Osimo, 50 anni dopo: tributo al passato per costruire il domani

Al Teatro Miela di Trieste protagonisti e testimoni politici dell’epoca tra memoria, ferite e nuove sfide europee

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Osimo, 50 anni dopo: tributo al passato per costruire il domani
Foto Rossana Poletti

A cinquant’anni dalla firma del Trattato di Osimo, il Teatro Miela, in collaborazione con il Circolo della Stampa e Dialoghi Europei, ha riunito alcuni protagonisti e testimoni del contesto politico di allora per riflettere sulle implicazioni di quell’accordo che segnò profondamente Trieste e gli esuli istriani.

Il 10 novembre 1975 l’Italia e la Jugoslavia definirono ufficialmente il confine terrestre e marittimo tra i due Paesi, che divise la città di Trieste e sconvolse gli animi degli esuli istriani.

Miloš Budin, politico in capo alla minoranza slovena della città, ha ricordato come nella popolazione triestina ci fosse ancora un forte risentimento per i traumi subiti nella guerra e a seguito dell’esodo. “La società cercava di superare i traumi, la comunità internazionale, quella nazionale e locale avevano fatto la scelta di seguire un percorso graduale, dove il confine veniva chiuso ma si lasciava aperto uno spiraglio che consentiva di sperare che si potesse riavere ciò che la storia aveva fatto perdere. La Democrazia Cristiana in primo luogo, sostenendo il Trattato, sapeva di andare incontro a qualche rischio che fu peggiore di quanto previsto. Va, quindi, dato merito per la responsabilità che quel partito si assunse”.

La ricerca degli strumenti

Foto Rossana Poletti

Fu subito chiaro che il Trattato si dovesse fare, le incertezze dettate dalla possibile imminente scomparsa di Tito, con il rischio della disgregazione della Jugoslavia e dei possibili conflitti, la pressione degli ambienti internazionali fecero propendere la bilancia dello Stato italiano verso la stipula di un accordo che portasse a trasformare i rapporti di vicinato in cooperazione. “Quando, però, si trattò di trovare gli strumenti, si discusse in seno alla DC – ha ricordato Franco Richetti, già sindaco della città – c’era una componente convinta di andare avanti rapidamente e un’altra che voleva un’attenzione maggiore perché ne temeva gli effetti. Chi voleva accelerare i tempi aveva sottovalutato le illusioni di alcuni ambienti triestini di poter ancora modificare i confini. D’altronde era al contempo necessario rafforzare il tessuto industriale di Trieste, superando il vecchio emporialismo cittadino. L’idea della Zona franca industriale preoccupò per l’afflusso di lavoratori dalla Jugoslavia, problema sollevato dai nazionalisti, e scatenò una reazione ambientalista. Pannella ebbe a sostenere l’intangibilità del Carso. Il Consiglio comunale voleva approvare una mozione in cui si svincolasse dal Trattato la parte ‘economica’, ma da Roma arrivò un secco diniego. Fu un tributo da pagare al passato per portare la città in un contesto più inclusivo”.

Un’utopia

Questione di punti di vista, perché a sentire Giulio Staffieri e Paolo Sardos Albertini le cose stavano diversamente. Prima di tutto il Trattato fu fatto in segreto e arrivò all’opinione pubblica a cose già concordate. Secondariamente non era scontato che il territorio della zona B, ceduto a Osimo non fosse italiano. Vere entrambe, probabilmente però la segretezza era dovuta proprio al timore di insurrezioni e secondariamente pensare che un territorio, dal quale era andata via la maggioranza degli italiani ed era stato ripopolato dagli sloveni, potesse ritornare all’Italia era pura utopia.

L’apporto dei media

Nacque il Comitato dei 10. “Uno dei suoi protagonisti – ha raccontato Gianfranco Carbone, allora giovane esponente del Partito Socialista – era Gianni Giuricin, che si dimise dalla carica di vicesindaco socialista e abbandonò il partito. Il PSI perse quasi il 50 per cento dei suoi dirigenti e iscritti, successivamente la metà dei voti. Dal Comitato nacque la Lista per Trieste, che diventò grande a causa di un errore formidabile, l’aver pensato che l’istituzione della zona industriale sul Carso, avversata da molti ambienti anche universitari, avrebbe potuto lenire la sofferenza della firma del Trattato sui confini. Per la prima volta in Italia un movimento si formò grazie all’apporto dei media: Il Piccolo fece una campagna a favore della Lista e alcuni imprenditori locali crearono Tele4 per gli stessi motivi. Nel 1978 ci fu un ribaltamento dei pesi politici a Trieste, che mise in campo una contrapposizione tra il pensiero liberalnazionale, che riemergeva per rappresentare l’anima italianissima e irredentista della città, e l’altra anima che pensava al ruolo più proiettato nel dialogo internazionale”.

