Una battaglia da vincere restando uniti

Le testimonianza di fiumani e connazionali all'estero

«Ci vogliono sangue freddo e forza mentale»

Alessandra Luzzani e Marco Mula Garcia

Alessandra Luzzani e Marco Mula Garcia, lei italiana di Como e lui spagnolo di Rafal nella provincia di Alicante, vivono da anni ad Amsterdam, dove si sono trasferiti per motivi di lavoro, per poi rimanerci. Vivono quest’emergenza come gran parte delle persone, definendo il coronavirus un “ospite” subdolo e pericolosissimo, del tutto inaspettato.
“Percepiamo questa crisi sanitaria come un attacco da un nemico invisibile. Una guerra combattuta dal divano – raccontano assieme –. Lavoriamo da casa e andiamo al supermercato il meno possibile, una persona alla volta. Abbiamo scelto il completo isolamento e ci sentiamo in qualche modo ‘rassegnati’”. “Io ho un bambino e le scuole sono chiuse – dice Alessandra –, quindi non è semplice conciliare lavoro e figlio in un ambiente limitato. Siamo molto cauti e badiamo a usare i guanti e a lavarci le mani molto spesso. Siamo preoccupati per le nostre famiglie in Spagna e in Italia, anche se per ora nessuno dei nostri familiari o amici ha contratto il virus”. Alla domanda su come l’Olanda abbia affrontato l’emergenza e su quali misure abbia intrapreso, rispondono: “Il Primo ministro olandese ha scelto il semi-lockdown ordinando la chiusura di scuole e ristoranti. I negozi che non offrono beni primari dovrebbero essere chiusi, ma purtroppo non tutti seguono le regole. Vediamo botteghe di ferramenta e giocattoli aperti, i mercati, i ristoranti che invece di chiudere permettono il take away senza rispettare le misure di distanziamento sociale nelle file. La gente continua a lavorare sul posto di lavoro se non può lavorare da remoto. Si può uscire in gruppi di massimo tre persone e si possono avere in casa visite sempre di tre persone, a patto che si rispetti la distanza di sicurezza. La gente fino a poco tempo fa andava in spiaggia e i bambini giocavano tranquillamente al parco. Il premier ha detto che se la gente non rispetterà il metro e mezzo di distanza passerà a misure più drastiche, forse il total lockdown. Pensiamo che il governo olandese sia un po’ troppo sicuro di sé, forse anche avido. Non hanno messo in atto le stesse misure che sono state prese da Italia e Spagna, quindi ne subiremo le conseguenze molto presto. Sappiamo anche che i dati pubblicati sui numeri delle persone che hanno contratto il virus non sono reali”.
A emergenza rientrata, cambierà la loro vita? Alessandra sostiene che “sicuramente assisteremo a un cambio nella società, nella politica e nell’economia, e non soltanto in negativo. Tante cose positive in questi giorni sono state fatte dai governi nel mondo per venire incontro ai Paesi colpiti, in termini di solidarietà, economici e logistici, e sono state fatte in tempi minimi. Quindi, si possono fare! Credo, purtroppo, che quando il virus sarà debellato, la gente tornerà a distruggere il pianeta esattamente come prima e i governi a togliere tutte le regole vantaggiose per i cittadini stabilite in questo periodo”.
Marco è convinto invece che “i livelli di fiducia tra le persone saranno ridotti. Il contatto umano sarà ridotto. Spero che i governi si rendano conto che la completa liberalizzazione e globalizzazione dell’economia non funziona e che alcune aree strategiche devono tornare al governo della proprietà pubblica: sto parlando del sistema sanitario, dell’elettricità e delle risorse idriche e così via”.
Dal punto di vista economico la vedono dura. “Ci vorrà uno sforzo enorme per risalire economicamente. Come minimo 50 anni di debito pubblico per tutti i Paesi che saranno aiutati dalle banche e dall’Unione europea. Noi lavoriamo entrambi per compagnie che operano nei viaggi e nel turismo, quindi c’è una grossa possibilità che perderemo il lavoro. Non possiamo fare molto adesso, se non sperare che non succeda”, affermano.
Infine, un barlume di speranza in quest’era così incerta è dato dalla forza che le persone, volenti o nolenti, riescono a trovare. La nostra coppia di interlocutori ha scoperto di averne tanta, nonostante tutto. “La gioia che un sorriso, un abbraccio, un fiore, possono donare. Cose semplici, ma importantissime”, sono i valori ritrovati. Alla fine suggeriscono a tutti di mantenere sangue freddo e di contare sulla propria forza mentale. “Ce la faremo!”.

