introduzione dello storico Roberto Spazzali e da un’appendice di mappe e foto, è stato al centro martedì sera di un dialogo tra l’autore e Kristjan Knez, direttore del Centro Italiano “Carlo Combi” di Capodistria. Numerose le autorità civili e religiose presenti tra il pubblico, al quale sono stati rivolti i saluti istituzionali del parroco di Capodistria, don Primož Krečič, del presidente della CI “Santorio Santorio”, Mario Steffè, del presidente della CAN di Pirano, Andrea Bartole e del nipote del beato istriano, Gianfranco Bonifacio.
L’opera di Ravalico, che si colloca in coda ad altre sue pubblicazioni sul tema, si distingue per il metodo: niente ricostruzioni romanzate, nessun uso ideologico della storia, ma un lavoro paziente sulle fonti, sulle testimonianze orali, sui documenti d’archivio disponibili. Come ha sottolineato Knez, a dispetto della trama intricata non si è di fronte a un “romanzo giallo”, bensì a una storia vera, complessa, fatta di omissioni, reticenze e colpi di scena che appartengono alla realtà di questi territori. Capodistria non è stata solo la sede scelta per la presentazione, ma un luogo fondamentale nella vita di don Francesco Bonifacio. La città, ha ricordato Ravalico, fu per lui “un po’ casa”: qui trascorse oltre dieci anni di formazione, celebrò le sue prime messe, maturò la sua spiritualità e molte relazioni.
A testimonianza di ciò vi è anche il breviario che ricevette nel 1936, in occasione della sua ordinazione sacerdotale in cui, nella prima pagina, si trovano le firme e l’augurio di 35 giovani, italiani, sloveni e croati. Il nuovo volume, di circa 250 pagine, è articolato in cinque capitoli, i cui primi tre vanno dalla vita e spiritualità del giovane Bonifacio sino agli anni del ministero e del martirio, dall’oblio calato per decenni sulla sua uccisione fino al processo di beatificazione, concluso nel 2008 a Trieste. Il quarto capitolo è dedicato alle notizie – o all’assenza di tali – sull’assassinio del 12 settembre 1946 e sull’occultamento del corpo, il cui luogo di sepoltura resta tuttora sconosciuto, mentre il capitolo conclusivo si interroga sull’eredità del suo messaggio.

Spazzali, nell’introduzione, riconosce a Ravalico di essersi incamminato “sul difficile sentiero della verità” con fermezza e misura, sine ira et studio, senza giudizi sommari e con una pietas che si estende persino verso i carnefici e verso chi, ancora oggi, trattiene informazioni per paura, per vergogna o per una sorta di fedeltà al passato. Per anni, la narrazione sull’assassinio è stata inserita in una lettura semplicistica che attribuiva la responsabilità agli “s’ciavi”. I protagonisti delle azioni contro don Francesco furono invece per la maggior parte suoi connazionali, nomi noti, incastrati nelle dinamiche ideologiche e politiche del tempo. Don Bonifacio era da questi visto come una minaccia per il suo ruolo di guida spirituale e per l’influenza che esercitava soprattutto sui giovani, in una fase in cui il nuovo potere cercava di consolidare il proprio controllo, anche tramite la marginalizzazione della Chiesa cattolica.
Ravalico ha ribadito che all’uccisione non assistette nessuno, se non gli esecutori; tutti gli altri hanno “sentito dire” e molti segreti sono stati portati nella tomba. Le indagini, proseguite a salti – alcune sono state avviate grazie a una legge croata del 2011 sulle vittime del regime – hanno prodotto piste, ipotesi, verifiche sul terreno, ma nessuna certezza definitiva sul luogo della sepoltura. Tra boschi, cimiteri e cavità carsiche, le ipotesi sono state vagliate una a una, con il coinvolgimento delle autorità croate e della diplomazia italiana. Ma il mistero resta e, forse, proprio questo rende la vicenda di Bonifacio emblematica di una storia più ampia, segnata dalla violenza, dalla volontà di cancellare le tracce e dalla successiva ricerca di riconciliazione. Si potrebbe dire che il silenzio che si voleva imporre con l’occultamento del corpo ha prodotto l’effetto opposto, rendendo la storia più resistente all’oblio. L’assenza di una tomba ha fatto sì che don Bonifacio non appartenesse a un solo luogo, ma a una memoria più ampia e condivisa dell’Istria, che attraversa Crassiza, Pirano, Capodistria e Trieste e che si materializza in un sentiero del pellegrinaggio già percorso da alcuni gruppi dell’Azione Cattolica. Il 2026 segna l’80esimo anniversario della morte di don Francesco Bonifacio e, in questi luoghi, nei prossimi mesi si terranno ulteriori momenti di approfondimento.

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