Jasna Valić: «Nessun vaccino senza conoscere il coronavirus»

A colloquio con la responsabile del Servizio di epidemiologia dell’Istituto istriano di igiene pubblica, in prima linea nella lotta al Covid-19

L’epidemiologa dr. med. Jasna Valić

A ogni inizio anno Google fa una classifica dei temi e termini più cliccati. Probabilmente non occorrerà attendere l’ufficialità: quest’anno il termine più cercato, letto, ribaltato è “Covid-19”, eventualmente coronavirus, ma tant’è. In due mesi il contagio e la pandemia hanno rivoluzionato le nostre vite. Non sarà più la stessa cosa, si sente dire spesso. Ma diamo tempo al tempo. Adesso che per certi versi si respira con una certa qual tranquillità, o perlomeno non con l’affanno solito degli oltre 60 giorni di dura convivenza con il pericolo, rubiamo un po’ di tempo all’epidemiologa, dr. Jasna Valić, responsabile del Servizio di epidemiologia dell’Istituto regionale di igiene pubblica.
Ci siamo lasciati alle spalle un periodo molto intenso e pieno di sfide per il contagio da Covid-19; fase dopo fase stiamo tornando a una certa quale normalità con l’allentamento delle misure predisposte per arginare il contagio. Possiamo tirare un respiro di sollievo oppure abbiamo conquistato un po’ di tempo prima di affrontare una seconda ondata di contagio?
“Allo stato attuale non ci sono contagiati in Istria, le misure in atto sono un po’ più… morbide di quelle precedenti e certamente vanno rispettate. Dobbiamo osservarle con la stessa disciplina e la stessa responsabilità con le quali ci siamo conformati a quelle precedenti, più restrittive. È molto difficile dire, anzi, non lo si può dire con certezza, se ci sarà una seconda ondata di contagi. Il virus è pur sempre presente in luoghi a noi vicini, così come in aree più distanti e si propaga con gli spostamenti umani. Questo naturalmente lascia aperta la possibilità che il contagio si ripresenti pure in penisola. Quindi, dovremo attenerci alle misure epidemiologiche generali ancora per un certo lasso di tempo. Si tratta di mantenere la distanza sociale, osservare le regole di igiene delle mani lavandole o disinfettandole, di indossare la mascherina in caso di stretto contatto con terzi”.
Il virus, alla comparsa, è stato una grande incognita, così come il suo comportamento. Ne sappiamo qualcosa in più?
“I virologi hanno sequenziato la struttura genetica di questo nuovo coronavirus e lo hanno isolato. Questo è il primo passo, la base per la produzione di test diagnostici, utilizzati per individuare le persone contagiate e monitorare la situazione epidemiologica. Va da sé che conoscere il virus consente di produrre il vaccino. Anzi, è conditio sine qua non”.
Anche i fratelli maggiori di SARS-CoV2, SARS e MERS, e l’influenza aviaria sono partiti dalla Cina. Che cosa fa l’area così soggetta allo sviluppo di questa specie di virus?
“Uno dei motivi è la convivenza e il contatto ravvicinato che tradizionalmente persiste nei Paesi di quest’area geografica tra uomini e animali domestici e selvatici. Questo genere di contatto porta con sé il pericolo di passaggio di microorganismi da una specie all’altra. Lo stile di vita occidentale ha ridimensionato di molto questa possibilità, in quanto monitoring veterinari controllano le malattie infettive sia negli animali domestici che selvatici, e in questo il vaccino degli animali è misura preventiva essenziale”.
Il virus è atipico nel suo comportamento, elevatamente contagioso e con complicanze e conseguenze. Lungi da me l’idea o la volontà di sostenere la tesi del complotto e accettando la tesi della dott. Alemka Markotić che la natura è il più grande bio-terrorista, viene da chiedersi se sia possibile creare il virus, questo o qualsiasi virus perfetto in laboratorio.
“I microorganismi in laboratorio si possono mutare. L’ingegneria genetica viene usata, ad esempio, nella produzione di vaccini, diciamo attuali. Di come sia nato questo virus si stanno occupando i virologi ed è questa specialità che fornirà le risposte”.
Il virus è comparso nella stagione influenzale (quest’anno già di per sé complicata, ancora una volta la cosiddetta “suina”, come nella pandemia del 2009) e di altre virosi. Quanti sono stati in Istria i contagi influenzali e quanti da Covid-19 e quanti i morti per le conseguenze di queste patologie. Quanti i contagiati e i morti di influenza nella stagione 2018/2019?
“Nella stagione 2018/19 in Regione ci sono stati 2.385 casi conclamati di influenza e non ci sono stati decessi. In questa stagione, finora abbiamo registrato 1.502 casi di grippe, senza esiti mortali. Covid-19 ha fatto registrare in Istria 87 contagi e due decessi”.
L’influenza ha provocato più contagi. Perché una risposta così severa al Covid? La paura che si è insinuata tra la popolazione è giustificata?
