Integrazione. Serve un approccio aperto

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Integrazione. Serve un approccio aperto
La professoressa Marita Brčić Kuljiš

“L’integrazione è un processo molto complesso. Dobbiamo tenere a mente che il concetto d’integrazione in senso lato comprende sia l’assimilazione, che sottintende la piena identificazione e non conosce il concetto di diritti delle minoranze, sia l’integrazione pluralistica alla quale si può arrivare seguendo percorsi diversi: quello multiculturale, quello interculturale e quello transculturale.”. Lo chiarisce, in un’intervista rilasciata all’agenzia Stina, Marita Brčić Kuljiš, professoressa di filosofia della multiculturalità alla Facoltà di Filosofia di Spalato. “Il contesto nel quale può avvenire l’integrazione che non si riduce all’assimilazione è quello della democrazia liberale che prevede forme di tutela dei diritti delle minoranze”, precisa, spiegando l’importanza di un processo a “doppio senso” dove l’inclusione di un gruppo nelle dinamiche della società avviene senza la perdita di elementi distintivi di una comunità. “Sostanzialmente – chiarisce –, in un contesto d’integrazione pluralistica né la minoranza, né la maggioranza possono avanzare pretese che non sono in sintonia con la Costituzione, ovvero con il quadro normativo della società in cui risiedono.”

 

Evitare le «società parallele»

Come già detto, esclusa l’assimilazione, i modelli d’integrazione possibili sono tre: multiculturalismo, interculturalismo e transculturalismo. La differenza è data, puntualizza Marita Brčić Kuljiš, dal modo d’intendere la cultura, l’identità e dall’approccio agli scambi culturali. “Il multiculturalismo e l’interculturalismo si sono sviluppati parallelamente a partire dagli anni ‘60 del XX secolo, quando in Occidente, soprattutto negli USA e in Canada, alcuni gruppi minoritari cominciarono a far presente che l’esistente modello democratico, nonostante le previste garanzie di tutela dei diritti, tende a discriminare gli individui in base all’appartenenza. Il primo a svilupparsi fu il modello multiculturale che assicurava tutela e promuoveva la convivenza tra culture diverse. Questo modello però – sottolinea Marita Brčić Kuljiš – guarda alla cultura e all’identità in modo statico e questo si è rivelato essere un punto debole nelle società come quelle europee, dove i gruppi minoritari sono prevalentemente etnici. Le comunità etniche, infatti, tendono a preservare le proprie peculiarità e quindi accettarono benvolentieri il multiculturalismo, che però generò una chiusura e pose l’accento sulle differenze tra i vari gruppi. Si arrivò così al fenomeno delle cosiddette “società parallele” composte da alcuni insiemi scollegati tra loro. La conclusione fu che in siffatte condizioni il multiculturalismo non produce gli effetti desiderati e che va privilegiato il modello interculturale, la cui peculiarità è di guardare alla cultura come a un processo e che dalla collaborazione tra appartenenti a culture diverse scaturisce la comprensione e l’accettazione dell’altro. Sostanzialmente, ciascuna cultura rappresenta una ricchezza della società. Quanto al transculturalismo, si tratta di un modello frutto della società postmoderna, dove l’appartenenza culturale non è più in primo piano in quanto si tende a sostenere che l’identità dell’individuo poggi su basi universali e che definire l’identità individuale sia più importante che identificarsi in una collettiva”.

Interculturalismo, più inclusione

Parlando della situazione in Europa e in particolare in Croazia la professoressa spalatina spiega che si possono trovare tutti e tre i modelli, ma che nell’ultimo decennio l’accento viene posto sull’interculturalismo. “Tra il 2010 e il 2011 la Gran Bretagna, la Francia e la Germania hanno rigettato il modello multiculturale proprio a causa dell’effetto ‘società parallele’, privilegiando quello interculturale, ma va detto che a livello di UE si sta ancora cercando il modello più adeguato.

Una cosa è comunque certa la tutela dei diritti delle minoranze rimane per l’UE un punto fermo.” Dal canto suo Marita Brčić Kuljiš evidenzia come fondamentale il ruolo delle unità d’autogoverno locale, ovvero del livello di potere più vicino ai cittadini, che dovrebbero poter assicurare al meglio un dialogo diretto e quindi l’inclusione dei diretti interessati nei processi integrativi.

Pari opportunità

“Un approccio aperto è fondamentale. Serve che tutte le parti coinvolte siano pronte a rispettare le regole e a stigmatizzare le possibili discriminazioni. Va creato un clima nel quale le richieste degli appartenenti alle minoranze non saranno viste come una richiesta di privilegi, ma come un modo per assicurare le pari opportunità. La collaborazione è fondamentale per far passare il concetto che l’integrazione non favorisce soltanto il gruppo minoritario, ma anche la società nel suo insieme.

Alle volte la maggioranza ha difficoltà a comprendere la logica che sta dietro alla discriminazione positiva: va spiegato che questa è uno strumento che consente di ovviare alle ingiustizie e che non assicura a qualcuno diritti maggiori, bensì gli stessi diritti dei quali godono gli altri”.

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