La bitta: più forte d’ogni avversità

Il porto fiumano ne conserva decine, e nonostante la loro veneranda età, stanno ancora lì, forti e salde, intatte nella loro bellezza. Vennero fuse nelle fabbriche Schlick e Skull

Forte è la bitta, salda nel suo offrire ormeggio alle più disparate, anche alle più pesanti imbarcazioni. Eccola lì, immobile e fiera, resistente alle intemperie del tempo, alle epoche che inesorabilmente si susseguono, ai cambiamenti del tessuto cittadino, della gente. Immortale. Silenziosa e orgogliosa del suo ruolo, spesso ispirazione per i poeti più sensibili e attenti, come lo è stato il grande Osvaldo Ramous, che passò la vita intera nella sua Fiume, e che tra le sue innumerevoli opere, annovera anche quella dedicata alla bitta. In pochi forse conosceranno la sua poesia dal titolo “La bitta solitaria”, vicina al motivo del mare e del porto e in cui si concretizza il rapporto tra l’autore e la sua città. “Tra partenze ed arrivi, ampi respiri di oceani, / mentre scafi possenti / stanno scrollando le rive / per trascinare a oscuri lidi i tetti delle città”.

Versi dal significato profondo in cui Ramous passa alla considerazione dell’apertura di una città di mare, appunto Fiume, a mondi (appunto oceani) sconosciuti, per chiudere in una prospettiva inquieta circa le novità (oscuri lidi, come lui le definisce) alle quali la città in futuro andrà incontro. Parole che può capire soltanto chi ama profondamente questa città, e chi ne conosce bene il passato travagliato. Un trascorso importante, raccontato dal ricco (seppur non sufficientemente valorizzato) patrimonio rimasto, tra cui appunto la bitta, o meglio, le bitte – il termine deriva dal turco bitevi che significa forte, potente, massiccio –, che per mera definizione sono basse e robuste colonne, posizionate nelle banchine dei porti o sui ponti delle imbarcazioni, e alle quali vengono legati o avvolti i cavi d’ormeggio. Il porto di Fiume, dei tempi che furono, ne ha conservate tante, a testimonianza della loro robustezza e resistenza a qualsiasi tipo di… avversità. Gran parte di quelle sorte a Fiume sono in ghisa (alcune anche in pietra, e nessuna in legno, che generalmente è pure uno dei materiali usati per la sua costruzione), e nella parte superiore terminano con un ringrosso a forma di fungo, o di collare, che ha la funzione di evitare che il cavo si sfili dall’ormeggio quando è in trazione. La loro costruzione accompagnò, nel corso del XIX e a inizio XX secolo (fino a circa gli anni Venti), il rapido sviluppo del porto fiumano. Le prime sorsero verso il 1894, in un’epoca in cui l’allora ministro ungherese Gabor Baross, approvò l’edificazione di porto Baross, specializzato in esportazione di legno. Le bitte in ferro trovarono posto sui moli del porto e lungo il Canal morto e la loro realizzazione fu affidata inizialmente all’officina magiara di Ignaz Schlick (Schlik fèlè vasöntöde es Cépgyàr R.T. Budapest) a Budapest e poi, per un periodo più lungo, alla “Fonderia e fabbrica macchine Matteo Skull” (Skull Mátyas vasobtodje Fiume) di Fiume, che fu aperta negli anni Ottanta del XIX secolo. Ogni singola bitta nel porto fiumano porta la firma – in lingua ungherese fino alla Prima guerra mondiale e in seguito in italiano –, dello stabilimento in cui è stata realizzata e l’anno di costruzione, quest’ultimi quasi tutti diversi. Un dettaglio importante, non soltanto dal punto di vista culturale, ma anche e soprattutto storico, in quanto dà modo di seguire e apprendere lo sviluppo nei decenni del porto di Fiume, ma anche il succedersi dei vari governi. Nonostante la loro veneranda età – alcune delle bitte sono state realizzate oltre un secolo fa –, ancor’oggi si prestano agli occhi dei passanti in tutta la loro bellezza, grazie anche al materiale d’altissima qualità usato per la loro costruzione. Nulla è riuscito a scalfirle, né la salsedine, né il sole, né il vento. Anzi, il passare del tempo ha contribuito a renderle ancora più affascinanti, donando loro un’importanza e un significato particolari. Che, come già detto, andrebbero considerati maggiormente. Ma questo è un altro discorso…

A Cosala la tomba della famiglia Skull

Il Cimitero monumentale di Cosala conserva, nei pressi del mausoleo Whitehead, la tomba della famiglia Skull, tra i cui membri spicca Nevio, imprenditore e politico italiano, nato, vissuto e deceduto a Fiume, il quale ereditò dal padre Giuseppe la “Fonderia e Fabbrica macchine Matteo Skull”, fondata nel 1878 e diventata in breve tempo la più importante industria privata della città. Nevio Skull ne assunse le redini nel 1935, all’età di 32 anni. Dopo l’8 settembre 1943 fu avvicinato da emissari delle forze partigiane jugoslave, che lo sapevano vicino agli ex seguaci del Partito Autonomista Fiumano di Riccardo Zanella, i quali cercarono di convincerlo ad accordi politici, ossia ad avallare l’annessione di Fiume alla Jugoslavia. Skull respinse tale proposta e nella notte tra il 3 e il 4 maggio 1945, venne arrestato dall’OZNA e scomparve. Il suo cadavere fu rinvenuto venticinque giorni dopo, nel letto della Rječina. Aveva sulla nuca una ferita d’arma da fuoco.

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