La Croazia dovrà iniziare entro l’inizio del 2028 il trasferimento della propria quota di rifiuti radioattivi a bassa e media attività prodotti dalla centrale nucleare di Krško. È quanto ha ricordato in Parlamento Vedran Špehar, segretario di Stato al Ministero dell’Economia, intervenuto durante la discussione sul disegno di legge per la costruzione del Centro nazionale di smaltimento.
Secondo Špehar, il Paese è vincolato dall’accordo interstatale con la Slovenia, che impone a ciascuna delle due nazioni di occuparsi della metà dei rifiuti provenienti dalla centrale. Una condizione necessaria per liberare spazi di stoccaggio all’interno dell’impianto e garantire così la continuità operativa della centrale, in funzione da oltre quarant’anni.
Proprio per rispettare le scadenze, ha spiegato il rappresentante del governo, è necessario avviare quanto prima le procedure per la costruzione del Centro di smaltimento, per il quale è stata individuata come sede preferenziale l’ex caserma di Čerkezovac, sulla Trgovska gora, a circa 100 km a sud di Zagabria, al confine con la Bosnia ed Erzegovina. La scelta è arrivata dopo l’analisi di quattro aree considerate idonee: oltre a Trgovska gora, erano state valutate Petrova gora, Moslavačka gora e Papuk. “Gli studi hanno mostrato che si tratta della soluzione più adeguata e conforme ai requisiti richiesti”, ha sottolineato Špehar.
Una volta approvata la legge, il passo successivo sarà definire l’entità dei contributi economici destinati alla comunità locale che ospiterà il sito di stoccaggio. “È previsto un trasferimento finanziario diretto al comune interessato, con indicazioni chiare sull’utilizzo delle risorse”, ha aggiunto.
Il Centro non accoglierà soltanto i materiali radioattivi provenienti da Krško, ma anche quelli “istituzionali”: rifiuti generati da strutture ospedaliere, laboratori e industrie, oggi distribuiti temporaneamente in varie sedi, tra cui due istituti scientifici di Zagabria.
Špehar ha ricordato che la centrale di Krško ha recentemente ottenuto una proroga di vent’anni della licenza operativa e che l’auspicio è estenderla ulteriormente. Per farlo, saranno necessari investimenti stimati attorno al miliardo di euro. Quanto al combustibile nucleare esaurito, continuerà ad essere stoccato nel sito dell’impianto almeno fino al 2043, e al massimo fino al 2063, quando la chiusura e lo smantellamento della centrale renderanno inevitabile una soluzione definitiva.
Il disegno di legge in discussione rappresenta un “lex specialis” volto a dare il via formale alla valutazione d’impatto ambientale del progetto. Soltanto in caso di esito positivo potrà essere avviata la fase successiva dell’iter autorizzativo.
In Aula, diversi deputati hanno sollevato interrogativi sulla sicurezza dei residenti che vivono vicino alla futura struttura. “La sicurezza è un imperativo assoluto”, ha assicurato Špehar, ribadendo che gli standard previsti rispettano le normative europee e internazionali.
Non sono mancate le critiche politiche. Marijana Petir (NZ) ha espresso la propria contrarietà alla costruzione del Centro in qualsiasi parte della Croazia, sostenendo che prima sarebbe stato opportuno tentare ulteriori negoziati con la Slovenia affinché accogliesse anche la quota croata dei rifiuti. “Un accordo era possibile, soprattutto perché lì è già in costruzione un sito di smaltimento”, ha osservato.
“Abbiamo negoziato a lungo, ma Lubiana non è disposta a farsi carico della nostra parte”, ha replicato Špehar, ribadendo che la Croazia è tenuta a rispettare gli impegni già assunti.
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