«Ho scoperto la forza della resilienza»

Daniela Tich

La connazionale fiumana Daniela Tich, ex alunna della SMSI di Fiume, oggi vive ad Arabba, frazione del comune di Livinallongo del Col di Lana, e uno dei principali centri turistici invernali delle Dolomiti, dove assieme a suo marito Diego porta avanti una minicatena di strutture ricettive, che ora per ovvi motivi, ha dovuto chiudere. Come tutti gli italiani, è chiusa in casa, in quarantena totale, e a farle compagnia, oltre al suo compagno, ci sono le loro tre bimbe Karen, Linda e Sofia. In questo periodo di forzato isolamento, ha scoperto la forza della resilienza.
“È la parola chiave per cercare di vivere al meglio l’emergenza coronavirus – sostiene –. Ci è voluto un po’ di tempo per rendermi conto della gravità della situazione. All’inizio tendevo a sottovalutare il pericolo, ora mi rendo conto che non è una semplice influenza. Cerco di adattarmi in maniera positiva alla situazione che stiamo vivendo. Lo faccio dedicando piu tempo alla famiglia, cucinando piatti nuovi, meditando e praticando yoga. Non mancano gli aperitivi online con le amiche, che in questi momenti sento vicine più che mai. E rifletto, rifletto tanto. La parola resilienza in questi tempi si colma di significato.
Nella valle dolomitica dove vivo io, al momento ci sono pochissimi casi e mi sento fortunata, considerato il gran numero di turisti che settimanalmente soggiornano nel mio albergo e in tutta la zona del Dolomiti Superski. Cambia drasticamente la situazione in altre città del nord Italia, fortemente colpite da un virus che non conosciamo e per il quale al momento non c’è una cura. Inizialmente nel Belpaese sono state intraprese misure restrittive come la chiusura delle scuole e quella di mantenere tra le persone la distanza di un metro nei luoghi pubblici. In seguito, sono stati chiusi gli impianti sciistici e, pochi giorni dopo è seguita la chiusura totale delle attività, escluse quelle di prima necessità. È difficile dire se ci siano stati errori da parte delle autorità governative. Potrei fare delle osservazioni e critiche, ma non lo ritengo opportuno in questo momento. Si può dire con certezza che il problema è stato sottovalutato, ma sono pure convinta che nessuno mai si sarebbe aspettato un’epidemia di queste dimensioni. Nel mio piccolo, ora più che mai mi rendo conto dell’importanza della semplicità, del senso di comunità e del rispetto per la natura e per la vita in tutte le sue forme”.
“Di che cosa ho paura? – si chiede –. Ho paura per i miei genitori a Fiume. Non stanno tanto bene di salute e sono chiusi in casa. Hanno l’aiuto di mia sorella e mio fratello. Ho pure paura per i miei zii, esuli fiumani che vivono a Cremona e Bologna, anche loro in quarantena. Cremona è una delle città più colpite. Che cosa cambierà nel mondo? È difficile dare una risposta. Spero davvero che cambi qualcosa, per dare un senso a questa crisi sanitaria ed economica internazionale. Se usciremo da questa dolorosa esperienza senza avere imparato nulla, sarà una sconfitta per tutti. Dal punto di vista occupazionale la vedo durissima. I delicati equilibri economici sono messi a dura prova. Se le attività sono ferme, l’economia si ferma; un male per le imprese e per i lavoratori. Ci vorrebbe un passo coraggioso da parte dello Stato, una forte iniezione di liquidità, che vada direttamente ai lavoratori e alle imprese”.

