Migrazioni. L’Europa è alla ricerca di compromessi

Il Forum strategico di Bled ha riunito i leader di numerosi Paesi e dell’Unione europea. Sotto i riflettori le sfide più importanti del momento. Presente pure David Sassoli

”L’Europa è l’arte di saper fare piccoli compromessi per realizzate grandi ambizioni”. Ad affermarlo è stato il primo ministro ellenico, Kyriakos Mītsotakīs, durante il Forum strategico di Bled (BSF). Il premier greco lo ha dichiarato dopo che nell’ambito del dibattito inaugurale del vertice internazionale iniziato oggi in Slovenia è emersa l’assenza di una visione condivisa in seno all’Unione europea in materia di migrazioni, ma non solo. Il primo ministro sloveno, Janez Janša, ad esempio ha ribadito l’opinione che ormai è lecito sostenere che non esiste più una sola UE. Una tesi che trova conferma nelle parole espresse dal premier croato, Andrej Plenković, il quale ha osservato che (in seno all’UE) “c’è chi vorrebbe che nei confronti di Ankara venisse applicata la linea dura e chi invece vorrebbe trovare una soluzione alle sfide connesse alle migrazioni trattando proprio con la Turchia. C’è chi vorrebbe stabilire un nuovo approccio nei rapporti con la Russia e chi, invece, a causa della Crimea, nei confronti di Mosca vuole sia attuata una politica all’insegna dell’intransigenza. Qualcuno è favorevole all’allargamento dell’Unione, mentre altri hanno una reazione allergica non appena sentono parlare dell’argomento”.
Numerosi i partecipanti
Oltre a Janša, Mītsotakīs e Plenković al dibattito inaugurale del BSF (“Il futuro dell’Europa – To Stand and Withstand”) sono intervenuti pure i capi di governo della Repubblica Ceca, Andrej Babiš, della Slovacchia, Eduard Heger, e dell’Ungheria, Viktor Orbán, il Presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, la vicepresidente della Commissione europea con delega alla Demografia e alla Democrazia, Dubravka Šuica e il segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin. Al prosieguo dei lavori del BSF hanno preso parte pure i Presidenti bulgaro e moldavo, rispettivamente Rumen Radev e Maia Sandu, due dei tre membri della Presidenza della Bosnia ed Erzegovina (Šefik Džaferović e Željko Komšić), i premier montenegrino, Zdravko Krivokapić, kossovaro, Albin Kurti, polacco, Mateusz Morawiecki, albanese, Edi Rama e macedone settentrionale, Zoran Zaev, nonché il commissario europeo all’allargamento e il buon vicinato, l’ungherese Olivér Várhely. Presente pure il sindaco di Fiume, Marko Filipović.
Il nodo afghano
Riferendosi alla situazione in Afghanistan, i primi ministri intervenuti al pannello inaugurale del BSF hanno rilevato l’importanza di scongiurare il ripetersi dello scenario del 2015, quando nei Paesi europei si riversò oltre un milione di migranti. Hanno sollecitato una risposta tempestiva di Bruxelles e l’erogazione di 200 milioni di euro di aiuti umanitari da destinare al Paese dell’Asia centrale. Il premier ceco ha definito la situazione in Afghanistan “una catastrofe e una vergogna dell’Occidente”. Secondo Babiš l’Unione europea tenterà di frenare un’eventuale ondata migratoria negoziando nuovamente con il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.
Sassoli deluso
Sassoli, richiamandosi ai principi di solidarietà sanciti dai Trattati fondativi dell’Unione, ha ammesso di essere rimasto deluso “dalle conclusioni del Consiglio Affari interni di ieri. Abbiamo visto Paesi fuori dall’Unione europea farsi avanti per offrire accoglienza ai richiedenti asilo afghani, ma non abbiamo visto un solo Paese membro fare altrettanto. Tutti hanno giustamente pensato ai propri collaboratori e alle loro famiglie, ma nessuno ha avuto il coraggio di offrire rifugio a coloro che sono ancora oggi in pericolo di vita. Non possiamo fare finta che la questione afghana non ci riguardi, perché abbiamo partecipato a quella missione condividendone gli obiettivi e le finalità”.
Una politica comune
Parole queste che hanno suscitato la reazione di Mītsotakīs. Replicando a Sassoli il premier ellenico ha osservato che nel 2015 la Grecia è rimasta vittima delle politiche europee. “Una situazione che non deve ripetersi. Dobbiamo imparare dai nostri errori e mandare un chiaro segnale ai trafficanti, ossia che non possono lucrare sui patimenti umani”, ha dichiarato Mītsotakīs. A sua volta Sassoli, reclamando maggiori poteri per l’Unione, ha osservato che la definizione di una politica migratoria comune è importante proprio per evitare che in futuro a causa della sua posizione geografica un qualsiasi Paese sia lasciato ad affrontare da solo simili sfide. Una chiave di lettura non condivisa dal premier ungherese. “Stiamo parlando di temi sui quali non ci troveremo mai tutti d’accordo. Di conseguenza, l’unico modo per evitare di sfasciare l’Unione consiste nel restituire ai Paesi la facoltà di decidere in relazione a questi argomenti in modo sovrano”, ha osservato Orbán.
Capacità di reazione militare
Il presidente del Consiglio europeo ha parlato della necessità di rafforzare il ruolo dell’Unione nello scacchiere internazionale, anche potenziando le sue capacità di reazione militare. “I Paesi occidentali hanno dovuto affidarsi alle Forze armate USA per evacuare i propri cittadini da Kabul”, ha osservato Michel. A tale proposito Plenković, riferendosi al potenziale economico e militare del Regno Unito (che dispone di un arsenale atomico e può esercitare il diritto di veto all’ONU), ha detto che l’Unione europea non si è resa pienamente conto dell’handicap subito in seguito alla Brexit. A sua volta Dubravka Šuica ha affermato che l’UE non potrà ambire a essere considerata una superpotenza se la sua popolazione costituirà soltanto una piccola minoranza della popolazione globale.

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