Angelo Floramo, scrittore e storico, ricorda di esser stato bambino, viaggiava col padre dal Friuli verso un villaggio del Carso sloveno. Al loro arrivo, trovarono un gruppo di donne vestite di nero, con le calze, lo scialle e il fazzoletto neri, che offrirono loro pane, sale e grappa. Il pane si doveva spezzare per diventare compagni, il sale serviva a reintegrare la fatica, l’alcol ad aumentare la commozione e, nel bambino, la mitopoiesi. Lo stesso rituale, rintracciato da adulto anche in Serbia, in Macedonia, in Siberia, è uno dei tanti punti di partenza che Floramo ha scelto per scrivere il suo spettacolo “Balkan Tour”, il quale mescola e attraversa le terre tra il Friuli, l’Istria e i Balcani. Lo spettacolo è andato in scena lunedì sera a Capodistria, presso la Sala eventi “San Francesco d’Assisi”, ricalcando il successo già riscosso nelle precedenti tappe friulane. Sul palco, l’Orchestra a plettro “Tita Marzuttini” di Udine e la Mandolinistica Capodistriana, dirette per l’occasione dal maestro Luca Zuliani, hanno accompagnato ogni passaggio del racconto, rendendolo difficile da classificare. Non era una conferenza, né un concerto, ma qualcosa di più simile a un viaggio sentimentale – per citare anche un libro di cui Floramo è autore – con tanti profumi, sapori, tante storie e qualche momento di nostalgia autobiografica. Il percorso proposto corre tra le colline disseminate dall’Istria sino all’Ucraina, dove i morti anticamente venivano seminati nella terra, perché questa non è mai veramente appartenuta ai padroni. Arriva poi alla linea invisibile che divide Occidente e Oriente, che Floramo descrive come un confine olfattivo. È, secondo lui, il profumo diverso che sale dalla griglia alle sei e mezza di mattina a distinguere l’Europa del maiale da quella dell’agnello. C’è poi anche una frontiera che si beve, quella che divide il continente della birra da quello del vino. Scendendo verso il mare, si trova la malvasia, che sa di pietraia e di macchia mediterranea, che collega i popoli dalla Grecia sino a Venezia. Il racconto si è preso carico anche delle ombre di queste terre. Tante storie d’amore rinnegate e negate, come quella che nacque già finita in un roseto, tra Emina e il poeta Aleksa Šantić. Dai treni degli Ustascia che deportavano a Jasenovac serbi, ebrei, rom e oppositori politici, sino alla Bosnia degli anni ‘90, con la biblioteca di Sarajevo in fiamme, i ponti di Mostar fatti saltare in aria, le primavere soffocate. Floramo lascia spazio anche alla resistenza e alla rinascita. Oggi, un gruppo di “donne di Bosnia” (non serbe, non croate, non bosniacche) produce marmellate di lamponi. “Si sono accorte che le ferite nelle loro anime erano identiche, tanto identiche da far cadere ogni distinzione. Quando le vai a trovare ti offrono una ricottina fresca con i loro lamponi e ti dicono: assaggia, quanto è buona la pace”, ha raccontato. Alla fine dello spettacolo, l’autore si è riavvicinato a Capodistria, una città che è come una conchiglia. La si può corteggiare dal mare o dalla terra, come regina malinconica dell’alto Adriatico o come distesa di vigne, campi e ulivi. Chi la conosce sa che è entrambe le cose e, come chi la abita, ha tante radici. Floramo ha trovato quella che lega il Friuli all’Istria: sono civiltà che hanno sempre saputo che chi ha poco deve farselo bastare, deve dare a chi non ha niente, deve dividere il pane.


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