«Qui si pensa molto di più ai soldi che alla salute»

Luka Kik

Luka Kik, ex dipendente dell’Edit, vive a Västerhaninge, in Svezia, dove lavora per una grande azienda che si occupa di vendite online di alimentari e prodotti di prima necessità. “La gente è stata presa dal panico e sono giorni che prepariamo pacchi di prodotti che poi vengono consegnati a domicilio. Quella più richiesta è la carta igienica. I negozi però sono comunque aperti e lavorano regolararmente. Gli svedesi sono preoccupati, ma tendono a non rispettare le misure di contenimento. I ristoranti sono aperti, come del resto anche le scuole elementari e gli asili. Chiuse invece le medie superiori. Il motivo? Si reputa che i bambini piccoli siano meno esposti al rischio di contagio rispetto agli adulti. Tuttavia, poco alla volta ci stiamo rendendo conto che non è uno scherzo. Qui si pensa molto ai soldi e poco alla salute. L’economia è al primo posto. A Stoccolma ci sono stati già diversi decessi, ma nonostante ciò c’è ancora troppa indolenza. Visto che non esiste la sanità pubblica, devi pagare ogni visita come minimo 20 euro. Spero che tutto questo menefreghismo si traduca in responsabilità e buon senso quanto prima e che l’incubo coronavirus passi e diventi solo un brutto ricordo”.

«Insieme siamo più forti e ce la possiamo fare»

Manuela Klevisser

La connazionale fiumana Manuela Klevisser, ex alunna del Liceo di Fiume, è situata da parecchi anni, con suo marito Vanja e il figlio Orlando, ad Auckland in Nuova Zelanda, Paese di cui si è perdutamente innamorata per le bellezze della natura e la filosofia di vita degli abitanti. Nonostante la situazione drammatica, toccata al mondo intero, si reputa estremamente grata. “Fortunatamente sia la mia famiglia all’estero, che noi qui, stiamo bene – dice –. Al momento tante persone stanno soffrendo, sia gli ammalati che tutti coloro che stanno lavorando come pazzi per far tornare la vita alla normalità. La Nuova Zelanda è un Paese organizzato, per cui mi sento rincuorata, contenta di avere un posto sicuro nel quale rintanarmi con i miei affetti fino a quando questa crisi non sarà passata”.
“La Nuova Zelanda ha adottato misure forti e immediate – prosegue –. Essendo da noi il virus penetrato più tardi che negli altri Paesi, abbiamo potuto imparare dal resto del mondo e quindi agire per tempo. Il Primo ministro, Jacinda Arden, ha preso subito in mano le redini della situazione, chiudendo le frontiere e permettendo l’entrata nel Paese soltanto ai cittadini neozelandesi. In seguito, dopo l’insorgere della trasmissione locale dei contagi (i primi casi registrati erano stati tutti tra persone giunte o rientrate dall’estero) ha fatto scattare il lockdown e, nell’arco di 48 ore, siamo entrati in quarantena”, racconta.
“Tutto questo è così surreale. Abbiamo visto tanti film con scenari simili, ma non avrei mai pensato potesse succedere nella vita reale. Forse a farmelo credere era stato il mio innato ottimismo, ma non pensavo davvero potesse succedere, e tantomeno in maniera così veloce e a livello globale”.
Che cosa cambierà nel mondo, secondo Manuela, dopo quest’esperienza? “A mio avviso, il concetto di incertezza farà cambiare tutto. Le cose che finora ci davano sicurezza, si sono disintegrate facendoci capire quanto vulnerabili siamo. D’altro canto, è cresciuto il livello di solidarietà e di connessione tra la gente. Secondo me, niente sarà più come prima. Credo che questa situazione porterà la civiltà a contare su nuovi valori, che si rifletteranno su tutti gli aspetti della vita. La cosa che più mi terrorizza è pensare all’eventualità di vedere la mia famiglia soffrire e non poter esserle accanto”.
Sul piano economico Manuela la vede brutta. “Gli effetti di questa pandemia si fanno già sentire e parlando con tanti piccoli imprenditori è chiaro quanto ne abbiano già sofferto. Siamo appena agli inizi e non sarà facile. D’altra parte, bisogna tener di conto il fatto che i momenti di crisi offrono l’opportunità di individuare soluzioni nuove e di re-inventare sé stessi. E quindi come ho già detto, niente sarà più come prima, lavoro compreso. Il nostro modo di lavorare cambierà sotto tanti aspetti. La rivoluzione è iniziata da tempo con le nuove tecnologie, ma questa situazione sta accelerando il processo. Gli ultimi mesi mi hanno fatto capire quanto in effetti siamo connessi nel mondo e quanto possiamo aiutarci a vicenda. Grazie alla tecnologia possiamo offrire il nostro supporto non soltanto ai nostri cari, bensì a tutto il pianeta e questa è un’opportunità eccezionale, non credete? Invito pertanto tutti, a sfruttare i benefici della tecnologia e a offrire supporto gli uni agli altri. Insieme siamo più forti e ce la possiamo fare”.

