Verteneglio. «Il nostro Nino poteva essere salvato»

I connazionali Emil Kernjus e Kety Visintin, rispettivamente figlio e nuora del famoso ristoratore istriano deceduto nella notte tra martedì e mercoledì, hanno contattato la nostra redazione per raccontare la loro versione dei fatti

Nino Kernjus nel suo ristorante Astarea di Verteneglio

I familiari della prima presunta vittima di coronavirus in Croazia, i connazionali Emil Kernjus e Kety Visintin, rispettivamente figlio e nuora di Nino Kernjus, deceduto nella notte tra martedì e mercoledì, hanno contattato la nostra redazione per raccontare la loro versione dei fatti.
“Non sapevamo a chi rivolgerci per smentire tutte le storie e di conseguenza i brutti commenti che sono stati fatti in merito a nostro padre e suocero, Nino Kernjus, proprietario del ristorante Astarea di Verteneglio – ci dicono –. Abbiamo chiamato il Comandante della Protezione civile della Regione istriana, Dino Kozlevac, il quale ci ha riferito che le informazioni sono state date dall’Istituto di salute pubblica e che loro non potevano cambiarle. Ma la realtà dei fatti è un’altra – affermano –. Nino, un uomo anziano sì, ma in salute fino a pochi giorni fa, ha iniziato a sentirsi male lunedì mattina. La febbre si aggirava attorno ai 38 gradi e il nostro medico di base di Parenzo ci ha detto di rivolgerci all’epidemiologo di turno a Umago. Abbiamo chiamato subito; la risposta è stata di aspettare un giorno per vedere se le cose sarebbero peggiorate e nel frattempo di fargli assumere un antipiretico. Il giorno dopo la situazione è peggiorata, per cui abbiamo richiamato l’epidemiologo di Umago, il quale ci ha riferito che loro non possono fare niente in questi casi. Il paziente avrebbe dovuto essere trasferito a Pola per fare il tampone. A quel punto non potevamo fare altro che aspettare l’ambulanza. Il medico ci ha detto che sarebbe venuta lo stesso giorno (martedì) verso le ore 10, cioè il giorno successivo alla nostra prima chiamata. Abbiamo preparato Nino per il trasporto, ma verso le 12 ci hanno avvisato telefonicamente che l’ambulanza non sarebbe venuta, bensì che il medico di Umago sarebbe passato a casa per fare il tampone. Poi verso le 14.30 è arrivata un’altra telefonata con la quale siamo stati avvisati che, per mancanza di tempo, tutto veniva rimandato al giorno successivo. Nel corso della notte le condizioni di Nino sono peggiorate rapidamente e i problemi respiratori si sono fatti sempre più acuti. Siamo stati contattati da Alma, la moglie di Nino, che ci ha chiesto di affrettarci, perché la situazione era grave. Abbiamo chiamato il Pronto soccorso facendo presente i nostri timori di un contagio da Covid-19, che avevamo fin dall’inizio e che non avevamo mai nascosto. Ne abbiamo parlato anche ai soccorritori che sono arrivati muniti di tute e mascherine. Al loro arrivo era ormai troppo tardi – proseguono il loro racconto i familiari –. Nino vaneggiava e i tentativi di rianimazione dei soccorritori sono stati vani. Non pensavamo che sarebbe finita così, auspicavamo che una volta attaccato a un respiratore tutto sarebbe andato bene. In questo terribile momento ci tenevamo a raccontare i fatti come realmente accaduti, per evitare ulteriori disagi e commenti basati su dichiarazioni non veritiere”.
I nostri interlocutori fanno presente che per adesso solamente ad Alma è stato fatto il tampone, mentre per i familiari si procederà in seguito al risultato del tampone di Alma e del defunto. “È dura!”, hanno concluso.

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