Lo scontro sul futuro del territorio entra in una fase decisiva. I partiti della sinistra e del centrosinistra croato hanno annunciato un doppio fronte contro il pacchetto di leggi su pianificazione territoriale, edilizia ed efficienza energetica promosso dal governo guidato dall’HDZ e dal ministro Branko Bačić. Da un lato il ricorso alla Corte costituzionale, dall’altro la minaccia di un referendum popolare per bloccare norme che, secondo l’opposizione, aprono la strada a una devastazione irreversibile dello spazio e del paesaggio.
La conferenza stampa si è svolta in Parlamento e ha visto fianco a fianco SDP, Možemo!, Centar, GLAS e DOSIP. Un fronte compatto che accusa l’esecutivo di ignorare la comunità scientifica, le associazioni di settore e una parte crescente dell’opinione pubblica.
Sandra Benčić, leader di Možemo!, ha chiarito la strategia: richiesta di valutazione di costituzionalità per tutte e tre le leggi, con l’esplicita pretesa che la Corte si pronunci entro un termine ragionevole, indicato in circa tre mesi. In caso contrario, ha avvertito, sarà la piazza a decidere.
Secondo Benčić, i testi sono viziati alla radice e non migliorabili con emendamenti perché fondati su un’impostazione sbagliata. Una tesi che, a suo dire, è condivisa dall’intera comunità professionale che si occupa di pianificazione e tutela del territorio. Da qui l’avvio di una mobilitazione capillare, con volontari impegnati a informare i cittadini e a sollecitare direttamente i deputati della maggioranza. In pochi giorni, ha riferito, sarebbero stati inviati circa 50 mila messaggi di protesta ai parlamentari dell’HDZ e dei partiti alleati.
Hajdaš Dončić: «Un Paese a due facce»
Il leader dell’SDP Siniša Hajdaš Dončić ha rilanciato i toni, parlando di una Croazia “con un cappotto a due facce”: una europea e una balcanica, quest’ultima incarnata, a suo giudizio, dall’approccio del premier. L’accusa è quella di procedere senza ascoltare né l’opposizione né gli esperti, su un tema che riguarda un bene comune unico e non riproducibile.
“Se questi provvedimenti verranno approvati a colpi di maggioranza – ha detto – faremo di tutto per farli cadere, nelle istituzioni e insieme ai cittadini”. Alla domanda su un possibile intervento del presidente della Repubblica, Hajdaš Dončić ha precisato che la battaglia resta parlamentare e politica, senza volerla spostare sul terreno dello scontro istituzionale con il Pantovčak.
Le accuse di Mrak Taritaš
Ancora più dura Anka Mrak Taritaš di GLAS, che ha liquidato la riforma come “un passo verso il baratro”. Un paragone netto: spegnere un incendio con una tanica di cherosene. Nel suo intervento ha ricordato la lunga serie di ministri dell’Urbanistica finiti al centro di polemiche e scandali, sostenendo che le nuove leggi non rappresentano una svoltam ma l’ennesima conferma di una gestione irresponsabile.
Secondo l’ex ministra, un “governo rispettabile si sarebbe fermato a dialogare con la professione e con i territori”. L’attuale esecutivo, invece, viene accusato di “procedere per imposizione, senza alcuna mediazione”.
Puljak: «In gioco il bene più prezioso»
Per Marijana Puljak, leader di Centar, la discussione in corso va oltre il normale confronto legislativo. “È la più importante degli ultimi anni”, ha detto, perché riguarda ciò che la Croazia ha di più prezioso: lo spazio, il territorio, il paesaggio. Un patrimonio che rischierebbe di essere compromesso in modo definitivo una volta approvate le norme.
Puljak ha parlato apertamente di un test di patriottismo, invitando i deputati della maggioranza a non votare provvedimenti che, a suo giudizio, favoriscono interessi particolari a scapito della collettività.
Una battaglia destinata a durare
Alle accuse dell’HDZ, che parla di allarmismo e di strumentalizzazione politica, l’opposizione risponde rivendicando coerenza e denunciando modifiche legislative precedenti, come quelle sulle fonti rinnovabili, che avrebbero già aperto la strada a espropri e forzature.
La sensazione è che il confronto sia solo all’inizio. Se le leggi verranno approvate, il conflitto si sposterà nelle aule della Corte costituzionale e, forse, nelle piazze. Con il territorio come posta in gioco e un referendum che, per la sinistra, non è più solo una minaccia ma un’opzione concreta.
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