Ivan Đikić. Il futuro racchiuso in una molecola

Intervista a tutto raggio con l'illustre scienziato e ricercatore croato Ivan Đikić, personaggio dalle mille risorse

Ivan Đikić

Riferendosi alla sua passione per la scienza e la ricerca, Isaac Newton una volta disse: “Non so come il mondo potrà giudicarmi, ma a me sembra soltanto di essere un bambino che gioca sulla spiaggia, e di essermi divertito a trovare ogni tanto un sasso o una conchiglia più bella del solito, mentre l’oceano della verità giaceva inesplorato davanti a me”. Chissà se lo avrà pensato, qualche volta, nel corso della sua invidiabile carriera, anche l’illustre scienziato croato Ivan Đikić, uomo dalle mille risorse e considerato, al giorno d’oggi, uno dei più brillanti ricercatori al mondo. La lista delle sue conquiste in campo scientifico e medico è lunghissima e ci metteremmo probabilmente una vita a elencarle tutte. Basti dire soltanto che è dovuta proprio a lui la scoperta di un meccanismo con il quale le cellule umane riescono a difendersi dai tumori, come pure di una nuova proteina che ha un ruolo essenziale nell’insorgere del cancro e delle malattie del sistema nervoso.
Classe 1966, Ivan Đikić è nato a Zagabria dove ha studiato medicina laureandosi nel 1991. Correvano i primi anni del conflitto in Croazia e l’allora medico alle prime armi, oltre a fare volontariato negli ospedali della capitale, ha prestato il suo servizio presso il Comando sanitario dell’esercito croato, scrivendo poi una tesi sulle vittime e sugli orrori della guerra, che uscì nella rivista scientifica “Nature”, una delle più antiche e importanti al mondo, forse in assoluto quella considerata di maggior prestigio nell’ambito della comunità scientifica internazionale. Un bel traguardo per un giovane scienziato, che aveva appena iniziato a destreggiarsi nell’affascinante campo della ricerca. Da allora il suo percorso è stato soltanto in salita e nel 1997, per una serie di motivi, dovuti spesso a divergenze con chi comanda il Paese, ha deciso di trasferirsi all’estero. Oggi vive in Germania ed è titolare di due laboratori biochimici, quello dell’Università Goethe di Francoforte, dove risiede, e quello di San Francisco, ma collabora attivamente anche con la Facoltà di medicina di Spalato. Vanta un numero eccezionale di premi e riconoscimenti, quasi tutti a livello internazionale, per lo più per la sua attività in ambito biomolecolare, e grande considerazione e apprezzamento da parte della comunità scientifica globale. Dall’aprile di quest’anno figura nella lista dei membri dell’Accademia nazionale delle scienze degli Usa (NAS) ed è di recente data l’assegnazione, da parte della Deutsche Forschungsegmeinschaft (DFG), organizzazione pubblica tedesca che finanzia progetti di ricerca scientifica, di 12 milioni di euro per i suoi studi sull’autofagia cellulare. Nella nostra lunga intervista allo scienziato abbiamo deciso di iniziare proprio da quest’ultimo grande traguardo.
Che cosa comporterà questo nuovo importante finanziamento? Su che cosa saranno focalizzate le sue prossime ricerche sull’argomento?
