Il ruggito della Leonessa Carolina David: «Ce la faremo»

La testimonianza della presidente della Croce rossa di Brescia, uno dei comuni più colpiti dalla pandemia di coronavirus

I volontari della Croce rossa di Brescia stanno facendo un lavoro straordinario

È soprannominata “Leonessa d’Italia” per i dieci giorni di resistenza agli austriaci durante il Risorgimento italiano nella primavera del 1849, ma ora più che mai la città di Brescia sta giustificando questo appellativo. Questa volta, però, non sono gli austriaci quelli a cui opporre resistenza, bensì quel flagello chiamato coronavirus. Brescia, infatti, è una delle più colpite dal contagio e i dati resi noti dalla Protezione civile sembrano un bollettino di guerra. Lunedì 30 marzo questo bollettino parlava di 75.528 casi attuali (+1.648 rispetto al giorno prima), di 812 persone morte nelle ultime 24 ore (su un totale di 11.591), di 3.981 malati affetti da coronavirus in terapia intensiva (75 in più), di 14.620 persone guarite (+1.590) e di un totale di 101.739 casi con un incremento del 4,1 per cento rispetto a domenica.
Forte e ferrea…
Con i suoi circa 200.000 abitanti, Brescia è capoluogo dell’omonima provincia che di abitanti ne conta circa 1.300.000 e ora sta attraversando certamente uno dei momenti più difficili della sua lunga storia – le sue origini risalgono al 1200 a.C. –, ma la volontà dai suoi abitanti, la tenacia di tutti quelli che si trovano in prima linea tra sanitari e Croce rossa, sta cementando la convinzione che “ce la faremo”, come ci ha detto Carolina David, presidente del Comitato di Brescia della Croce rossa italiana. “Brescia la forte, Brescia la ferrea, Brescia leonessa d’Italia…”, scrisse Giosuè Carducci nella sua poesia Alla Vittoria (Odi Barbare) e Brescia sta continuando, giorno dopo giorno, la sua dura lotta.

