Una sola segnalazione, nonostante la diffusione massiccia di notizie false e non verificate sui social network. È questo il bilancio, per ora, dell’intervento dell’Agenzia croata per le attività di rete (HAKOM) nel caso del presunto attacco a una suora, poi rivelatosi un episodio di autolesionismo. A presentare l’unica denuncia formale è stata l’organizzazione civica Gong, che ha segnalato i contenuti alla piattaforma Meta e, per conoscenza, anche al Ministero dell’Interno.
HAKOM è stato nominato dal governo, nel febbraio dello scorso anno, coordinatore nazionale per i servizi digitali, con il compito di applicare in Croazia il Digital Services Act dell’Unione europea. L’obiettivo del regolamento è ambizioso: contrastare la diffusione di contenuti illegali online, dall’incitamento all’odio ai materiali dannosi per i minori, fino alle campagne di disinformazione che minano il dibattito pubblico.
Proprio la lotta alle fake news, soprattutto sui social network, è considerata da Bruxelles una delle sfide centrali per garantire un ambiente digitale più sicuro ed equo. Eppure, nel caso della suora, nonostante l’eco mediatica e la circolazione di versioni infondate, al coordinatore croato è arrivata una sola segnalazione ufficiale.
La denuncia di Gong
La segnalazione risale al 3 dicembre, il giorno successivo alla conferma della polizia secondo cui non si era trattato di un’aggressione, ma di un gesto di autolesionismo. Gong aveva richiamato l’attenzione su una vera e propria campagna di disinformazione che, a loro avviso, rischiava di alimentare odio, tensioni sociali e persino violenze nel mondo reale.
Secondo quanto emerso dai media, nel mirino della denuncia sarebbero finite diverse figure pubbliche e canali informativi che avevano attribuito l’episodio a un presunto attacco da parte di un migrante, parlando perfino di terrorismo. Una narrazione poi smentita dai fatti, ma che ha continuato a circolare online, rilanciata da pagine Facebook, commentatori e siti di informazione.
Contenuti ancora online
Un’indagine del servizio di fact-checking Lupa ha mostrato come le notizie false o non verificate siano state diffuse da una rete ampia e variegata: media locali, personalità politiche e religiose, fino a utenti dei social anche al di fuori della Croazia. Molti di questi contenuti risultano tuttora accessibili in rete.
Eppure, spiegano da HAKOM, il loro ruolo ha confini ben precisi. L’agenzia non può intervenire direttamente sui contenuti che circolano sulle piattaforme social. Le segnalazioni devono arrivare alle piattaforme stesse o alle autorità competenti a emettere un ordine formale di rimozione, come la polizia, la procura o altri enti regolatori. In questo caso, nessun ordine di questo tipo è stato finora emesso.
Il nodo tra contenuto dannoso e contenuto illegale
Il punto centrale, sottolineano dall’agenzia, è la distinzione tra contenuto dannoso e contenuto illegale. Non tutto ciò che è falso o pericoloso rientra automaticamente nell’illegalità. Il Digital Services Act non introduce una definizione giuridica autonoma di “disinformazione” né la rende illegale in quanto tale. La valutazione dell’illiceità resta affidata ad altre norme nazionali ed europee, dal diritto penale alla tutela contro l’odio o la discriminazione.
Solo in presenza di un accertamento formale di illegalità, le grandi piattaforme sono obbligate a intervenire. Un ruolo chiave, in questo meccanismo, è affidato ai cosiddetti “segnalatori affidabili”, soggetti qualificati che possono indicare contenuti illegali con una corsia preferenziale. Ma anche questo sistema è ancora in fase di definizione, scrive l’agenzia Hina.
Un sistema ancora incompleto
HAKOM ha già pronto un progetto di regolamento per il riconoscimento dei segnalatori affidabili, ma ha deciso di attendere le linee guida definitive della Commissione europea. Senza queste figure e senza ordini formali delle autorità, le segnalazioni delle organizzazioni civiche, come quella di Gong, restano importanti sul piano pubblico e politico, ma non hanno la forza vincolante di un atto ufficiale.
Il caso della suora mette così in luce un paradosso: mentre la disinformazione corre veloce sui social, gli strumenti per fermarla procedono con tempi più lenti e con confini giuridici ancora incerti. Un vuoto che rischia di lasciare spazio, ancora una volta, a narrazioni false capaci di produrre effetti molto reali.
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