“I fondi assegnati dalla DFG verranno spesi interamente per la ricerca sull’autofagocitosi, che è un meccanismo cellulare di rimozione selettiva di componenti citoplasmatici danneggiati, ovvero che permette la degradazione e il riciclo dei componenti cellulari. Durante questo processo, i costituenti citoplasmatici deteriorati sono isolati dal resto della cellula all’interno di una vescicola a doppia membrana nota come autofagosoma, che fonde poi con quella di un lisosoma, il che a sua volta fa in modo che il contenuto venga degradato e riciclato. L’osservazione e la comprensione di questi particolari meccanismi sono valsi nel 2016 il premio Nobel per la Medicina al biologo giapponese Yoshinori Ōsumi, il quale ha scoperto l’esistenza dell’autofagia nei lieviti, utilizzando questi ultimi per individuare i geni coinvolti nel processo stesso”.
Ōsumi in un’intervista spiegò che “il corpo umano vive attraverso il processo di autodecomposizione, che è una forma di cannibalismo, e in virtù di questo cerca di mantenere un equilibrio delicato fra costruzione e distruzione”.
Il progetto sul quale sta lavorando Ivan Đikić è caratterizzato però da un approccio scientifico del tutto nuovo verso l’autofagia cellulare. “Implica non soltanto un nuovo criterio, bensì anche un nuovo metodo di trasmissione del sapere a favore della sperimentazione clinica, che ho perfezionato nel corso del mio ingaggio presso la Genentech, società statunitense con sede a San Francisco, specializzata in attività biotecnologiche. Le nostre prossime ricerche riguarderanno l’influenza dell’autofagocitosi sullo stato regolare di un ciclo cellulare, o ciclo di divisione cellulare, nonché sul suo ruolo nella cura dei tre principali gruppi di patologie, ovvero i tumori, le malattie neurodegenerative e le infezioni. Il progetto, di cui sono titolare, è partito presso la Goethe nel 2016 e quella ottenuta quest’anno è la seconda tranche di finanziamenti (la prima ammontava a 13 milioni di euro, nda), il che vuol dire che entro il 2023 la DFG avrà investito nella ricerca sull’autofagia cellulare rispettabilissimi 25 milioni di euro. Lo studio raccoglie in sé 25 laboratori di discipline diverse ed è un onore, oltre che un vero piacere per me, lavorare al fianco di appassionati scienziati motivati dal medesimo obiettivo e focalizzati principalmente sulla scienza. Investire nell’istruzione degli studenti è, dal mio punto di vista, la cosa più importante, soprattutto quando si parla di cultura della collaborazione e di apertura verso la comunicazione, agevolate dall’uso delle moderne tecnologie”.
Le sue ricerche riguardano in gran parte i tumori, veri e propri imperatori del male. Come stiamo oggi con quest’atroce malattia? I suoi studi confermano che le persone oggi s’ammalano di cancro molto più frequentemente che in passato?
“Purtroppo sì. Siamo in un’epoca in cui le persone vengono colpite dai tumori molto più spesso che una decina d’anni fa e questo, purtroppo, è un dato di fatto, ma è anche vero che la malattia viene diagnosticata molto più velocemente, nella sua fase precoce, ovvero viene individuata quando il carcinoma è ancora agli albori. Le cause di una maggiore incidenza sono dovute a una serie di fattori esterni quali l’alcol, il fumo, la radioattività e determinati effetti chimici, nonché lo stress. La predisposizione genetica gioca inoltre un ruolo fondamentale nell’evolversi della patologia. Nonostante ciò, la ricerca e i successi raggiunti nella cura del cancro sono alla base di una significativa riduzione della percentuale di mortalità e questa è una cosa molto incoraggiante”.

