Capodistria. Carnevale istriano, in mostra la tradizione

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Capodistria. Carnevale istriano, in mostra la tradizione
Nada Cibej, Deborah Rogoznica, Tina Novak Pucer e Mateja Kakez. Foto AIA

Il Carnevale richiama il concetto di limine, come se si trattasse di una soglia temporale in cui l’ordine sociale viene intenzionalmente sospeso. Le gerarchie si capovolgono, le identità si confondono, le norme vengono infrante entro confini rituali precisi: si tratta di un caos regolato, atto non a distruggere ma a rendere visibili le normali convenzioni. “La maschera nasconde il volto, ma spesso rivela la verità”, ha osservato Tina Novak Pucer, etnografa e tra le curatrici della mostra “Il Carnevale – ultimo giro di danze prima della Quaresima. La tradizione del Carnevale in Istria e sui colli Birchini”. L’esposizione, che comprende pannelli con testi e foto storiche, sarà ospitata sino al 2 marzo alla Loggia vecchia di Capodistria. L’intento è quello di mostrare al pubblico la ricchezza storica del Carnevale locale, riconosciuto anche dal Registro nazionale del patrimonio culturale immateriale. All’inaugurazione di ieri, martedì, assieme alla direttrice dell’Archivio regionale Nada Čibej e alla sopracitata Novak Pucer, erano presenti anche le altre due curatrici: la storica Deborah Rogoznica e l’etnografa Mateja Kakež. “Presso l’Archivio mi sono imbattuta in documenti storici, come i regolamenti sulle maschere a Capodistria, che mi sembravano molto interessanti per il pubblico”, ha spiegato Rogoznica. “Coinvolgere il Museo regionale era fondamentale: loro conservano immagini e oggetti che permettono di offrire una visione più ampia. Il dialogo tra l’approccio metodologico storico ed etnologico porta a risultati più proficui”, ha aggiunto. Il mondo alla rovescia, che prende forma nei giorni che precedono la Quaresima, affonda le sue radici in epoche precristiane, nei riti di passaggio e nelle pratiche magiche legate alla fertilità dei campi e al ritorno della luce dopo l’inverno. Con l’avvento del Cristianesimo tali usanze non scomparvero, ma furono assorbite e riorganizzate. Il Carnevale divenne l’ultimo spazio concesso all’eccesso prima del tempo della penitenza. In Istria, la tradizione carnevalesca mostrava un duplice volto. Nelle città costiere dell’Istria nordoccidentale, Capodistria, Isola e Pirano, la ricorrenza è storicamente legata all’influenza veneziana. Già negli statuti medievali, come quello di Isola del 1360 e di Capodistria del 1423, il carnivium viene citato persino in relazione ai lavori agricoli obbligatori. Durante il dominio della Serenissima, le autorità finanziavano feste danzanti e spettacoli teatrali, culminanti nel ballo del Giovedì grasso patrocinato dal podestà. Con l’evoluzione del teatro, tra Cinque e Seicento, si affermò la commedia dell’arte, caratterizzata da maschere e personaggi stilizzati come Arlecchino, Brighella, Colombina e Pantalone. Nel Settecento fece poi la sua comparsa anche el Piranese: un uomo sgraziato, vestito di abiti rattoppati, con un cesto colmo di pane, carni, frutta essiccata sulle spalle e un fiascone di refosco in mano, pronto a offrire cibo e vino ai passanti come ultimo omaggio prima del digiuno. Nelle campagne dell’entroterra, invece, il Carnevale conservava una dimensione più arcaica e corporea. Le “mačkare” istriane non cercavano certo di essere eleganti, quanto piuttosto di avere impatto: abiti consunti, pelli animali, fuliggine sul volto, campanelli, rumore e disordine. Il mascheramento era affidato soprattutto ai giovani non sposati e assumeva il valore di un rito di passaggio, capace di ribadire ruoli sociali, età e genere. Le maschere tradizionali si dividevano in “buone” e “cattive” e la regola fondamentale era una sola: non farsi riconoscere. Il Carnevale culminava nel martedì grasso, dove le uova, le salsicce e il vino raccolti durante la questua diventavano occasione per grandi banchetti, rafforzando i legami sociali. Tra le espressioni più antiche ci sono gli “škoromati” della Birchinia, maschere di origine precristiana documentate già nel XIV secolo. Il “kleščar” con la sua tenaglia, lo “zvončar” con i campanacci, il “pepeluhar” che sparge cenere e gli “zeleni” ricoperti di flora, incarnavano il legame ancestrale tra uomo, natura e ciclo delle stagioni. Dopo la Seconda guerra mondiale le città costiere, che videro un forte rimescolamento di popolazione dopo l’esodo della componente italiana, adottarono sfilate di Carnevale cui partecipavano sia cittadini sia contadini. Nonostante la modernizzazione, in Istria si sono mantenute regole chiare sul mascheramento e sui cortei rituali: una tradizione collettiva e divertente ma anche occasione di critica sociale.

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