Rifiuti tossici in Croazia, lo scandalo diventa una sfida al governo

L’opposizione accusa Plenković di non avere il controllo delle istituzioni. Sul tavolo una possibile mozione di sfiducia

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Rifiuti tossici in Croazia, lo scandalo diventa una sfida al governo
La discarica illegale di metalli pesanti e microplastiche a Gospić. Foto: Igor Soban/PIXSELL

Il caso dei rifiuti pericolosi abbandonati a Gospić diventa una battaglia politica nazionale. Il Partito socialdemocratico(SDP) annuncia un’iniziativa contro il governo, Most chiede una seduta straordinaria del Parlamento. Accuse durissime di Marija Selak Raspudić. L’imprenditore Josip Šincek, al centro dell’inchiesta, respinge ogni giudizio anticipato: “Non fuggo dalle responsabilità, siano accertati tutti i fatti.

La vicenda dei rifiuti pericolosi scoperti a Gospić non è più soltanto un caso giudiziario e ambientale. È diventata una crisi politica che mette sotto pressione il governo di Andrej Plenković e rischia di trasformarsi in un nuovo fronte di scontro tra maggioranza e opposizione.

Il caso riguarda decine di migliaia di tonnellate di rifiuti che, secondo gli investigatori, sarebbero state importate dall’estero e successivamente smaltite illegalmente in diverse località della Croazia. Ma è soprattutto a Gospić, nel cuore della Lika, che la vicenda ha assunto dimensioni particolarmente allarmanti, con accertamenti sulla presenza di sostanze considerate pericolose per la salute umana.

Di fronte alla crescente pressione dell’opinione pubblica, l’opposizione ha deciso di trasformare il caso in una battaglia politica. Il presidente dell’SDP, Siniša Hajdaš Dončić, ha annunciato l’avvio di un’iniziativa per chiedere la sfiducia al governo Plenković.

«Plenković non governa il Paese»

Secondo Hajdaš Dončić, la vicenda di Gospić avrebbe messo in luce una grave incapacità delle istituzioni di controllare ciò che accade sul territorio nazionale. “Non so in quale momento l’opposizione o l’SDP avrebbero dovuto reagire”, ha detto il leader socialdemocratico, spiegando di aver atteso prima di intervenire pubblicamente per avere un quadro completo della situazione. L’SDP, ha aggiunto, avrebbe anche discusso con partner austriaci possibili soluzioni per la bonifica dell’area. Ma proprio il quadro emerso, secondo Hajdaš Dončić, sarebbe particolarmente grave per il premier. “Questa situazione è devastante per Plenković perché dimostra che non governa il Paese”, ha accusato.

Il leader dell’SDP ha quindi rivolto una domanda direttamente al primo ministro: se il governo continua ad attribuire le responsabilità all’opposizione, alle associazioni o ai cittadini, perché allora Plenković dovrebbe essere ancora premier? “Se trasferisce sempre la colpa a qualcun altro, perché è primo ministro?”, ha detto.

Il passaggio più duro dell’intervento di Hajdaš Dončić riguarda però i rapporti politici tra alcune delle figure coinvolte nella gestione della vicenda. Il leader socialdemocratico ha sostenuto che esisterebbe un elemento comune tra il presidente della Regione della Lika e di Segna, i funzionari che avrebbero rilasciato le autorizzazioni, il premier e il capo dell’Ispettorato statale: la loro appartenenza all’HDZ. Un’accusa politica, che non equivale di per sé a una responsabilità giudiziaria, ma che mostra la direzione che l’opposizione intende imprimere alla vicenda.

Poi Hajdaš Dončić ha usato parole ancora più pesanti. “La mafia governa la Croazia”, ha affermato, sostenendo che il Paese sarebbe stato trattato come uno Stato “senza ordine, senza leggi e senza istituzioni”, nel quale sarebbe stato possibile importare enormi quantità di rifiuti.

