«Il vaccino? Non prima della prossima primavera»

Igor Jurak, responsabile del Laboratorio di virologia molecolare di Fiume, tiene i piedi per terra. «Bisognerà produrne in quantità enormi e la vaccinazione di oltre sette miliardi di persone richiederà molto tempo»

gor Jurak, responsabile del Laboratorio di virologia molecolare di Fiume, Foto Željko Jerneić

Il Sacro Graal della lotta al Covid-19 è il vaccino. Oltre tre mesi fa è partita una maratona scientifica globale senza precedenti nella corsa all’unica vera arma che abbiamo per sconfiggere il nemico invisibile. Cina, Europa e Stati Uniti vogliono essere i primi a svilupparlo e a produrlo (con tutti i relativi vantaggi a livello geopolitico, ma questo è un altro discorso). In alcuni Paesi lo sviluppo è già in fase avanzata e addirittura in Cina, laddove è scoppiata la pandemia, hanno da poco iniziato la sperimentazione sull’uomo di un vaccino anti Covid. La ricerca sta facendo progressi rapidissimi, tuttavia, è inutile farsi illusioni perché la strada dei test è lunga, così come quella che porta alla commercializzazione e alla successiva produzione su larga scala. Difficile pertanto pensare di liberarcene tanto in fretta (c’è chi parla di almeno 12 o 18 mesi per avere il tanto osannato vaccino). Fino ad allora, dunque, dovremo abituarci a convivere con l’ospite indesiderato. Chissà, però, che una volta trovato, una piccola parte del merito non sia da attribuire alla Croazia, fin dal primo momento uno dei pochi Paesi in Europa in grado di contenere efficacemente l’epidemia. Ebbene sì, perché un team di ricercatori croati, riuniti nel Laboratorio di genomica avanzata presso l’istituto “Ruđer Bošković” di Zagabria, guidati dal dott. Oliver Vugrek, è riuscito a sequenziare il genoma del virus. L’ennesima conferma del livello di eccellenza del sistema di ricerca croato. Un’eccellenza che peraltro ha una forte impronta fiumana visto che un contributo fondamentale nel raggiungimento di questo importante risultato è stato dato da Igor Jurak, docente presso il Dipartimento di Biotecnologia, da Tomislav Rukavina, preside della Facoltà di Medicina, e da Neven Sučić dell’Istituto di salute pubblica di Fiume.
Nuove risposte
“L’idea di fondo era riuscire a effettuare degli studi sul Covid anche in Croazia, dove dal punto di vista della ricerca è stato fatto poco, nel senso che dopo aver isolato il virus alla Clinica Fran Mihaljević, non ci sono stati ulteriori passi avanti – spiega Igor Jurak, responsabile del Laboratorio di virologia molecolare –. Ciò ci permette di inserirci sulla mappa globale della lotta al Covid. Ad oggi nel mondo sono stati già sequenziati oltre 10mila genomi del virus. Inoltre, l’averlo analizzato ci consentirà di ottenere determinate risposte, come ad esempio da dove sia entrato in Croazia, se dall’Italia, dall’Austria o da un terzo Paese, oppure se a importare il contagio sia stata una singola persona o più persone contemporaneamente. Chiaramente, dallo studio è stato confermato l’ingresso multiplo, ma questo era abbastanza scontato. Ora, per la prima volta, avremo la possibilità di comprendere come si è diffuso il contagio nel nostro Paese”.
Il processo di sequenziamento è abbastanza complesso e richiede diversi passaggi.
Soggetto a mutazioni
“Dai tamponi positivi di alcuni pazienti ricoverati a Fiume – prosegue il biologo molecolare –, i colleghi dell’Istituto di salute pubblica hanno isolato l’RNA facendoci pervenire il campione, che in questo modo non risulta più infettivo. A questo punto il campione viene spedito ai colleghi a Zagabria per analizzarlo, dopodiché torna a Fiume dove io e il mio team abbiamo il compito di confrontarlo con alcuni genomi già sequenziati di modo da capire dove siano avvenute le mutazioni. Ad esempio, abbiamo preso due campioni di una coppia di coniugi risultati positivi. È emerso che i due virus erano leggermente differenti tra di loro, dunque uno dei due ha subito delle mutazioni. E non è tutto, perché ci sono casi in cui il virus subisce piccoli cambiamenti all’interno di una stessa persona in pochi giorni”.