“Il virus influenzale è in circolazione da anni e l’uomo acquisisce una certa immunizzazione, eppoi disponiamo del vaccino. Covid-19 è un virus nuovo, nessuno ha sviluppato l’immunità, viene trasmesso per aerosol ed è molto contagioso, non esiste medicina efficace né vaccino. Negli over 65 e nei malati cronici può avere esito mortale. In alcuni Paesi il tasso di mortalità ha superato il 10 p.c., negli anziani il 15 p.c. Ed è proprio per questo che i Paesi adottano tutte le misure possibili per contenere il propagarsi del contagio, specialmente tra la popolazione anziana. Le misure che abbiamo adottato hanno consentito di contenere in Regione il propagarsi del contagio, di mettere in sicurezza il sistema ospedaliero da un’eccessiva pressione e di tutelare gli anziani da contagi più gravi. Bisogna chiedersi che cosa sarebbe successo se la risposta non fosse stata quella che in effetti è stata”.
Quanto sono affidabili i test? Come mai la necessità di due tamponi negativi in 48 ore per dimettere una persona risanata?
“I test sono affidabili. Nella fase finale della malattia, l’emissione del virus diminuisce ed è oscillante: a volte il virus è maggiormente presente, a volte lo è in maniera minore. Potrebbe succedere, quindi, che il paziente risulti negativo e due giorni dopo nuovamente positivo al virus. Da qui il criterio che per considerare risanata una persona occorrono due test negativi in 48 ore”.
Sono partiti i primi test per il vaccino. Quanto tempo ci vuole, considerando tutti i passaggi necessari?
“Solitamente servono da un anno e mezzo a due anni per arrivare dall’isolamento del virus al vaccino. Poiché in questo caso si è verificata una pandemia e gli effetti sono deleteri a livello mondiale, è di interesse generale arrivare quanto prima a un vaccino efficace. Può darsi che gli sforzi congiunti nella ricerca di una risposta, a livello globale ci facciano avere il vaccino anche in tempi più ristretti”.
È in corso pure l’analisi sierologica, per determinare l’esposizione al virus. Ci si può sottoporre volontariamente? Magari qualcuno vorrebbe sapere se ha superato il contagio in forma più blanda. Sono test affidabili?
“I test sierologici sono assolutamente affidabili, ma non sono ancora disponibili nell’attività ordinaria, quotidiana dei laboratori”.
Quando il Covid-19 è entrato in Croazia e poi anche in penisola, che cosa ha pensato: ha ritenuto possibile arginare il contagio o ha temuto lo scenario italiano?
“Fin dal primo giorno abbiamo seguito l’evolversi della situazione in Italia e abbiamo realizzato che l’epidemia presto avrebbe potuto superare il confine e raggiungere l’Istria. Così è stato. Le misure messe in atto subito (la chiusura di scuole e asili, il lockdown ai servizi, la limitazione dei movimenti e dei contatti sociali) hanno certamente contribuito ad arginare il diffondersi dell’epidemia”.
Alcuni Paesi hanno adottato misure restrittive, altri hanno preferito la via dell’immunità di gregge. Quant’è grande il rischio, nel caso, considerata la scarsa conoscenza del virus?
“Sarà il tempo a dire quale sia stata la via più efficace”.
Guardiamo alla stagione turistica: quanto è reale il pericolo di ricomparsa del virus. Il passaporto Covid dà garanzie?
“Ogni viaggio, ogni spostamento umano comporta pericoli di trasmissione del virus e quindi di comparsa e diffusione della malattia. Di immunità non ne sappiamo poi molto da poter dire che l’immunità di una persona possa garantire sicurezza in un contatto con la medesima”.
Presto si dovrebbe tornare a scuola e negli asili. Come farlo al meglio?
“Le misure epidemiologiche sono sempre le stesse. La loro applicazione in collettivi infantili richiederà grandi sforzi. Resta da vedere se sarà possibile realizzarlo al lato pratico”.
E se guarda indietro a questo periodo difficile?
“Per tutti noi che siamo stati coinvolti in questa lotta al contagio è stato un periodo estremamente esigente e impegnativo, sia a livello professionale che personale”.
Pericolo di comparsa di nuovi virus?
“Il pericolo esiste sempre. Però, affinché si sviluppi una malattia pericolosa per l’uomo, devono essere soddisfatte alcune condizioni: l’origine del virus, la via di trasmissione, il paziente zero, la sensibilità o fragilità dell’organismo umano, la patogenicità del virus. Fortunatamente tutte queste condizioni difficilmente convergono cumulativamente, per cui malattie virali gravi in natura sono casi rari”.
Credo che questa pandemia sia stata ed è una grande sfida per la professione. Che cosa rappresenta, per un epidemiologo, una nuova malattia contagiosa? Qual è stata per lei la sfida maggiore?
“Ogni epidemia è una sfida a modo suo. Ogni epidemiologo vive, ad ogni epidemia, un proprio dramma della scoperta delle cause, della popolazione contagiata, dell’interruzione della via di contagio e, infine, della soppressione dell’epidemia. Quello che per noi epidemiologi in questo caso specifico è stata la sfida maggiore era l’intensità del propagarsi del contagio in tempi brevi”.
I componenti il Comando regionale della Protezione civile avranno dalla Città un riconoscimento speciale: che cosa significa per lei?
“Il riconoscimento mi rallegra. Significa che la comunità locale ha recepito l’importanza dell’attività preventiva degli epidemiologi nella lotta al contenimento del diffondersi di malattie infettive”.

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