Moretto fiumano. Simbolo di razzismo?

A volte certi atti di cui si rende protagonista l’uomo rasentano la pazzia. Ed è quanto potremmo dire dopo avere appreso la notizia secondo la quale, in seguito alle recenti proteste negli Usa firmate dal movimento attivista per i diritti degli afroamericani, Black Lives Matter, la grande Fiera di antiquariato di New York ha escluso dal suo corredo i cosiddetti oggetti “blackamoor” (letteralmente negro), tra cui anche il moretto fiumano

A volte certi atti di cui si rende protagonista l’uomo rasentano la pazzia. Ed è quanto potremmo dire dopo avere appreso la notizia secondo la quale, in seguito alle recenti proteste negli Usa firmate dal movimento attivista per i diritti degli afroamericani, Black Lives Matter – in cui la folla ha abbattuto e vandalizzato statue che, da anni, erano al centro di polemiche in quanto ritenute simbolo del razzismo contro la popolazione di colore –, la grande Fiera di antiquariato di New York ha escluso dal suo corredo i cosiddetti oggetti “blackamoor” (letteralmente negro), tra cui anche il moretto fiumano.
Quello stesso che per Fiume rappresenta il simbolo di una lunga tradizione orafa risalente ancora al ‘700-’800, e di cui uno dei principali rappresentanti fu l’orefice fiumano Agostino Gigante con i suoi splendidi moretti realizzati a mano. Un monile più unico che raro, la cui bellezza ha affascinato e continua ad affascinare gli amanti dell’arte orafa di tutto il mondo. Come può un gioiello simile, risalente a epoche lontane, di cui si dice, tra le altre cose, sia legato alla cruenta battaglia di Grobnico del 1601 contro i turchi, ma la cui storia c’entra pure con Venezia – dove la figura del moro era molto presente anche nell’arte –, venire marchiato nel 21º secolo con connotati razzisti, e come tale essere bandito nelle manifestazioni pubbliche? Abbiamo chiesto un parere al riguardo ad alcune personalità del capoluogo quarnerino.
Vojko Obersnel, sindaco di Fiume: “In tutta onestà non ho né visto né letto l’articolo che si occupava di questo caso, ma a prescindere da ciò faccio davvero fatica a comprendere come il moretto fiumano possa avere dei connotati razzisti. Men che meno capire che cosa possa indurre qualcuno anche soltanto a pensare che uno dei simboli più riconoscibili e apprezzati della nostra città possa in qualche modo avere un significato discriminatorio. Si tratta di un ornamento tradizionale, che venne prodotto per la prima a Fiume centinaia di anni fa. Un accessorio che oggi viene indossato da tutti, neri, bianchi, arabi… Insomma, da tutti coloro a cui piace e che sentono il bisogno di portarlo e di esibirlo. È una polemica frivola e assurda perché è ovvio che il moretto non ha assolutamente nulla di razzista. Anzi, credo che la sua figura in qualche modo testimoni l’apertura mentale dei fiumani e di chiunque lo indossi, perché alla fine stiamo parlando di un simbolo che ha un colore della pelle diverso dal nostro, ma non per questo viene inquadrato in un contesto negativo o discriminatorio. E questo credo sia un aspetto senz’altro molto positivo. Al di là di tutto, ricordiamoci che queste presunte insinuazioni sarebbero comparse su Wikipedia e tutti noi sappiamo benissimo che questa è a contenuto libero e quindi ciò che possiamo trovare lì molte volte va preso con le pinze e con prudenza. Wikipedia non è infatti né un volume dell’Istituto croato di Lessicologia né tanto meno l’Enciclopedia britannica, ma molto più semplicemente un’enciclopedia disponibile in Rete dov’è possibile imbattersi in qualsivoglia testo e articolo, dal momento che tutti vi hanno accesso e possono tranquillamente scrivere e modificarne i contenuti a proprio piacimento. Ripeto, sostenere che il moretto fiumano abbia dei connotati razzisti è secondo me semplicemente ridicolo e queste tesi non meritano nemmeno di venire commentate”.
