D’accordo che il naming nella ristorazione è un’arte, se non una vera e propria disciplina scientifica, visto che si lega strettamente al branding ed è quindi più una questione di psicologia dei consumi e strategia delle vendite che una questione d’identità (checché ne dicano gli idealisti sinceri o quelli presunti tali). Tuttavia non possiamo fare a meno di notare come Pola nel proporre i suoi locali di ristoro parli quasi esclusivamente italiano con poche eresie dialettali di matrice veneta, talvolta ammiccando al suo solenne passato romano repubblicano e imperiale.

Ovviamente la scelta del nome di un ristorante è sempre un tentativo di vendere una storia o una promessa, prima di vendere il pasto concreto, e l’Italia, non diversamente dalla Francia, è la nazione della tavola per eccellenza. Tuttavia con la Francia Pola ha poco da spartire, certamente non tanto come con l’Italia, con Venezia, col Friuli, con l’Austria e la Mitteleuropa, per cui la scelta dei nomi dei locali è quasi scontata. Basta fare il giro del perimetro che abbraccia il colle castello per accertarsi che il mondo della ristorazione polese è un dolcissimo inno alla cucina e alle tradizioni del Belpaese, un monumento alla lingua e alla cultura, ma anche un tentativo spesso imbarazzante di impossessarsene: un atteggiamento truffaldino da eredi non sempre legittimi. Non sempre, infatti, l’insegna al neon esaudisce la promessa che fa. Che cioè la cucina sia appunto italiana, genuina, casereccia o prestigiosa a seconda del significato e dell’interpretazione che si vuole dare al nome.

Ma ecco uno spaccato delle denominazioni italofone che troviamo nel centro storico da piazza del Popolo al Foro e dintorni. In pieno centro si trova un ristorantino romantico che si chiama semplicemente “Piatto”, come sinonimo di vivanda o di pietanza. La vicina gelateria porta il nome “Gelateria dolce” e c’è poco da discutere: la parola è dolcissima come il gelato a cui si riferisce. Poi viene la Trattoria Valli (già Trattoria Duomo) e una miriade di locali di ristoro più o meno modesti, più o meno apprezzati, più o meno rinomati, come quel bistrò “Scampicchio” che rende omaggio al palazzo in stile gotico-rinascimentale del Seicento e all’omonima famiglia patrizia che gli diede il nome, finito in macerie per le bombe degli Alleati. Si distinguono per spiccata italofonia anche “Fabbrica”, “La familia”, “Piccolo porto”, “Padela”, “Rustica”, “Pomodoro”, i vari “Da Piero”, “Nonno” ed “Enoteca istriana”, “Piazza Nove”, “Amore” (Pasta e basta) e “Municipio” tra Foro, Piazza Capitolina e vie convergenti.

Inutile poi dilungarsi sulle varie denominazioni latineggianti dedicate a Roma antica, alle sue istituzioni e le sue personalità (“Imperium”, “Agrippina” o “Aerarium”), ma converrà lasciarsi cadere dalle stelle alle stalle per poter godere di un lessico della koiné italiana piuttosto allegro nel ventaglio di denominazioni dialettal-popolari di “Gagliardo”, “Gardelin”, “Il capitano”, “Farabuto”, “Peperoncino”, “Boccaporta”, “Casa nostra”, “Campo”, “Alla beccaccia” e chi più ne ha più ne metta, ma a questo punto ci troviamo già nella periferia urbana e quindi ci si può permettere anche un attimo di goliardia e bonaria spensieratezza lessicale. Certamente l’attribuzione di un nome ad una locanda, una trattoria, un ristorante o una rosticceria è la prima prima mossa di un’operazione di branding o rebranding che definisce fin dall’inizio il target e le aspettative del cliente, anche se il locale è il più umile della terra. Il rispetto per la geografia e la storia del territorio si rivela essenziale. Il riferimento paesaggistico e l’omaggio all’eredità del passato sono giustamente in rilievo. Il dialetto deve avere la sua parte. La fantasia idem. Mangiare da buongustai e farsi servire da “Farabuto”, oppure in “Fabbrica” e pagare molto più del buono pasto in mensa, può essere un’esperienza non meno singolare che visitare il Tempio d’Augusto e pernottare al Radisson e al Park Plaza Tal dei Tali. L’attribuzione dei nomi ai locali è un’arte che i polesi sembra abbiano imparato a dovere. Anche quando non abbiano imparato bene a cucinare.

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