Ancarano. Dal battito dei versi all’onda del suono

Le connazionali Flego e Bogliun all’incontro culturale istriano

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Ancarano. Dal battito dei versi all’onda del suono
Urbic, Bogliun, Flego, Razpotnik e Obed Foto AIA

“Il battito delle parole, l’onda del suono” ha portato a declamare versi di generazioni a confronto. L’ottava serata della “Poesia adriatica” ha riunito all’ex Convento di Ancarano (oggi rinomato albergo) le poetesse connazionali Isabella Flego e Loredana Bogliun, affiancate da Pero Srce, Veronika Razpotnik e Zlatka Obed. Dopo i saluti in rappresentanza dei promotori, giunti della vicesindaca CNI della municipalità di Ancarano, Martina Angelini, da Luana Malec direttrice della Biblioteca “S. Vilhar” di Capodistria e dall’ideatore delle serate, il poeta Edelman Jurinčič, la moderatrice Irena Urbič ha sottolineato le diverse forme letterarie dove “rime o parole in libertà” lasciano trasparire un vissuto di radici che si rifà a territorio e famiglia ancorate all’Istria, al suo sconfinato multiculturalismo e allo spessore d’animo.

Ponte tra lingue, persone e popoli, lasciarsi toccare dalla distesa di versi per incontrare la bellezza delle emozioni che restano, è un progetto culturale istriano per inneggiare a una società senza barriere. Svariato ventaglio di sfumature tematiche, questa particolare collocazione della “poesia della terra di frontiera” lascia intendere velate connotazioni storico geografiche mai politicamente appesantite. L’anima errante di Pero Srce ha trasceso un’avanguardia istriana che “costruisce” la poesia. Il suo “fare” in parole e di fatto, ha proposto in trio costruzioni strutturali che lacerano e contrastano l’autorità nella semplicità di gesti e oggettistica rurale. Zlatka Obed attinge a basiche “acqua e pane” per dipingere spazi di contemplazione interiore del senso della vita, mentre Veronika Razpotnik porta nei versi una biochimica trainante senza freni, marcata macro-metafora del raccontare l’attualità comune per fissare l’attimo attraverso l’intimità familiare.

Versi o prosa, Isabella Flego, tra l’altro presidente dell’Associazione per le pari opportunità POEM, tiene salde le redini poetiche nell’eterna ricerca del momento interiore di storie vissute, dal luogo natio Arsia all’affermazione in vari campi a Capodistria. “In un mondo che colloca la poesia alla stregua di un petalo gettato nel pozzo, oggi non c’è rispetto né empatia per gli scritti che mai sortiranno echi in vana attesa”. Dai sinceri sentimenti di esperienze di vita e famiglia agli adriatici “Ciotoli” mossi dal mare, la Flego, “Con nuovo fare”, veste la sua vena di nuova lena all’incessante ricerca di sublimi parole. Insignita di vari premi letterari, da rilevare pure l’ultimo della serie riferito al racconto prosaico che parla di “anziani, gabbiani e solitudine”. Nel trittico di letture, ad attestarne le doti lessicografiche ricercate, pure “Moribonda lingua materna fuori dai confini”, lo sventrare del nostro sapere culturale che volge in un declino a perdere. Nei contesti linguistici istriani il dialetto dignanese, invece, dà un imprinting all’opera poetica di Loredana Bogliun che, grazie all’antico idioma autoctono istrioto (tradotto nelle letture anche in italiano e sloveno) attinge al pre-veneto di vocaboli per modellare l’Istria. Tormentata regione definita da Pasolini “l’Italia non italiana”, l’arcaico istroromanzo è per lei specchio del disfacimento che in evocazione profuma d’altri tempi. Fresco di stampa della Casa editrice “Libris” di Capodistria, la Bogliun ha portato in anteprima “Me paro la madona”. Non ancora presentato al pubblico, questo documento storico-letterario di connotazioni epico-demografiche è l’ultima fatica che scivola nel vissuto profondo interiore, grazie al trasposto in volgare che ferma andati istanti. “Doppio dono per chi scrive e ascolta”, così la Bogliun, “la poesia ha il potere di farci entrare in dimensioni senza tempo del prima e adesso”. Acclama in “Dignan l’onda” questa figlia della terra nuda, con “Poeseia” omaggia in favela la creazione che zittisce le parole. La terza scelta di serata proprio “Me paro la madona”, titolo del volume, che rasenta la dichiarazione poetica di non verità “solo le donne piangano lacrime sante”. Sincero raffronto di generi, a gemere la rovina della terra e l’abbandono dei paesi, gli “uomini di pannocchia” come il padre celano abbondanti lacrime che grondano tra i campi, nel silenzio sommesso. L’appuntamento “Il battito delle parole, l’onda del suono” è vissuto pure su canti popolari della tradizione dialettale proposti da Maja Bjelica e Katarina Kljun. Le Muze Fuze, il duo dell’Associazione “Muzofil” di Portorose, ha inneggiato ai cicli di vita in particolare dell’entroterra istriano.

Istituita dall’Unesco nel 1999, la Giornata Mondiale della Poesia ricorre il 21 marzo, eppure serate come questa ad Ancarano tendono a rammentarci che per celebrare il genere in forma d’arte, ogni giorno qualunque può rappresentare un nuovo inizio di parole che lasceranno il segno, perché la poesia è, e rimane, dialogo tra culture.

Le connazionali Bogliun e Flego
Foto AIA

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