Daina Glavočić, storica dell’arte: “Il moretto per me è un simbolo di tolleranza. Fiume, città portuale, aperta, non ha mai avuto atteggiamenti razzisti verso nessuno. Né verso le diverse popolazioni che arrivavano via mare nella nostra città, né è stata razzista con i giapponesi che venivano alla Torpedo, né con la gente che arrivava da tutte le parti dell’Impero austroungarico. Il razzismo appartiene al mondo anglosassone, al suo passato coloniale, che occupò, sottomise e maltrattò le popolazioni negli altri continenti. Non a noi. Inoltre, il moretto fiumano, nonostante venga rappresentato come un moro con il turbante, trae origini piuttosto dai turchi, che per secoli minacciarono e invasero i Balcani (rileviamo la grande battaglia nella piana di Grobniko, nda). Ribadisco, il moretto per me è un simbolo di tolleranza e d’apertura verso la diversità delle genti e delle culture”.
Theodor de Canziani Jakšić, storico dell’arte e autore di un libro sul moretto: “È una sciocchezza. Il moretto è un prodotto specifico di Fiume, fa parte della sua gioielleria e della sua storia. Tutte le nostre nonne e bisnonne li possedevano come parte della loro dote. Questo monile ha fatto parte anche dell’intricatissima storia della mia famiglia. Nel corso dei secoli nel Mare Adriatico, nel Mar Mediterraneo, tra i popoli che vi s’affacciano, ci sono stati incontri, scontri, contaminazioni di tutti i tipi, e nello specifico, di tipo culturale. Qualche tempo fa ho partecipato a un convegno online di carattere storico. A un certo punto, uno storico, Vuk Ćosić, iniziò a parlare del moretto fiumano come della rappresentazione, secondo lui, razzista, di un personaggio che in realtà sarebbe stato un uomo di etnia rom. Detto questo, abbandonò l’aula con aria risentita, assieme a un altro giovane rappresentante dei rom. Rimasi di sasso. Nemmeno il tempo di sentire una risposta, una chiarificazione, una discussione. Niente. Purtroppo, oggi non si può più parlare liberamente senza correre il rischio di essere etichettati, stigmatizzati come elementi socialmente sospetti. Ho tanti parenti sparsi per il mondo, e quando ci vediamo, offro loro in regalo dei moretti. Ultimamente a una mia parente americana ho regalato questo nostro gioiello. Mi ha ringraziato gentilmente, aggiungendo poi con imbarazzo: “Sai, io questo in America non lo posso indossare. Sarebbe visto come un segno razzista”.

 

Ervin Dubrović, direttore del Museo Civico di Fiume e storico dell’arte: “Il moretto è per noi un simpatico ragazzo di colore al quale guardiamo con molto affetto e simpatia. È un gioiello, un oggetto prezioso, creato con molta perizia e abilità fin nei minimi particolari. È un monile che ci piace, che ci procura gioia e che amiamo indossare. Non ha nulla a che vedere con gli schiavi africani d’America di due secoli fa; una realtà per noi molto lontana ed estranea. Sono molto amareggiato per la maniera in cui gli afroamericani venivano sfruttati nel passato e per come vengono trattati tutt’oggi. Questa però è una realtà americana, che vediamo soltanto alla tivù, per cui voler vedere nel moretto fiumano un simbolo di razzismo è davvero insostenibile. D’altra parte, anche noi, nel passato e nel presente, abbiamo avuto le nostre popolazioni sfruttate, umiliate, povere, emarginate. Penso ai servi della gleba, ai migranti che prendevano la via dell’America, le persone che nel dopoguerra hanno vissuto l’esodo… Sono idee portate avanti da associazioni che si battono per i diritti civili e i diritti umani, un fenomeno oggi molto attuale. La cosa però è andata troppo in là. Stanno esagerando. Recentemente sono stato invitato da un’associazione a sostenere l’idea di apporre sopra l’edificio principale dello Zuccherificio una tabella sulla quale starebbe scritto che tale fabbrica avrebbe prodotto lo zucchero sulla pelle degli schiavi afroamericani. Ciò non è vero. La materia prima per la produzione dello zucchero a Fiume non veniva importata d’oltreoceano. Addossarci delle colpe che non stanno in piedi, non ha senso”.
