Quella differenza che solitamente si interpone tra artisti e artigiani, con gli orefici decade. Essi sono, al contempo, entrambe le cose. Muovono le mani la precisione di chi conosce il metallo, il fuoco e le leghe, mentre cercano di trasformare la materia in qualcosa che abbia significato e che sia bello, che si possa usare e tramandare di collo in collo, di polso in polso. Renato Chicco, ospite giovedì sera a Palazzo Manzioli ne è un esempio, poiché da decenni, oltre ad avere un laboratorio d’autore in centro a Trieste, partecipa a mostre e esposizioni in tutto il mondo. L’incontro, presentato dalla coordinatrice culturale Kim Jakopič e dalla collaboratrice professionale della CAN di Isola Martina Gamboz, ha visto tra il pubblico anche autorità e rappresentanti della CNI. Quelle che Chicco ha raccontato sono la storia di un mestiere e la storia di un uomo che ha forgiato la propria carriera pezzo per pezzo, con pazienza, con tecnica e con un po’ di fortuna. Nato a Trieste nel 1952, figlio di padre isolano e marinaio, cresciuto lontano dalle radici istriane della sua famiglia, divisa dall’esodo e dispersa tra Lazio, Liguria e Friuli. È stata una grande mancanza, quella dei nonni, che ha determinato un rapporto ambiguo con Isola. La città, a lungo, ha rappresentato qualcosa di doloroso: “Ci ho messo decenni per superare questa perdita”, ha raccontato durante la serata. Ha studiato all’attuale Liceo Artistico di Trieste e poi si è indirizzato verso gli studi e la professione di architetto. In questo periodo, nei ritagli di tempo, Chicco ha scoperto l’oreficeria in modo autonomo, in un piccolo laboratorio affittato a Trieste, nella zona di piazza Cavana. Per anni ha mantenuto il doppio lavoro, costruendo una clientela fatta di amici, poi di passaparola, poi di una borghesia triestina che nel suo laboratorio trovava oggetti originali e non replicati. Gli anni Novanta hanno rappresentato un decennio straordinario, dedicato alle produzione ma anche alle mostre internazionali, come quelle di Palazzo Grassi a Venezia o delle Scuderie di Miramare a Trieste. Doveva creare gioielli ispirati alle civiltà che quelle esposizioni raccontavano, come i Longobardi, i Maya, gli Egizi, gli Etruschi e i Daci. Un lavoro che richiedeva studio storico, tecnica, creatività e capacità di osservare e copiare. Il laboratorio, prima abitato da lui solo, arrivò ad ospitare sette persone e i suoi gioielli artigianali entrarono nei cataloghi e nelle vetrine delle mostre più importanti dell’epoca. Sono state ricordate anche le collaborazioni con la Peggy Guggenheim Collection, con la Casa editrice Elemond-Electa e con altre grandi istituzioni culturali. A queste, si affiancò un impegno intenso con la lista civica di Illy, durante il quale Chicco fu uno dei riferimenti del piano di rigenerazione della città vecchia di Trieste, finanziato dall’Unione Europea. Il progetto. che restituì alla cittadinanza un quartiere degradato, fu anche il modo per esprimere gratitudine verso il luogo in cui Chicco aveva aperto il suo primo laboratorio nel 1975. Durante la serata è intervenuta anche Sandra Kocjančič, artista che con Chicco condivide le radici isolane e una visione comune dell’artigianato come forma di ricerca estetica. La sua gioielleria a intreccio, ovvero composta da collane costruite filo dopo filo come i capi all’uncinetto, rappresenta la voce complementare di un’artista più giovane ma ugualmente capace. Entrambi concordano su un punto: il valore dell’artigianato non dipende dalla velocità, ma dal tempo che contiene. La serata si è conclusa con una mostra temporanea delle loro opere, un brindisi con i vini della famiglia Zaro e l’accompagnamento musicale del gruppo Saxes.



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