Non a caso, uno dei principali oggetti di studio del virus è proprio la sua caratteristica di riuscire a mutare in tempi estremamente brevi.
Pressione selettiva
“Fin dal primissimo sequenziamento eseguito in Cina si era capito che il virus fosse soggetto a piccole e continue mutazioni all’interno del proprio genoma, pertanto è già cambiato parecchio prima di fare la propria comparsa in Croazia. Il nostro obiettivo è ora riuscire a capire la dinamica di questi cambiamenti nella popolazione croata. Questo è un aspetto cruciale in quanto ci darà la possibilità di comprendere meglio il perché determinate regioni all’interno del virus siano maggiormente soggette a mutazioni rispetto ad altre. Molto probabilmente ciò avviene in seguito alla pressione selettiva esercitata da parte delle nostre difese immunitarie. Ad esempio, i peduncoli che costellano la superficie esterna del virus, quelli che vediamo ogni giorno riprodotti in tv, per intenderci, sono fatti di un materiale chiamato proteina S, sulla quale si concentra la risposta immunitaria del nostro organismo. Il virus, per difendersi, è quindi costretto a mutare questa proteina per far sì che i nostri anticorpi non siano più in grado di riconoscerla e quindi di contrastarla. Ciò significa che nell’ottica dello sviluppo del vaccino, è importante selezionare quelle regioni meno soggette a mutazioni e agire su queste”.
Nel frattempo è rimbalzata su tutti i media internazionali la notizia della svolta che tutto il mondo attende. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Oxford ha infatti annunciato che milioni di dosi di vaccino saranno pronte per l’inizio dell’autunno. A patto però che l’immunità ottenuta nei test sui macachi (“Quanto di più vicino agli esseri umani possa esistere”, hanno spiegato gli scienziati) venga confermata anche sugli umani. Peraltro, la stessa direttrice della Clinica per le malattie infettive “Fran Mihaljević”, Alemka Markotić, si è detta molto fiduciosa al riguardo.
SARS e MERS
“Non sono un immunologo e quindi non sta a me giudicare. Tuttavia, posso dire che questo processo così rapido di sviluppo del vaccino è stato reso possibile grazie all’epidemia della SARS scoppiata in Cina nel 2002. All’epoca erano stati fatti enormi sforzi per lo studio e la ricerca di un vaccino proprio perché si pensava che anche in futuro sarebbe potuta verificarsi la trasmissione di un virus dall’animale all’uomo. In altre parole, tutto ciò che abbiamo imparato con la SARS, ora è stato possibile applicarlo sul Covid perché si tratta di due virus molto simili tra loro. Dieci anni dopo è comparso invece il MERS, un altro virus molto simile. Insomma, se oggi siamo in grado di arrivare a sviluppare un vaccino in tempi piuttosto ristretti, è perché non siamo partiti da zero, ma da quasi 20 anni di studi alle spalle, senza i quali oggi questo processo sarebbe decisamente più lento. Sia chiaro, ci vorrà comunque del tempo. Anche nel più ottimistico degli scenari, il vaccino sarà disponibile non prima della prossima primavera. Ciò significa che quando in autunno/inverno avremo un probabile ritorno del virus, noi saremo ancora ‘scoperti’. Inoltre, bisogna tenere presente che sarà necessario produrne in quantità abnormi e che vaccinare più di sette miliardi di persone richiederà molto tempo”, conclude Igor Jurak.
Nuove collaborazioni all’orizzonte
“La nostra ricerca va avanti. Abbiamo incluso nel team anche alcuni colleghi della Clinica di infettivologia di Fiume, impegnati in prima persona nella cura dei pazienti Covid. Ci siamo inoltre fatti avanti per altri due progetti di ricerca e se riusciremo a ottenere i fondi necessari, proveremo a istituire un grande network nazionale composto da tutti gli Istituti di salute pubblica del Paese. E infine stiamo portando avanti un discorso con i colleghi della Clinica Fran Mihaljević ed esperti che si occupano di analisi bioinformatiche, con i quali intendiamo instaurare un rapporto di collaborazione. L’obiettivo è quello di avere un quadro quanto più ampio e dettagliato su questo virus”, ha rivelato Igor Jurak.

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