«Pentole e tovaglie soltanto online»

Rafael Rameša

Rafael Rameša, già giornalista del nostro quotidiano, lavora attualmente come Blue book trainee presso la Commissione europea. “A Bruxelles le attività commerciali che vedono un massiccio assembramento di persone al chiuso, come bar, ristoranti, cinema e teatri hanno chiuso i battenti venerdì 13 marzo a mezzanotte. La settimana dopo sono rimasti chiusi anche gli uffici pubblici. I primi giorni c’era un po’ di disagio tra la gente che prendeva d’assalto i supermercati depredando pasta e carta igienica. Sucessivamente, il governo ha chiuso anche tutti gli altri servizi commerciali tranne chiaramente gli alimentari. Per chi come me vive in centro, la situazione è assurda, in quanto non ci sono in zona grandi negozi alimentari e io che sto cercando una pentola e una tovaglia da una settimana, alla fine le ho dovute acquistare online. I primi giorni le persone avevano preso il lockdown un po’ sottogamba, con parchi brulicanti di gente. Probabilmente perché è finalmente uscito il sole dopo mesi di grigiume assoluto. Tuttavia, nell’arco di pochi giorni la situazione si è normalizzata e ora la gente è più disciplinata e sta chiusa in casa. Non ci sono particolari restrizioni, tranne la distanza interpersonale di un metro e mezzo. Il Belgio è un Paese dove le libertà personali sono sacrosante e non credo andranno a limitarle più di quello che hanno già fatto”.

«Nessuno sembra prendere il problema sul serio»

Sara Romić

Sara Romić vive da alcuni anni a Berlino assieme al suo fidanzato e lavora da casa per una banca nazionale. “Coloro che hanno un contratto da più di sei mesi lavorano in smart-working da casa. Gli altri invece vengono in ufficio. Visto che però la gente evita i mezzi pubblici, seppur ancora in servizio ma con corse ridotte, la banca ha assicurato delle bici con le quali arrivare a lavoro. Sono stati chiusi tutti i negozi, a parte ovviamente quelli di generi alimentari e farmacie. La cosa assurda riguarda il fatto che i parchi sono ancora aperti e pieni di persone che vi passeggiano. Nessuno sembra prendere sul serio il problema. Non si rispettano le regole, nei negozi nessuno si attiene ai due metri di distanza. Hanno dovuto mettere una specie di sportello alla cassa affinché ci sia un minimo di protezione. Le fasce installate per terra che segnano i due metri vengono puntualmente ignorate. Alla cassa però quasi nessuno paga in contanti. Nei negozi si trova un po’ di tutto anche se la maggior parte degli scaffali è vuota già nelle prime ore del mattino. Qui le persone hanno l’abitudine di ordinare i prodotti alimentari tramite Amazon, anche se in questi giorni non si trova praticamente niente. La cosa buffa è che i tedeschi non sono dei grandi cuochi e cucinano raramente, perciò mangiano spesso nei fast food. Da quando c’è il problema del coronavirus, la farina e il lievito sono scomparsi dai negozi e con loro pure panettieri e pasticceri… Comunque non stiamo soffrendo la fame, sia ben chiaro. Nella zona ovest di Berlino la situazione è diversa e i negozi sono ben riforniti. Per quanto riguarda le persone anziane, tra i condomini si trova sempre qualcuno disposto a fare la spesa e a portargliela a casa. Prima o poi passerà anche questo. Dobbiamo solo rispettare le regole e stare in casa. Quello che sta accadendo in Italia è terribile e bisogna fare il possibile affinché tale scenario non si ripeta altrove”.

