Il tema dei lavoratori stranieri continua a far discutere in Croazia. A fotografare l’umore del Paese è l’ultimo sondaggio HRejting pubblicato dalla tv nazionale HRT. L’indagine è stata realizzata dall’agenzia Promocija plus tra il 16 e il 18 febbraio su un campione di 1000 persone, con un margine di errore del ±3,53% e un livello di affidabilità del 95%.
I risultati raccontano un’opinione pubblica tutt’altro che compatta, sospesa tra timori, pragmatismo e aperture.
Economia, giudizi spaccati
Alla domanda su come valutino l’impatto dei lavoratori stranieri sull’economia croata, il 37% degli intervistati parla apertamente di un effetto negativo. È la quota più ampia, ma non maggioritaria.
Il 32% ritiene invece che l’impatto sia allo stesso tempo positivo e negativo, segno di una percezione più sfumata, forse legata ai diversi settori in cui la manodopera straniera è impiegata. Un quarto del campione valuta l’effetto complessivamente positivo, mentre poco meno del 6% non sa o preferisce non rispondere.
Numeri che riflettono un Paese consapevole del fabbisogno di lavoratori in molti comparti – dall’edilizia al turismo – ma allo stesso tempo preoccupato per le conseguenze sul mercato del lavoro e sui salari.
Lingua croata, per sette su dieci è indispensabile
Molto più netta è la posizione sull’apprendimento della lingua. Oltre il 70% degli intervistati ritiene che per i lavoratori stranieri sia necessario imparare il croato per poter funzionare adeguatamente sia sul posto di lavoro sia nella vita quotidiana.
Una minoranza del 12% giudica, però, difficile rendere obbligatorio l’apprendimento in tempi brevi, considerando l’elevato numero di lavoratori arrivati negli ultimi anni. Circa l’8% pensa che la lingua debba essere richiesta solo a chi svolge mansioni a contatto con il pubblico.
Quote più ridotte esprimono posizioni ancora diverse: circa il 4% ritiene che il croato sia una lingua troppo complessa da apprendere, soprattutto per chi lavora a tempo pieno, mentre una percentuale leggermente inferiore sostiene che non sia necessario studiarlo, ipotizzando una permanenza temporanea dei lavoratori nel Paese.
Cultura e vita quotidiana, prevale lo scetticismo
Quando il discorso si sposta sull’impatto culturale e sulla vita quotidiana dei cittadini, prevale ancora una volta una certa cautela. Il 33,5% giudica negativo l’effetto dei lavoratori stranieri su cultura e società. Il 29% lo considera allo stesso tempo positivo e negativo, mentre una quota di poco inferiore lo valuta positivamente.
Anche qui emerge un’opinione pubblica divisa, che sembra oscillare tra la percezione di un arricchimento culturale e il timore di cambiamenti troppo rapidi.
Le esperienze personali raccontano un’altra storia
Interessante il dato sulle esperienze dirette. Nonostante le perplessità espresse a livello generale, quasi il 42% degli intervistati dichiara di aver avuto esperienze personali positive con lavoratori stranieri, sul lavoro o nella vita quotidiana.
Il 17,5% parla di esperienze sia positive sia negative, mentre il 13,5% riporta esperienze negative. Colpisce però un altro dato: il 27,5% afferma di non avere alcun contatto con lavoratori stranieri.
È forse in questa distanza tra percezione generale e esperienza concreta che si gioca la partita del dibattito pubblico: più critico nei giudizi astratti, più equilibrato – se non apertamente positivo – nei rapporti diretti.
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