Foto Rossana Poletti

Le elezioni

“Le elezioni politiche che ebbero luogo sette mesi dopo la firma del Trattato non rivelarono nessun contraccolpo: la DC nel comune di Trieste ebbe il 38 per cento dei voti, mentre il MSI, che fomentava le aspettative degli esuli, ebbe due punti in meno – ha riferito Giorgio Rossetti, già deputato comunista –. Il peso della lista crebbe nei due anni successivi, nei quali in Italia ci fu una grave emergenza democratica che portò al compromesso storico. Moro, consapevole della delicata situazione, formò il governo Andreotti con l’astensione del PCI. Ci fu poi il suo rapimento, che produsse l’entrata del PCI nel governo, a cui fece seguito il suo assassinio. Il quotidiano ‘La Stampa’ scrisse che Gelli e la P2 avrebbero avuto in mano i servizi segreti. In questo contesto la vicenda di Trieste – si è chiesto Rossetti – fa storia a sé? Sul rapporto con la Jugoslavia Gorizia si mosse e stabilì subito rapporti di buon vicinato. Fu gloria o la lista ci condannò all’isolamento?”

Il tributo del passato per un futuro migliore

“Da allora il mondo è cambiato”, come ha avuto modo di ricordare Pierluigi Sabatti, moderatore dell’incontro. “Serve capire che cosa è successo dopo, cosa ha portato quel Trattato?

“La DC e i partiti di governo si impegnarono a realizzare il Trattato, saltando la zona industriale, facendo promulgare più leggi a favore del territorio, costruire strade, ferrovie e infrastrutture – ha ricordato Richetti –. Le leggi per Trieste si saldarono con quelle previste per il post terremoto, creando un volano per la città e la Regione. Malgrado i dubbi, il tributo pagato al passato fu utile per costruire un futuro; si riuscì a conciliare i due elementi e andare oltre la ristrettezza di visione; le incomprensioni e i risentimenti contro l’Italia della Lista avevano portato loro un vantaggio elettorale, ma isolato la città”.
Anche perché, come ha rammentato Staffieri, la Lista “non riusciva ad avere la maggioranza per governare”, cosa che la portò al declino.

Foto Rossana Poletti

La sfida

“Oggi abbiamo 10mila studenti universitari, la SISSA sforna ogni anni circa 1.000 dottori di ricerca, una ricchezza culturale di cui non ci si rende conto. I giovani vanno all’estero parlano in inglese con i coetanei, i triestini ricomprano le case in Istria – ha affermato Carbone –. La sfida vera della città è che si sente grande pur non essendolo, deve invece recuperare il rapporto con i nostri vicini, l’area dei Balcani occidentali e della Mitteleuropa. L’eredità di quel momento sono due insegnamenti: il primo è che la Lista fu un segnale di ribellione nei confronti dei partiti, una risposta antipolitica, la quale ha portato all’astensionismo inquietante di oggi, che mette in discussione la democrazia liberale. Il secondo è che la preoccupazione verso il rischio di 70mila serbi e montenegrini, che sarebbero venuti a lavorare nella zona industriale, rappresenta il primo segnale di una questione presente in Europa oggi, l’immigrazione, la paura di perdere l’identità, ma quale identità? C’è una vocazione internazionale triestina che non si è più portata avanti. Urge recuperare questa dimensione, perché Trieste non è più città di frontiera ma bensì baricentro della nuova Europa. Tema su cui ci si deve confrontare se non vogliamo vivere di passato”.

“Perché conviene a tutti più che parlare di minoranze parlare di società plurale da armonizzare – ha concluso Budin – e comprendere che le strutture e infrastrutture della città non sono soltanto per i triestini, ma a disposizione dell’intero background, per rifare grande questa città”.

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