«La paura sta via via lasciando posto alla rassegnazione»

Stefano Duranti Poccetti

Da Firenze il nostro collaboratore e giornalista Stefano Duranti Poccetti ci scrive: “In Toscana la situazione è quella che è, ormai, in tutta la penisola e in gran parte del mondo: città deserte, poche persone all’aperto. Tra loro vi sono quelle a cui si legge in faccia un costante tormento, altre cercano di rimanere sorridenti per smorzare ciò che sta accadendo. Tutti naturalmente ci auguriamo che il coronavirus se ne vada il prima possibile, sperando che poi dietro non si nascondano problematiche ancora più ingenti, alle quali ora è meglio non pensare. In Toscana, dove il virus non è diffuso quanto invece al Nord, la paura sta lasciando posto alla rassegnazione. Ormai ci si sta abituando a uno stile di vita diverso e ciascuno, in casa propria, si sta dedicando ad attività differenti. Sicuramente qualcuno starà anche ideando progetti nuovi, consapevole che questa condizione darà luogo a un dissesto economico, a una perdita d’equilibrio, che potrà essere colmata soltanto con nuove idee”.

Alberto Gerosa

Il nostro collaboratore Alberto Gerosa è nato a Milano in una famiglia di origini fiumane. Si è laureato in Filosofia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e ha conseguito un dottorato di ricerca in Slavistica presso l’Università di Vienna. Dal 2007 è giornalista professionista, firmando articoli per Capital, Arbiter, per il nostro quotidiano e altre testate. È presidente del Collegio dei sindaci dell’Associazione lombarda dei giornalisti. Svolge inoltre l’attività di critico e curatore di mostre d’arte. La sua fiorente carriera di giornalista la svolge a Milano, una città blindata: “Come ben noto, qui in Lombardia il coronavirus non sta facendo sconti. In particolare a Brescia, Bergamo e nelle rispettive provincie. Milano per il momento sembra reggere, anche se è ovvio che i contagiati effettivi sono molti di più rispetto ai cosiddetti tamponati. Si parla di un rapporto di 10 a 1. A partire dal 23 febbraio in tutta Italia ci si è progressivamente blindati in una quarantena sempre più serrata, iniziando da scuole e Università per poi passare ai locali pubblici fino ad arrivare alle aziende. Attualmente solo le farmacie, qualche rivendita alimentare e i supermercati sono ancora aperti. Le code che io conoscevo solo dai miei studi di russo (“Kto poslednij?” era una frase estremamente utile in Unione Sovietica…) fanno ormai parte della mia quotidianità. Oggi l’attesa è durata quasi 40 minuti, fortunatamente all’interno gli scaffali erano ben riforniti, anche se non sempre è così). Un mio amico del Comasco mi ha detto che lì hanno iniziato a misurare la temperatura davanti alle rivendite. In giro si va solo, o perlomeno così si dovrebbe, con l’autocertificazione, che nel frattempo è la terza o quarta versione che stampo e compilo, visto che il Ministero la modifica continuamente. Da circa una settimana si vedono più persone con indosso mascherina e guanti rispetto a quelle a volto scoperto. Comunque, di gente in giro ce n’è ormai poca, eccezion fatta per quella che si mette in coda. Se ne stanno tutti a casa. Si vede solo un gran viavai di runner in bicicletta che consegnano i viveri a domicilio. Pochissime le automobili in circolazione: credo che l’aria di Milano non sia mai stata così pulita… Non avrei mai pensato che un giorno avrei rimpianto lo smog e il traffico!”.