Velid Đekić, scrittore, redattore e grande appassionato della storia del rock fiumano, ritiene sia esagerato e sbagliato considerare razzista il simbolo del moretto. “Il difetto intrinseco delle buone intenzioni – dice – è che si trasformano facilmente nel loro contrario. È così, purtroppo, anche con l’attuale storia del moretto. Questo simbolo non è una raffigurazione realistica della testa di un uomo nero, bensì stilizzata, il che vuol dire che mette in risalto le caratteristiche principali della sua fisionomia. Valutare il simbolo del moretto dal punto di vista realistico vuol dire non comprenderlo. Quando qualcuno capisce male e così reca disturbo agli altri, comincia ad annoiare. Anzi, quando qualcuno impone agli altri la sua ignoranza, allora vuol dire che questa persona non è tollerante e diventa così un pericolo per la società. Il moretto è chiamato così proprio perché ha le caratteristiche di un uomo nero. Inoltre, la parola ‘moretto’ è un diminutivo di ‘moro’, un vezzeggiativo che dimostra che per questo personaggio proviamo affetto. Quindi, che logica c’è nell’apprezzare un simbolo e nello stesso tempo nutrire verso di lui sentimenti d’insofferenza? Qualcuno ha le idee davvero confuse. Se ogni testa di nero stilizzata significasse razzismo, gran parte dell’arte africana risulterebbe di per sé razzista. Pensiamo a tutte quelle bellissime autentiche teste nere stilizzate create da artisti africani. Le potremmo definire razziste perché non sono state realizzate in maniera realistica? O il popolo nero è razzista verso sé stesso, per cui vede sé stesso in modo così innaturale e stilizzato? Sciocchezze. A proposito, ho detto nero? Sì, l’ho detto. E non vedo dove sta il problema, come non vedo alcun problema nell’essere definito bianco. Semplicemente perché lo sono. Ovviamente, è tutt’altra cosa quando questa parola viene distorta e assume un significato dispregiativo e denigratorio. Il politicamente corretto diventa un problema quando finisce in mani sbagliate. Anzi, quando la giustizia viene dispensata da persone rabbiose, si trasforma in un’arma per maltrattare gli altri. Non finisce sempre bene ciò che inizia con le migliori intenzioni“, conclude Đekić.
Elvio Baccarini, professore di etica e filosofia, responsabile del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Fiume: “Da un lato è comprensibile che ci sia una sensibilizzazione così marcata sulla questione della disuguaglianza razziale che purtroppo è un problema che tutt’oggi non è stato ancora sradicato. Dall’altro, credo che sarebbe molto più utile concentrarsi su fenomeni effettivi di razzismo, magari prendendo conoscenza sull’origine storica di determinati simboli al fine di interpretarli anche alla luce del significato che questi hanno oggi. È chiaro quindi che il moretto fiumano non ha alcun connotato razzista. Se stiamo esagerando? Diciamo che è scandaloso che nel XXI secolo non ci sia ancora l’uguaglianza tra persone di razze diverse. Detto questo, è necessario trovare il metodo più efficace per opporsi a questa piaga sociale. Combattere contro monumenti o simboli non è certamente una soluzione anche perché oggi questi non hanno più significati razzisti che magari potevano avere un tempo. Per come la vedo io, non ha alcun senso focalizzarci su fenomeni che di fatto non sono razzisti. Vero è che attraverso di essi vengono veicolati determinati messaggi che possono associare a elementi di disuguaglianza razziale, ma questi il più delle volte si limitano al passato. Oggi invece rappresentano elementi di folclore o di ricordo storico, in particolare nel caso di monumenti. L’attenzione dev’essere incanalata su questioni reali come ad esempio la presenza proporzionale di persone di razze diverse nella realtà sociale o nelle posizioni privilegiate, e poi ancora sulle leggi che combattono la discriminazione razziale. Ricordiamoci infatti che spesso il razzismo è legato a condizioni socio-economiche che non consentono di migliorare la situazione nemmeno quando l’aspetto legislativo è rivolto all’eliminazione della discriminazione razziale. È qui che vanno concentrati i nostri sforzi e non sul moretto fiumano che col razzismo non c’entra proprio nulla”.
