Più auto che figli: il paradosso di una Croazia sempre più vecchia

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Più auto che figli: il paradosso di una Croazia sempre più vecchia
Foto: Sime Zelic/PIXSELL

Mentre la Croazia continua a fare i conti con una crisi demografica sempre più evidente e con città soffocate dal traffico, i numeri ufficiali raccontano una storia fatta di contrasti che si rafforzano a vicenda. Da un lato cresce senza sosta il numero delle automobili, dall’altro diminuiscono le nascite e si assottiglia la fascia più giovane della popolazione. Due tendenze parallele che fotografano i cambiamenti profondi del Paese, le sue aspirazioni e le sue fragilità, ma anche le difficoltà di adattare le politiche pubbliche a uno stile di vita radicalmente mutato.
Secondo i dati diffusi dall’Ufficio statistico croato (DZS), nel 2024 erano registrati in Croazia 2.663.874 veicoli stradali, di cui ben 1.987.156 automobili private. Il numero complessivo dei veicoli è aumentato del 4,3 per cento rispetto al 2023, confermando una crescita costante che dura ormai da anni. Se si guarda indietro, il trend appare ancora più evidente: nel 2020 le auto private registrate erano 1.746.285, salite a 1.840.767 nel 2022 e poi cresciute ulteriormente fino a sfiorare i due milioni nel 2024. Un aumento che si riflette quotidianamente nelle code sulle arterie urbane, nella difficoltà di parcheggio e nella percezione diffusa di città sempre meno vivibili.

Una società che invecchia

Parallelamente, però, la Croazia invecchia. E lo fa a un ritmo che preoccupa demografi ed economisti. Il numero dei nuovi nati diminuisce anno dopo anno: nel 2020 erano venuti alla luce 35.845 bambini, nel 2022 il dato era sceso a 33.883, mentre nel 2024 le nascite si sono fermate a 32.069. Non si tratta di una fluttuazione temporanea, ma di un processo strutturale che ridisegna la piramide demografica del Paese.

Il censimento della popolazione mostra che i residenti fino ai 14 anni rappresentano circa il 14,3 per cento della popolazione totale, che oggi conta 3.871.833 abitanti. In termini assoluti significa tra i 550 e i 560mila bambini, un numero sensibilmente inferiore a quello delle automobili in circolazione. Un dato simbolico, ma anche profondamente indicativo: in Croazia oggi ci sono molte più auto che bambini, e questo squilibrio non è solo statistico, ma racconta un cambiamento di priorità, di modelli familiari e di aspettative sul futuro.

Il demografo Ivo Turk osserva che l’andamento parallelo di questi due fenomeni riflette lo stile di vita contemporaneo. La maternità precoce, un tempo diffusa, è diventata un’eccezione. Le donne studiano più a lungo, entrano nel mercato del lavoro, costruiscono carriere e rimandano la nascita dei figli a dopo i trent’anni. Dal punto di vista biologico, ricorda Turk, l’età più favorevole per avere figli sarebbe intorno ai vent’anni, ma questa fase della vita oggi è dedicata quasi interamente alla formazione e all’inserimento professionale.

Secondo il demografo, il problema non è tanto questa trasformazione, quanto il fatto che la politica demografica non abbia saputo adeguarsi. Le misure a sostegno della famiglia restano spesso ancorate a un modello che non rispecchia più la realtà sociale ed economica. Eppure, sostiene Turk, basterebbero anche piccoli interventi mirati per rendere la genitorialità più compatibile con la vita lavorativa contemporanea. Orari flessibili, possibilità di lavoro da remoto quando le mansioni lo consentono, impieghi più vicini al luogo di residenza: strumenti che potrebbero fare la differenza nella decisione di una coppia di avere un figlio.

Immigrazione, lavoro e disuguaglianze
Turk è, però, realista: tornare ai livelli di fertilità del passato non è più possibile. L’unico scenario che potrebbe attenuare il calo demografico è quello legato all’immigrazione. La Croazia, tradizionalmente Paese di emigrazione, è diventata negli ultimi anni una destinazione per lavoratori stranieri, soprattutto provenienti dall’Asia. Se questi nuovi residenti dovessero stabilirsi e mettere su famiglia nel Paese, potrebbero contribuire ad aumentare il numero delle nascite.

Questo processo, tuttavia, non è privo di conseguenze. Dal punto di vista delle imprese, l’arrivo di manodopera straniera è spesso visto come un vantaggio, perché consente di coprire posti vacanti e di contenere i costi del lavoro. Ma per i lavoratori locali l’effetto può essere opposto, con una pressione al ribasso sui salari e una maggiore competizione. Anche sul piano sociale e culturale, l’integrazione richiede politiche attente e di lungo periodo, che finora sono rimaste frammentarie.

E il traffico? Potrebbero politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia ridurre il numero di automobili sulle strade croate? Turk è scettico. La Croazia, dice, è un Paese in cui il possesso dell’auto ha un forte valore simbolico e pratico. L’automobile è percepita come un segno di autonomia, di sicurezza e di successo economico. Con l’aumento del reddito disponibile, è probabile che il numero di veicoli continui a crescere, indipendentemente da eventuali cambiamenti nelle modalità di lavoro.

Una lettura condivisa dall’economista Velimir Šonje, che collega l’aumento delle auto al miglioramento del tenore di vita registrato nell’ultimo decennio. La crescita economica ha portato a un aumento dell’occupazione: oggi in Croazia lavorano circa 200mila persone in più rispetto a quindici anni fa. Inoltre, la partecipazione femminile al mercato del lavoro è cresciuta sensibilmente rispetto al passato, quando molte donne restavano fuori dall’attività lavorativa retribuita.

Questo cambiamento ha un effetto diretto sulle abitudini di consumo. In molte famiglie ci sono oggi due redditi e, di conseguenza, due esigenze di mobilità. L’acquisto di una seconda auto, spesso usata, diventa una scelta quasi obbligata, soprattutto in un Paese dove il trasporto pubblico è carente al di fuori dei grandi centri urbani. Il risultato è un circolo vizioso: più lavoro e più reddito portano a più auto, che a loro volta contribuiscono alla congestione e alla pressione sulle infrastrutture.

Nel frattempo, il numero dei bambini continua a diminuire, sollevando interrogativi sul futuro del sistema pensionistico, della sanità e della coesione sociale. La Croazia si trova così di fronte a una doppia sfida: gestire gli effetti di uno sviluppo economico che aumenta i consumi e la mobilità privata, e allo stesso tempo contrastare un declino demografico che rischia di indebolire le basi stesse della società. Due sfide intrecciate, che richiedono una visione di lungo periodo e scelte politiche coraggiose. Perché i numeri, da soli, raccontano già abbastanza chiaramente dove sta andando il Paese.

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