Carolina David

Un esercito di volontari
Il silenzio assordante che avvolge tutta la città viene squarciato soltanto dalle sirene delle ambulanze, come ci racconta Carolina David. “Stiamo lavorando tantissimo e non soltanto per portare i pazienti all’ospedale o a casa – ha aggiunto –. I nostri volontari stanno facendo un lavoro fantastico. Ce ne sono circa 400 in città e 2.500 in provincia. Ci stiamo occupando della gente sotto tutti gli aspetti. Stiamo assistendo costantemente le persone disagiate portando pacchi di viveri da porta a porta, ma purtroppo stiamo finendo i viveri perché le collette alimentari ai supermercati non possono più funzionare come prima. Stiamo pensando in ogni momento come aiutare queste persone. È bellissimo vendere la gente alle finestre e sui balconi che applaude i nostri volontari mentre stanno portando i viveri a chi ne ha bisogno. La situazione è grave, ma ce la faremo!”.
«Una valanga di dolore»
Questo ottimismo dà forza a tutti quelli che sono impegnati in questa situazione d’emergenza. La curva dei contagi si sta livellando, ma si sta aspettando con impazienza il giorno in cui si potrà cominciare a vedere la discesa. “Sono preoccupato e molto colpito umanamente – ha dichiarato recentemente Emilio Del Bono, sindaco di Brescia dal giugno 2013 –. È un’enorme valanga di dolore che ci si è rovesciata addosso, il coronavirus ha cambiato le geografie umane di interi paesi. Sono morti i presidenti di circoli culturali, di club sportivi, i volontari protagonisti della vita civile delle comunità. Erano il collante sociale e hanno pagato il prezzo più alto. Abbiamo intere aree travolte e migliaia di famiglie distrutte, perché i morti sono molti di più di quelli registrati ufficialmente”. È doveroso ricordare che questi dati sono anche il risultato delle misure restrittive, che iniziano a funzionare e dare i loro frutti. Proprio per questo, serve perseverare e continuare a rispettarle con responsabilità, perché la situazione non è ancora sotto controllo.
Atmosfera manzoniana
Quest’atmosfera surreale nelle principali città lombarde ci fa inevitabilmente allungare la mano verso gli scaffali della biblioteca per rispolverare le descrizioni dell’atmosfera durante la peste del 1630 raccontata da Alessandro Manzoni nel suo celebre romanzo I Promessi Sposi, tornate prepotentemente d’attualità, seppure con una realtà urbana diversa. “Sì, effettivamente stiamo vivendo in un’atmosfera manzoniana – ci ha detto ancora la presidente della Croce rossa di Brescia –. Quando non ci sono più posti in ospedale, quando non ci sono più bare e i morti vengono messi nei sacchi, quando muoiono i nostri cari, i nostri amici ci sembra di vivere un incubo e non sappiamo quando finirà. Mi sembra che la gente non abbia compreso subito la gravità della situazione. È stato un grave errore minimizzare la portata di questa pandemia. Non siamo riusciti nemmeno a capire perché propria la nostra zona risulta la più colpita. Le sterili statistiche non riescono a rispecchiare fedelmente la situazione, perché ci sono tante persone a casa con sintomi di coronavirus, ma che non hanno fatto il tampone, perché questi si fanno soltanto all’ospedale. La gente è terrorizzata”.
La festa del 15 febbraio
Brescia è una città viva, con molte relazioni sociali e secondo molti la situazione potrebbe essere precipitata in seguito alla festa del 15 febbraio, la festa dei Santi Faustino e Giovita, patroni della città. La grande fiera-mercato è l’attrattiva di maggior richiamo sia per i bresciani, sia per le migliaia di persone della città e delle province limitrofe che in questo giorno affollano le vie del centro storico, “dove più di 600 espositori provenienti da tutta Italia e in minore percentuale da vari Paesi del mondo (Ecuador, Stati Uniti, Perù, Senegal, Argentina…) dialogano con la gente mostrando prodotti di artigianato, gastronomia, giocattoli, casalinghi, abbigliamento, bigiotteria, biancheria, articoli dimostrativi”, come leggiamo sul sito Bresciatourism. “Quest’anno – ci racconta Carolina David – abbiamo registrato più di 700mila visitatori provenienti da tutta la provincia, e non solo. La gente era ammassata come in discoteca…”.
L’impatto psicologico
“Ciò che temiamo di più – è la preoccupazione della presidente della Croce rossa bresciana – è l’impatto psicologico che il coronavirus sta avendo e avrà sulla gente, che è molto provata. Credo che avranno tutti ancor più paura quando ci diranno che possiamo uscire. Cosa sarà domani, quando ritorneremo ad abbracciarci non soltanto virtualmente? Temo che ci vorrà un po’ di tempo prima di poter tornare alla normalità. Anche i volontari che si stanno occupando delle persone sono angosciati. Vedono amici che muoiono, le famiglie sono coinvolte. Recentemente sono morti anche sette ragazzi disabili che loro assistevano. È terribile. Come la notizia della morte di venti assistiti di una casa di riposo in un paese vicino. Si comincia a sentire la pesantezza della situazione, ma allo stesso tempo proviamo sollievo e gratitudine per la vicinanza di tutti, perché questa situazione ha fatto venire fuori il meglio delle persone, il coraggio, la bontà, la solidarietà. Siamo isolati, ma non soli e per noi è importantissimo sapere che qualcuno ci sta pensando. È venuto a trovarci anche il presidente nazionale, che ha avuto per noi parole di conforto”.
Da Solferino a oggi
La Croce rossa di Brescia, che ha instaurato un rapporto di collaborazione e amicizia con quella della Regione litoraneo-montana, sta fornendo in questi tempi un servizio pazzesco, non soltanto di ambulanza, portando all’ospedale le persone che devono sottoporsi a dialisi, chemioterapia o radioterapia. Al servizio di tutti quelli che ne hanno bisogno. E come potrebbe essere diversamente per un organizzazione che quest’anno festeggia i 155 anni della fondazione – in giugno era prevista una festa per l’inaugurazione della nuova sede –, in una città che già all’indomani della battaglia di Solferino del 24 giugno 1859 diede ricovero e conforto a 35.000 soldati feriti. Brescia divenne, per usare le parole del fondatore della Croce rossa internazionale Henry Dunant, “un immenso ospedale”. Tutta la popolazione si mobilitò in quella che divenne un’operazione umanitaria di soccorso senza precedenti in favore sia dei franco-piemontesi che degli austriaci. Brescia è in trincea, ma tutti gridano in coro: “Ce la faremo”!

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