Sanja Bojanić, direttrice del Centro per gli studi avanzati dell’Europa sud-orientale e docente all’Accademia di Arti applicate di Fiume, afferma che il moretto fiumano è un simbolo controverso. “Cinque anni fa, a una conferenza che avevamo organizzato a Fiume, aveva partecipato il caro collega e filosofo della politica israeliano, Avner de Shalit, il quale aveva parlato dei metodi di misurazione dell’ineguaglianza in una città – esordisce –. I filosofi della politica, e Avner è uno dei più rinomati nel mondo, fanno più o meno sempre la stessa cosa: individuano un problema, lo analizzano, cercano di scoprire un modello di pensiero, e in seguito anche di comportamento, con il quale questo problema viene risolto. Avner ha tre figlie e ha voluto regalare loro qualcosa di caratteristico di Fiume per ricordarsi di noi. Passeggiando per il Corso alla ricerca di ricordi adatti, guardavamo anche le vetrine delle gioiellerie. Avevamo notato il moretto e discusso a lungo di questo simbolo. Avner si chiedeva se non fosse irrazionale e poco pratico adottare la prassi simbolicamente ed eticamente inaccettabile di decorarsi con la figura di un bel paggio nero con il turbante bianco, che è una forma estetizzata di razzismo”.
“Al commento legato al controverso ‘Moretto fiumano’ – prosegue – aggiungerò un pensiero di Martin Luther King: ‘Può darsi non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non farete nulla per cambiarla’. Respingendo chiaramente una tradizione simbolica negativa, per quanto esteticamente attraente, innocentemente avvolta in una leggenda e abbellita, è giunto finalmente il momento di cambiare abito mentale. Se a Venezia sono sempre più rari i gioiellieri che promuovono i moretti, se non potremo più gustare gli squisiti cioccolatini moretti perché la svizzera Migros ha ritirato dalla produzione i Mohrenkopf in seguito alle connotazioni razziste nel nome e nei simboli che indossa, perché Fiume dovrebbe ostinatamente conservarli? Direte ‘noi non siamo colpevoli per il capitalismo schiavista, non abbiamo mai colonizzato nessuno’. Ma la vita, soprattutto la vita politica di tutti noi è così soggetta ai cambiamenti che accettare in maniera acritica ogni tradizione della nostra storia, non può garantire un futuro brillante. Non dovrebbe la nostra razionalità sociale sottintendere la scelta e la promozione di pratiche con le quali si tende alla parità, all’uguaglianza e alla fiducia reciproca?”.
Sono pochi coloro che a Fiume non conoscono o non hanno sentito parlare di Tonči Grabušić, eclettico musicista, orafo e gioielliere, che in questo 2020 così particolare celebra due anniversari importanti: i 40 anni di carriera musicale, ma anche mezzo secolo di attività presso la gioielleria di via Matija Gubec, fondata da suo padre e che oggi gestisce con successo? Tonči dei moretti fiumani ha fatto un’arte, un proprio marchio di fabbrica, diventando negli anni il migliore tra gli orafi fiumani della nuova generazione. Inoltre quest’artista dalle mille sfaccettature, realizza una serie di souvenir, tutti fiumani, ideati da lui stesso.
È suo il cucchiaino d’argento recante la scritta “Rijeka” incisa nella parte concava del cucchiaio, mentre in cima al manico trova posto una testa di moretto e la tipica penna a forma di siluro. Questi ultimi sono soltanto due dei tanti souvenir originali ideati e realizzati da Grabušić. Quando si parla dei moretti, Tonči non ne vuole sapere di veti di alcun tipo.