“Non sono tre tonnellate di rifiuti. Sono 37mila tonnellate che qualcuno ha importato in Croazia”, ha aggiunto, chiedendo chi abbia permesso che un’operazione di tali dimensioni potesse avvenire.

Secondo il leader dell’SDP, alle prossime elezioni la scelta sarà tra “loro e la mafia”. Un linguaggio che segna un ulteriore salto di tono nello scontro con il governo.
La sfida dell’opposizione e le divisioni

L’SDP punta ora a coinvolgere le altre forze di opposizione. Hajdaš Dončić ha riferito di avere parlato anche con Nikola Grmoja di Most e ha invitato tutti i partiti a sostenere un’iniziativa comune per chiedere la fine del governo Plenković. ma l’opposizione, almeno per ora, non appare compatta. Most aveva convocato un incontro al Sabor (il Parlamento di Zagabria, ndr) proprio per discutere una strategia comune sull’emergenza rifiuti e sull’eventuale mozione di sfiducia. All’incontro, tuttavia, non si sono presentati i rappresentanti degli altri gruppi dell’opposizione.

Grmoja ha detto di non voler trasformare la vicenda in una gara tra partiti. “«Ci dispiace che i rappresentanti delle forze di opposizione non abbiano riconosciuto l’importanza del problema”, ha dichiarato, assicurando però che Most continuerà a occuparsi della questione.

L’obiettivo era discutere una possibile convocazione straordinaria del Parlamento e una mozione di sfiducia contro il governo. “Non vogliamo accusare nessuno, non è il momento”, ha spiegato Grmoja. “Continueremo a occuparci sistematicamente di questo tema”.
Most aveva invitato anche i partiti della maggioranza. “Volevamo guardarli negli occhi e chiedere: siete voi a sostenere tutto questo?”, ha detto Grmoja.

Per il leader di Most, la mancata partecipazione degli altri partiti non rappresenta un rifiuto nei confronti del suo movimento, ma un errore nei confronti della Lika. Il partito insiste quindi sulla necessità di passare all’azione parlamentare. Prima, però, dovrà essere ascoltato il comitato parlamentare per l’ambiente, dove dovrebbero comparire i soggetti coinvolti nella gestione della vicenda.

«Un quinto della Croazia è contaminato»

Anche Zvonimir Troskot, deputato di Most, ha collegato il caso dei rifiuti alla responsabilità politica del governo. Secondo Troskot, il fatto che Plenković “non controllerebbe più nemmeno l’HDZ” rappresenterebbe un ulteriore argomento a favore della sfiducia.

L’esponente di Most ha inoltre sostenuto che “un quinto della Croazia è contaminato”, una valutazione politica e non una quantificazione ufficiale dell’estensione dell’inquinamento, che dovrà essere verificata dagli accertamenti delle autorità competenti.

Selak Raspudić: «HDZ ha occupato la Croazia con i rifiuti»

Ancora più dura è stata la reazione di Marija Selak Raspudić, che ha accusato direttamente il potere politico. “L’HDZ ha occupato la Croazia con i rifiuti”, ha dichiarato, sostenendo che i criminali già sotto procedimento giudiziario non sarebbero, a suo giudizio, le figure principali del sistema. Secondo Selak Raspudić, il problema riguarderebbe invece le istituzioni politiche che avrebbero consentito l’arrivo nel Paese di rifiuti europei pericolosi, tossici e potenzialmente cancerogeni.

Per descrivere la dimensione del problema ha utilizzato un’immagine volutamente provocatoria: se tutto il materiale trovato a Gospić fosse concentrato nella piazza principale di Zagabria, secondo la sua stima, arriverebbe a coprire piazza bano Jelačić per un’altezza di sei metri.

La deputata ha quindi evocato lo spettro di una contaminazione che potrebbe coinvolgere acqua, alimenti, flora e fauna, accusando il governo di avere favorito gli interessi economici di “donatori e complici dell’HDZ”.

