«Se il virus entrasse in ospedale sarebbe un disastro»

Con il primario Alen Protić, abbiamo visitato il Reparto di terapia intensiva del CCO di Fiume, località Sušak. Sebbene non ci siano pazienti Covid-19, tra il personale medico la paura è palpabile

Il primario Alen Protić. Foto Ivor Hreljanović

“Una signora è deceduta proprio dieci minuti fa”. Ci accoglie con queste funeste parole, il responsabile del Reparto di terapia intensiva del Centro clinico-ospedaliero di Fiume, località Sušak, Alen Protić, mentre ci accompagna per un giro nel comparto. Bardati da capo a piedi con calzari, tuta, guanti, mascherina e copricapo (in realtà ci viene detto che potremmo anche farne a meno poiché non ci sono pazienti Covid-19 ricoverati e tutti gli spazi sono sanificati, ma noi comunque ci sentiamo più sicuri così imbacuccati), davanti alle sue parole rimaniamo attoniti. Il primario, però, fa un cenno con il capo e ci tranquillizza: “Era anziana e malata cronica, non aveva il virus”. Tiriamo un sospiro di sollievo. Quindi il nostro interlocutore ci mostra il percorso previsto per i pazienti sospetti, dall’ascensore “Covid” alle aree a basso, medio e alto rischio, fino alla sala d’isolamento. Poco più il là, c’è invece la stanza per i pazienti “regolari”. Non ce la sentiamo di entrare. Preferiamo dare uno sguardo oltre il vetro. Ci sono cinque persone ricoverate. Sono attaccate alle macchine, sembra che dormano.
Lotta lunga e dolorosa
La guerra contro il male di cui soffrono è lunga, dolorosa, solitaria e silenziosa. Vicino a loro c’è un plotoncino di medici e infermieri, tutti giovani e determinati a salvarli. Ci sono già riusciti parecchie volte e faranno il possibile per riuscirci anche questa. Dai loro sguardi traspare serenità e ogni tanto sulle labbra si fa largo un timido sorriso. Soprattutto nel vederci con tutte queste protezioni addosso. Per loro fortuna, il Reparto di terapia intensiva non è l’ultimo avamposto della lotta al killer invisibile giunto dalla Cina. Scordatevi dunque le immagini del caos che arrivano dagli ospedali della Lombardia, o piuttosto medici e paramedici vestiti da astronauti e reparti che somigliano ad astronavi. Qui sembra regnare la tranquillità. Ma l’apparenza inganna…

Il CCO di Fiume, località Sušak, ha predisposto vani per l’isolamento

Non esiste il rischio zero
“Mentirei se dicessi di non provare paura – ammette il dott. Protić –. Ma non tanto per noi personale medico, quanto piuttosto per le nostre famiglie. Alcuni medici, in particolare chi abita con genitori anziani o con figli ancora piccoli, hanno preferito allontanarsi fisicamente e non vivono più assieme. È vero che siamo super protetti e adottiamo tutti gli accorgimenti del caso, ma anche così il rischio non è mai pari a zero. Evitiamo il più possibile il contatto con amici e familiari, però ogni volta che usciamo dall’ospedale e torniamo a casa, abbiamo paura di contagiare chi ci sta vicino. Dal punto di vista mentale e organizzativo, queste settimane sono estenuanti. Fisicamente, invece, non tanto perché in Terapia intensiva siamo abituati ad avere a che fare con pazienti che soffrono di patologie ben più gravi e complesse del Covid-19”.
Tutti gli sforzi sono volti a scongiurare l’infiltrazione del virus in ospedale, evitando il potenziale contagio del personale sanitario perché altrimenti si rischia una diffusione incontrollata, un po’ come successo in alcuni nosocomi italiani.

Ascensore Covid-19 in cui è severamente vietato entrare

La chiave è il gioco di squadra
“Quando arriva un paziente che necessita di ricovero, lo trattiamo come se fosse positivo al virus. Una volta giunto in reparto, segue un percorso fisicamente separato, viene assistito da un’apposita équipe medica e quindi messo in isolamento in una stanza che può accogliere tre pazienti, che è quella ad alto rischio in cui si entra con scafandri, visiere e maschere respiratorie. Dopo 24 ore arrivano i risultati del tampone: se è negativo rimane nel reparto, ma non più in isolamento; se invece risulta positivo, viene trasferito nel Centro respiratorio in Neurologia a Fiume. Fortunatamente, ad oggi non abbiamo avuto casi di positività. Tutti i reparti del CCO seguono precisi protocolli per ridurre al minimo la possibilità che virus penetri in ospedale. La chiave è il gioco di squadra, ovvero il perfetto coordinamento di tutti i reparti, le task force del CCO e regionale, nonché del Servizio epidemiologico regionale. Qui non posso non citare la responsabile del Pronto soccorso, Martina Pavletić, che assieme al suo team sta facendo un lavoro straordinario e impeccabile. Il Pronto soccorso è la nostra prima linea di difesa e se ad oggi il virus è sempre stato tenuto alla porta, gran parte del merito va attribuito proprio a loro. Finora, nessun medico o infermiere è risultato positivo, se non uno specializzando in Patologia, ma comunque tutti i colleghi che sono stati in contatto con lui sono risultati negativi dopo l’autoisolamento. L’esperienza italiana e cinese c’insegnano che la via di trasmissione più rapida del coronavirus è proprio quella attraverso il personale sanitario. Senza contare che un’eventuale intrusione in ospedale implicherebbe un determinato numero di medici e infermieri costretti ad autoisolarsi, un lusso che non ci possiamo permettere. Ripeto, il Covid-19 non deve assolutamente infilarsi nelle strutture ospedaliere, perché altrimenti sarebbe un disastro”.

Severe disposizioni per le sale d’attesa

Pochi pazienti, cure migliori
Al CCO nulla, pertanto, è lasciato al caso e si è preparati anche allo scenario più catastrofico. “Il Centro respiratorio può accogliere 35 pazienti attaccati al respiratore. In caso di necessità, possiamo ricavarne ulteriori 10 e altri 25 a Sušak, per un totale di 70 posti letto muniti di respiratore. Questo nel caso dovesse esserci un’escalation della pandemia, ma vista l’attuale situazione epidemiologica, quei 35 posti saranno più che sufficienti. In Italia nei reparti di Terapia intensiva c’è un sovraccarico di pazienti ai quali non è possibile garantire le cure adeguate, il che spiega il numero così alto di decessi. Da noi è diverso perché abbiamo pochi pazienti, perciò possiamo dedicarci molto di più a loro, assicurando la migliore assistenza. Ed è anche per questo che, fino a ieri, a Fiume non ci sono stati decessi”.
Come la classica influenza
La complicanza più comune legata al Covid-19 è l’insufficienza respiratoria. “È una specie di polmonite. Il problema è che molto spesso la risposta immunitaria del nostro organismo è tardiva e quando finalmente inizia, risulta molto aggressiva, con la conseguenza che a risentirne sono altri organi come ad esempio il cuore. Non si muore per insufficienza respiratoria, dal momento che abbiamo i respiratori, ma piuttosto per arresto cardiocircolatorio. Nelle persone anziane o con patologie pregresse, il virus si comporta esattamente come la classica influenza e inoltre è molto aggressivo anche con chi è un po’ più giovane. Non a caso tutti e quattro i pazienti che abbiamo fin qui intubato avevano meno di 70 anni”, conclude il primario del Reparto di terapia intensiva del CCO di Sušak, Alen Protić.

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