“Tornando indietro nel tempo, il moretto rappresenta il simbolo incontrastato di Fiume, anche se il capoluogo quarnerino è la classica ‘gallina dalle uva d’oro’ per quanto riguarda il suo patrimonio artistico, storico, industriale, tradizionale e folcloristico. La città offre tanto in quanto a storia e leggende, ma il moretto è il suo classico punto di riferimento. Spesso mi tocca spiegare ai vari clienti stranieri, soprattutto statunitensi – e qui mi riferisco ai membri degli equipaggi delle navi della Marina USA, tra i quali c’è una forte percentuale di afroamericani – il significato del moretto, la sua storia, le leggende ad esso legate. Rimangono positivamente sorpresi. Ora questo movimento, il Black Lives Metter, nato come supporto a una categoria di persone, che sta impazzando negli Usa e nel resto del mondo con questa mania di voler cancellare tutto ciò che possa avere dei presunti connotati razzisti, appare a mio avviso di un’assurdità incredibile. E poi Fiume, come città di confine, nel corso della storia è sempre stata meta d’interesse degli Stati dominanti, tra cuipossiamo senz’ombra di dubbio annoverare anche l’impero Ottomano, popolazione dalla pelle scura che amava fasciarsi il capo con dei grandi turbanti bianchi. Rendo l’idea? Una città aperta, sempre pronta ad accogliere i diversi. E il moretto, così diverso da noi tutti, è stato giustamente adottato ed elevato a gioiello unico nel suo genere oltre che simbolo della città”.
Liliana Venucci, responsabile del Reparto editoriale della Casa editrice EDIT, che ha pubblicato nel 2002 il libro “Il moretto fiumano” curato dalla storica e critica d’arte, prof.ssa Erna Toncinich. “In tutta sincerità la polemica in corso non mi ha particolarmente colpito perché rifuggo dai fenomeni d’isterismo collettivo. Gran parte delle riletture storiche distorte rappresentano dei pretesti per raggiungere finalità che ben poco hanno a che fare con le buone intenzioni. È fuorviante adottare una chiave di lettura che distorce un fenomeno o evento del passato per usarlo oggi. Il moretto non è espressione di razzismo, è un oggetto-emblema di una tradizione popolare locale, che trova la sua giustificazione storica databile cinque, sette o più secoli fa. La storia locale ricorda un episodio legato alle migrazioni delle popolazioni ottomane, spesso bellicose. Ciò che avvenne nella piana di Grobnico, teatro di scontro e vittoria dei locali, è condensato nel monile ricoperto di smalti nero e bianco e adornato di eventuali pietre preziose. È un’usanza locale. La bellissima fotomonografia quadrilingue (italiano-croato-inglese-tedesco) ‘Il moretto fiumano’ di Erna Toncinich, pubblicata dalla casa editrice EDIT non è un manuale di razzismo, ma un volume che valorizza e illustra la lavorazione artistico-artigianale del moretto con il metodo tradizionale e con il metodo moderno, corredato da immagini e descrizioni esclusive di numerose pagine del catalogo del noto orafo fiumano Gigante di fine Ottocento”.
Tea Paškov Vukojević, a capo della Sezione di pittura “Romolo Venucci” della SAC “Fratellanza” attiva in seno alla Comunità degli Italiani di Palazzo Modello: “Secondo me è ridicolo togliere tutto ciò che ha a che fare con la tradizione, per cercare di migliorare il passato. Il passato resta quello che è. Varie organizzazioni stanno tentando di cambiare le cose, ma è inutile modificare il passato. Tra l’altro, il nostro moretto non ha nulla a che vedere con il colonialismo. Il moretto proviene da Venezia. Esso fa parte della nostra tradizione culturale, di un modo di esprimersi tipicamente legato alla nostra regione. Cercare di negare questo gioiello, significa negare la cultura, tutti coloro che hanno investito il loro ricco sapere quali gli orefici, che vi mettevano animo ed energia, oltre che la loro imprescindibile abilità manualistica. Dietro al moretto fiumano sta quindi tutt’altra cosa. Bisognerebbe lottare contro le affermazioni apparese ultimamente nei media. La tradizione va rispettata”, sostiene Paškov Vukojević.

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