Korado Korlević: «L’uomo nello spazio è come una medusa sul Corso»

Nei giorni scorsi il celebre astronomo istriano è stato ospite a Fiume

Korado Korlevic davanti al Centro scientifico-educativo di Visignano d'Istria. Foto: Sandra Simunovic/PIXSELL

Nel 1819 apparse sulla rivista politica L’Organisateur la seguente riflessione del filosofo francese Henri de Saint-Simon: “Se la Francia perdesse improvvisamente i tremila individui che occupano le cariche politiche, amministrative e religiose più importanti, la nazione non ne subirebbe alcun danno; se invece perdesse tremila tra i più abili scienziati, artisti e artigiani, il danno sarebbe irreparabile”.
Questa frase racchiude più di ogni altra il pensiero del pensatore parigino nel quale la scienza, la tecnologia e la produzione industriale rivestono un ruolo centrale nell’affermazione di uno stato di benessere economico e sociale. Una visione che però oggi si contrappone a quella in cui i principali profitti provengono dalla cosiddetta industria dell’intrattenimento. Un concetto che ricorda molto da vicino il millenario metodo di governo basato sul modello di “panem et circenses”. Già ai tempi dei Romani (in realtà anche prima) gli imperatori sapevano benissimo che per conquistare il consenso del popolo bastava offrirgli “pane e divertimento”, in modo da distrarlo dalla politica e quindi evitare l’insorgere di proteste e rivolte. La celeberrima citazione del poeta e rètore romano Giovenale evoca quindi la degenerazione di un popolo pronto a cedere la propria libertà in cambio del divertimento a buon mercato.
Duemila anni fa le “armi di distrazione di massa” erano stati i gladiatori, oggi invece questo compito spetta a calciatori (ma anche ad altri sportivi), cantanti, attori e via dicendo. Un mantra diventato il cavallo di battaglia di uno dei più grandi e apprezzati intellettuali croati, Korado Korlević, che pochi giorni fa aveva fatto tappa a Fiume.
Prof. Korlević, oggi come allora il concetto di panem et circenses è sempre molto attuale. Com’è possibile che da duemila anni a questa parte, sotto quest’aspetto, non sia cambiato nulla?
“Duemila anni fa gli imperatori romani erano convinti che la loro civiltà avesse raggiunto l’apice e che quindi non ci fosse più bisogno di mirare al progresso. Allora l’imperatore distribuiva ai suoi amici il grano e per il popolo faceva costruire arene dove venivano organizzati grandi spettacoli pubblici. Anche oggi molti sono convinti come la nostra società abbia raggiunto il culmine. Ci rifletta un attimo: nelle scuole si stanno costruendo i laboratori di robotica o piuttosto le palestre? A Fiume ci sono per caso allenatori che ti insegnano a fare sport? Sì. E ci sono per caso allenatori che ti insegnano la robotica? No. È palese che stiamo vivendo un declino in cui la vendita dei sogni, o per meglio dire l’economia esperienziale, la fa da padrone e dove quindi un calciatore vale quanto mille insegnanti. Esattamente come i Romani, ora siamo in attesa di nuovi Barbari che ci diano una ‘sistemata’ per dare inizio a un nuovo ciclo”.
E chi sarebbero questi nuovi Barbari?
“In realtà non ci sono. Per la prima volta non ci sono più Barbari”.
Ricordo che in un’occasione aveva parlato di come in un prossimo futuro l’homo sapiens verrà rimpiazzato dall’homo superior e dall’homo machina. Che cosa sono queste due futuristiche specie del genere umano?
“L’homo superior è l’uomo sintetico. In altre parole, ricreeremo in laboratorio uomini artificiali più intelligenti di noi”.
Quando avrà inizio questo processo?
“È già iniziato. L’anno scorso in Cina sono nate due gemelle con il DNA modificato. Di mezzo c’è però la questione dell’etica che potrebbe rallentare tale processo, ma forse già tra 15 anni in alcuni Paesi i genitori potranno ‘ordinare’ il proprio figlio. Quanto invece all’homo machina, qui stiamo parlando dell’unione tra l’uomo e i robot, nonché del momento in cui gli androidi svilupperanno l’autocoscienza”.
Un processo, mi sembra di capire, inevitabile?
“È solo una questione di tempo. Non sappiamo se ciò accadrà tra 10, 50 o 500 anni, ma sul fatto che succederà non ci sono dubbi”.
Cambiamo argomento e parliamo di astronomia. È dato per scontato che l’uomo prima o poi metterà piede su Marte ma, la vera domanda è, colonizzeremo mai il Pianeta rosso?
“Non esiste. Marte è totalmente inospitale. Un altopiano antartico a confronto sembra il giardino dell’Eden”.
Un’altra domanda che le avranno posto un milione di volte: c’è vita nello spazio?
“Deve esserci. Tutti i biologi sono concordi sul fatto che la vita sia insita nell’evoluzione chimica. Lo spazio pullula di vita, intesa però sotto forma di batteri. Parlare invece di vita intelligente, intesa come organismi più complessi come ad esempio gli eucarioti, è già un altro discorso. Se mai dovessimo incontrare qualcuno, questo non avrà una forma biologica, ma piuttosto meccanica. L’Universo è un ambiente troppo ostile, mi riferisco principalmente alle radiazioni cosmiche, per permettere alla forma biologica di viaggiarci. Per rendere meglio l’idea, l’uomo nello spazio è come una medusa sul Corso”.
Negli anni l’Osservatorio di Visignano da lei guidato ha portato alla scoperta di numerosi corpi celesti potenzialmente in rotta di collisione con la Terra. Dobbiamo temere qualche impatto nel prossimo futuro?
“Siamo costantemente sotto tiro. Il vero problema sono quegli sconosciuti”.
In che senso sconosciuti?
“Per una mera questione statistica, sappiamo che ce ne sono centinaia di migliaia che potenzialmente rappresentano un pericolo, ma che non sono stati ancora scoperti. Tra quelli conosciuti troviamo Apophis, un asteroide dal diametro di 300 metri che ci sfiorerà nel 2036 con una probabilità d’impatto stimata a 1 su 2.000”.
Quali sarebbero gli effetti in caso d’impatto?
“Il punto d’impatto è calcolato nel Pacifico settentrionale, perciò provocherebbe uno tsunami che all’altezza di Tokyo o San Francisco raggiungerebbe i 9 metri. Farebbe un po’ di casino lungo le coste, ma nulla di catastrofico”.
E se invece colpisse sul continente? Magari una città?
“Allora il discorso cambia perché in questo caso raderebbe al suolo tutto nel raggio di 50 chilometri”.
Nel Centro scientifico-educativo di Visignano sono passati migliaia di ragazzi. Sa per caso quanti di loro hanno poi proseguito il loro percorso in campo scientifico?
Attenzione: il nostro compito non è quello di formare dei futuri scienziati o ricercatori, bensì educare i ragazzi a diventare delle persone responsabili e con la testa sulle spalle. Ognuno di loro possiede un grande potenziale che può venir espresso attraverso lo studio oppure mettendoci tanto impegno in quello che si fa. Ecco, noi cerchiamo di porre l’attenzione proprio su questo aspetto, ma poi sono loro a trovare la propria strada, facendo naturalmente tesoro dei nostri insegnamenti. Non seguiamo le loro carriere, però sappiamo che alcuni di loro sono oggi ricercatori, ingegneri e imprenditori di successo”.
Dica la verità, quanto ama questo lavoro?
“Non è una questione di amore. La mia è più una missione, un bisogno, un qualcosa che sento di dover fare”.

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