Lika e Benkovac, ha aggiunto, sarebbero soltanto alcune delle località già emerse, mentre altre potrebbero essere individuate successivamente. «O elezioni anticipate o proteste di massa», è stata la conclusione.

La risposta della figura centrale dell’inchiesta

Mentre la politica alza il livello dello scontro, Josip Šincek, l’imprenditore che gli investigatori considerano una figura centrale nell’inchiesta sullo smaltimento illegale dei rifiuti, ha deciso di rompere il silenzio. La sua posizione è netta: sostiene di essere stato già condannato nel dibattito pubblico, nonostante il procedimento nei suoi confronti sia ancora in corso.

Šincek contesta in particolare il modo in cui vengono interpretati alcuni documenti e risultati delle analisi. “Alcuni sospetti, parti isolate della documentazione e determinati risultati vengono presentati come fatti definitivamente provati”, ha sostenuto, sottolineando che sarebbero invece trascurati altri risultati delle analisi, documenti in possesso della sua famiglia, le condizioni effettive dei terreni e l’esistenza di altre possibili fonti di contaminazione presenti da anni nella Lika. Per questo chiede che le indagini vengano estese anche ad altre discariche e aree di smaltimento.

«Non fuggo dalle indagini né dalle responsabilità»

Šincek respinge soprattutto l’idea che la sua eventuale responsabilità possa essere stabilita attraverso il dibattito politico o mediatico. “La mia colpevolezza e quella della mia famiglia non possono essere decise dai giornalisti, dai politici o dai titoli sensazionalistici”, ha dichiarato. A stabilire eventuali responsabilità, secondo l’imprenditore, devono essere esclusivamente le autorità competenti, sulla base di prove complete e di un procedimento condotto nel rispetto della legge.

“Non fuggo né dall’indagine né dalla responsabilità”, ha aggiunto. “Chiedo soltanto che vengano accertati tutti i fatti, che siano ascoltate entrambe le parti e che per tutti valgano le stesse regole”.

Šincek ha inoltre ricordato l’attività tecnologica sviluppata dalla propria famiglia e ha affermato che uno dei brevetti sarebbe stato valutato circa 1,2 miliardi di euro. Secondo l’imprenditore, il procedimento giudiziario gli starebbe provocando un grave danno economico e reputazionale.

Ha anche sollevato il dubbio che possano esistere interessi economici collegati ai tentativi di danneggiare la reputazione della sua famiglia, bloccare alcuni progetti o svalutare le tecnologie sviluppate. Un’ipotesi che Šincek non presenta come un’accusa, ma come una questione che, a suo giudizio, dovrebbe essere verificata. Ha infine minacciato iniziative legali contro chi continuerà a diffondere informazioni che considera false o fuorvianti.

Le dimensioni dell’inchiesta

Secondo gli elementi dell’inchiesta citati da Europol, USKOK e polizia, Šincek sarebbe considerato dagli investigatori una figura centrale nel sistema attraverso il quale sarebbero state portate in Croazia circa 35mila tonnellate di rifiuti, principalmente provenienti da Italia, Slovenia e Germania.

Il materiale sarebbe stato indicato nei documenti come destinato al riciclaggio o alla lavorazione. L’ipotesi investigativa è invece che una parte sia stata interrata, coperta con terra e ghiaia oppure mischiata con materiali da costruzione. Le verifiche riguardano diverse località croate: Gospić, Benkovac, Varaždin, Senj e Otočac.

A Gospić, in particolare, gli investigatori stanno esaminando l’area dell’ex PPK Velebit, dove il materiale sarebbe stato accumulato nei silos, all’aperto e sui terreni circostanti.

L’indagine non riguarda soltanto Šincek. Sono coinvolti anche alcuni membri della sua famiglia e collaboratori d’affari. USKOK sta inoltre esaminando i movimenti finanziari delle società collegate e ipotesi relative a sottrazione di denaro, irregolarità fiscali e riciclaggio.

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