Non è una villa austroungarica, non è un palazzo mondano per l’alta società e non è nemmeno una sede del governo locale è “soltanto” una stazione elettrica, semplicemente un grosso nodo tecnologico, ma lo conoscono tutti, tanto che passando per Grega nessuno può non accorgersi di questa singolare presenza architettonica. Per noi a Pola è il tempio dell’energia o della luce. Gli amanti della cultura e dell’espressione artistica alternativa ed industry darebbero non so cosa per potervi insediare un museo, muovendosi tra gli ampi open space interni, audaci e vissuti, tra materiali grezzi, entro una struttura vintage dai mattoni rossi a vista. Il nostro impianto di trasformazione elettrica è un vero e proprio simbolo della modernità industriale e del progresso di stampo… monarchico. Risale, infatti, al Regno d’Italia, tanto per ribadire che anche l’italica nazione ha i suoi meriti e non solo quella tanto osannata imperiale-austriaca.
Un’architettura dal rigore razionalista
La nostra architettura, classe 1928, che per aspetto è caratteristica e riflette un passaggio dall’eclettismo ornamentale al rigore del razionalismo-liberty, sta subendo un’opera di totale riqualifica su commissione dell’ente elettroenergetico croato HEP, in quanto proprietario e gestore della storica struttura. Sotto le impalcature che avvolgono questi considerevoli volumi dell’edificio, le sue sporgenze e le rientranze geometriche che ne nobilitano la funzione tecnica, le facciate sono letteralmente finite per impallidire. Da rosso-ruggine sono diventate grigio-biancastre. Stiamo per tradire la storia dell’architettura industrial? Dall’Elektroistra, filiale della HEP polese, manco una risposta. Se non altro, si sente dire da fonte ufficiosa che tutto verrà ripristinato facendo riacquistare ad ogni elemento il proprio aspetto originale: la prevalenza dei mattoni a vista, le pietra naturali per i basamenti, le ampie vetrate (anche ad arco) con infissi in ferro per illuminare le sale macchine di grande altezza che ospitano trasformatori, convertitori vari e strumenti di misura.

Edifici gemelli a Opicina, Caroiba, Sanvincenti
Dove esistono altri edifici del genere? Esistono eccome e sono quasi gemelli da Opicina e Porto vecchio a Trieste, fino Caroiba e Sanvincenti. Era il vecchio tragitto dell’elettrodotto fabbricato più di un secolo fa specificatamente nel 1924, la cui linea d’alta tensione, ossia le sue infrastrutture erano sostenute da tralicci per trasportare energia ad alta tensione dall’Isonzo, fino all’Istria meridionale. A voler cercare meglio, si nota che le stesse caratteristiche tecniche, le stesse strutture essenziali, le stesse linee rette, gli stessi volumi puri che rinnegano le decorazioni superflue per enfatizzare la funzionalità, caratterizzano le sottostazioni elettriche del medesimo periodo in Italia del nord. Come la nostra rappresentano la vecchia architettura elettrica funzionalista, con tratti puliti e cemento armato, che non a caso, raccontano la modernità della rete elettrica. Tutti avevano il medesimo compito fondamentale di trasformare l’energia proveniente dalla rete ad alta tensione in corrente adatta all’uso industriale e domestico per gli utenti finali.
Da 35 kV a 10 kV a 220-440 Volt
Notiamo in questi giorni la presenza in loco della ditta croata Fragmat, altamente specializzata nella fornitura e applicazione di sistemi e materiali idroisolanti (bitume in primis), particolarmente usati in caso di interventi architettonici particolarmente esigenti al fine di impedire la penetrazione di umidità e acqua dentro a delle strutture oltremodo importanti come questa. Se altrove la maggior parte delle vecchie sottostazioni sono state dismesse, concludendo la carriera della gestione dell’alta tensione all’interno di grandi isolatori, per essere “trasformate” loro stesse in musei dell’industria, la nostra infrastruttura elettrica è ancora viva e vegeta. Fornisce alla Città la corrente compiendo ancora un bel servizio: la trasformazione dell’alta tensione dai suoi 35 kilovolt alla media tensione da10 kV da indirizzare tramite rete di distribuzione alle infrastrutture costituite dalle piccole cabine di trasformazione che a sua volta la trasforma in bassa tensione (220-400 V), per renderla sicura e utilizzabile in case, uffici e industrie.
Elettrificazione con cenni storici
Lo scorso secolo, quasi agli albori dell’elettrificazione di Pola, quest’impianto aveva a che fare con tutta un’altra tensione, che passava attraverso i tralicci, oggi inesistenti e sostituiti da fili della rete sotterranea. Dopo la seconda guerra mondiale, la trasmissione dell’alta tensione verso l’Istria, subiva un “taglio” netto. Oltre a quello geografico, la politica economica di allora finiva per eliminare anche il collegamento energetico, abbandonando oltre confine il nodo di trasformazione della centrale di Opicina (Trieste), per poi passare dall’elettricità a 42 Hertz allo standard di frequenza odierna da 50 Hz usato per la maggior parte dei Paesi d’Europa. Il tutto andava integrato al sistema elettroenergetico jugoslavo.
Per buttare giù i ponti con l’Italia, nel 1949 venne costruito un impianto provvisorio con apparecchiature di trasformazione a Sesana, nel litorale carsico sloveno, al fine di assicurare l’approvvigionamento elettrico a Capodistria e a Buie. La totale modifica della frequenza venne portata a termine con la fine del 1952, per cui tutti gli utenti dell’Istria passarono ai 50 Hz, fatta eccezione per le miniere d’Arsia (adeguate nel 1954). Fu allora che la rete Istriana divenne autonoma da quella italiana, pur versando in pessime condizioni. Nel corso del 1956, venne ricostruito l’elettrodotto Mattuglie-Albona, nel 1957 venne messa in moto la sottostazione elettrica di Arsia, negli anni a seguire si passò alla ricostruzione dell’elettrodotto Arsia-Pola risalente al 1941. E via costruendo, riaprendo, ampliando ed estendendo tutta una ragnatela elettrica, che nel caso nostro, confluisce in questo edificio. šaSi diceva, tempio dell’elettricità che risale a dei decenni che taluni definiscono del tutto “bui” pur avendoci fornito la luce, proprio perché furono di assoluto grande fermento innovativo ed evoluzione tecnico-industriale. Alla faccia dell’odierna ingegneria e fino a prova contraria, quello che andava bene allora, va bene anche per il XXI secolo.
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