«Saremmo dovuti tornare a Fiume ma il nostro volo è stato cancellato»

Monica assieme al compagno Jan e ai figli Issa e Rio

Monica Kajin Benussi, ex giornalista del nostro quotidiano, vive da ormai cinque anni in Australia. Aveva già prenotato il biglietto per venire a Fiume a maggio, assieme al suo compagno e ai loro due bambini, ma tutto è stato rimandato a data da destinarsi a causa del coronavirus.
“A Ballina, sulla costa settentrionale del New South Wales, dove vivo con il mio compagno Jan e i nostri due figli, Issa di quasi due anni e mezzo e Rio di dieci mesi, i primi cambiamenti sono avvenuti circa due settimane fa, con la chiusura provvisoria di alcune attività come bar, ristoranti, palestre e biblioteche. Le scuole e gli asili d’infanzia però sono rimasti aperti. Ora mi ritrovo la maggior parte del tempo a casa da sola con due bimbi piccoli, siccome tutti i playgroup che frequentiamo sono stati chiusi. Sfortunatamente, adesso non possiamo concederci nemmeno una visita al parco giochi in quanto sono tutti off limits. Ci rimangono soltanto le passeggiate lungo la spiaggia, che qui in Australia sono sconfinate. La spesa adesso la fa soltanto Jan ed è tuttora molto difficile trovare della carta igienica sugli scaffali. A parte questo, i negozi sono riforniti di tutti i generi alimentari. Purtroppo abbiamo dovuto rinunciare al nostro viaggio in Croazia, il primo dopo oltre cinque anni, che era previsto a fine maggio, dato che il nostro volo è stato recentemente cancellato. Tuttavia, l’atmosfera generale a Ballina, una cittadina di circa 25mila abitanti, è tuttora abbastanza rilassata. Tutti rispettano il cosiddetto social distancing di un metro e mezzo. Famiglie intere e coppie di due persone al massimo passeggiano insieme, fanno jogging o vanno in bici, poiché è ancora permesso. Finora ho visto soltanto un paio di persone indossare la mascherina protettiva. Forse il motivo è legato al fatto che qui non sono stati registrati casi positivi, ma in tutto il NSW i contagi stanno salendo rapidamente. Credo quindi che il governo federale introdurrà molto presto misure più drastiche e forse anche noi ci ritroveremo in lockdown totale come la Croazia e l’Italia. A mio avviso, il governo è stato lento nel reagire per far fronte a questa situazione straordinaria”.

«Stiamo vivendo un incubo»

Giuliana Milavec Benas

La connazionale Giuliana Milavec Benas, consorte dell’ex portiere del Rijeka Mauro Ravnich, che si trova a Fiume, vive da 32 anni in Spagna con la sua famiglia. Da altrettanti il mese di agosto lo trascorre a Fiume e spera di riuscire a farlo anche quest’anno.
“La Spagna sta vivendo una situazione drammatica. Il numero delle persone contagiate e dei decessi è in continuo aumento e non accenna a diminuire. Noi viviamo a Lleida, in Catalogna, che purtroppo è la regione più colpita. Giunti a questo punto la gente inizia a pensare che l’emergenza durerà ancora a lungo. Le limitazioni e l’isolamento sono stati introdotti due settimane fa, ma il governo ha annunciato ulteriori tre settimane. Esco soltanto per fare la spesa e per una breve passeggiata con il cane, ‘armata’ di mascherina e guanti. Le strade sono deserte e le pattuglie della Polizia sono presenti dappertutto perché molti non hanno ancora capito la gravità della situazione e chiacchierano serenamente tra di loro. La vita è cambiata, da una frenesia quotidiana a tanto tempo libero. Non è stato facile cambiare improvvisamente le abitudini, ma la salute è la cosa più importante e se vogliamo mantenerla bisogna essere disciplinati. Noi in famiglia stiamo tutti bene, le mie due figlie e i due nipotini. Sono titolare di un centro Spa, ma ho dovuto chiudere provvisoriamente la mia attività. Purtroppo mio marito, che aveva intenzione di raggiungerci per Pasqua, non potrà farlo. Anche se la situazione è grave siamo comunque fiduciosi e ottimisti, come gli spagnoli che sono un popolo molto positivo. Stiamo vivendo un incubo, ma speriamo che molto presto tutto ciò sarà soltanto un brutto ricordo”.

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