Foto: Uwe Dettmar

Perché, secondo lei, non è stato ancora inventato un farmaco decisivo contro il cancro? Potrà questa malattia un giorno essere considerata cronica?
“Obiettivo degli scienziati è far sì che il tumore divenga nel tempo una malattia curabile, ma nei casi in cui ciò non è possibile, tentare almeno di tenerla sotto controllo quanto più a lungo con farmaci mirati. Terapie antitumorali all’avanguardia potrebbero in un prossimo futuro contribuire al controllo della crescita del tumore, trasformandolo in una patologia cronica del tutto gestibile. Si aumenterebbe così la sopravvivenza dei pazienti e migliorerebbe la loro qualità di vita. Per fare un esempio, vent’anni fa la percentuale di mortalità dovuta al cancro al seno HER2 positivo, una forma particolarmente aggressiva di tumore, era pari ad altissimi 80-85 p.c., anche se curato nelle migliori strutture oncologiche. Oggi, invece, grazie ai risultati delle ricerche, è scesa a incredibili 15-20 p.c. Medesimo discorso vale per il melanoma, ovvero tumore della pelle, che soltanto 5 anni fa, una volta entrato in fase metastatica, era sinonimo di morte, e che oggi può essere tenuto benissimo sotto controllo con terapie mirate a bersaglio molecolare quali lo Zelboraf o Vemurafenib, ossia un inibitore dell’enzima B-Raf, che sta dando degli ottimi risultati in caso di mutazione di tipo V600E, addirittura quando la malattia è già in fase avanzata. Per prevenire il danno tessutale, dovuto a una prolungata attività del sistema immunitario, durante l’evoluzione, sono stati selezionati dei pathways che modulano e spengono la risposta immunitaria. Tra questi, il checkpoint PD-1/PD-L1 inibisce l’attivazione della cellula del sistema immunitario e viene sfruttato dalle cellule tumorali per sfuggire a quest’ultimo. L’immunoterapia può aiutare a combattere questo meccanismo e a ripristinare l’attività antitumorale delle cellule. Obiettivo di questo tipo di trattamento è sfruttare la specificità e la memoria a lungo termine della risposta immunitaria adattativa per ottenere una regressione tumorale duratura. Capendo e comprendendo lo sviluppo della cellula tumorale, si è riusciti a individuare una terapia adeguata ed efficace. Un’enorme conquista”.
Rimanendo in tema di tumori, possiamo dire che la situazione in Croazia è più allarmante che altrove nel mondo?
“In base alle statistiche, la Croazia è tra i Paesi dell’Ue con il peggior risultato per quanto concerne la percentuale di sopravvivenza dei pazienti affetti da tumore e l’efficacia dei trattamenti, ed è una cosa della quale non possiamo assolutamente andare fieri. Gli oncologi croati, che io ritengo assolutamente competenti, meritano ben altro e se fosse soltanto per quelli, si potrebbero ottenere risultati di gran lunga migliori. Dove sta il problema? Direi nell’inefficienza dell’intero sistema, a partire dalla prevenzione e dalla diagnostica precoce, fino all’unificazione e all’uso dei metodi a disposizione, nonché nella mancata sinergia tra le istituzioni che si occupano di cura dei tumori”.
Com’è messa Fiume in questo senso? Concretamente l’Ospedale pediatrico di Costabella, che ha curato tra gli altri piccoli pazienti anche la piccola Mila Rončević, per la quale il mondo social aveva mosso l’intero Paese e che oggi è sotto trattamento sperimentale a Chicago?
“L’Ospedale pediatrico di Costabella a Fiume dispone di una squadra di medici molto valida, che ha raggiunto invidiabili successi in branche della medicina quali l’oncologia e l’ematologia. Il problema sono le condizioni di lavoro che, come nel resto delle strutture croate, potrebbero essere certamente migliori, favorendo i risultati in sé. Mi sento di lodare vivamente gli sforzi profusi dal team medico e paramedico della clinica fiumana, l’abnegazione che essi dimostrano verso il loro lavoro. Alla piccola Mila, affetta da una rara forma di leucemia, e ai suoi genitori auguro di sconfiggere il male, ma soprattutto di tenere duro e di trovare la forza e il coraggio necessari a superare in maniera quanto più indolore tutte le fasi del trattamento”.
Quanto incide lo stile di vita sull’insorgere dei tumori?
“In maniera significativa. Gran parte dei tumori, il loro insorgere, sono la causa diretta di abitudini dannose quali il fumo, il consumo di alcol e droga, ma anche dell’alimentazione sbagliata, dell’obesità e dell’irregolarità o dell’assenza totale di attività fisica. Ma qui il discorso è molto più ampio e non riguarda soltanto il cancro. Lo stile di vita può condizionare pure lo sviluppo di malattie cardiovascolari e digestive, del diabete e di determinate allergie, provocare l’ictus”.
Come ha scoperto che i batteri sono simili ai tumori, ovvero che esiste un nesso tra i due?
“Sono partito con questa ricerca per puro caso. Ero curioso di capire in che modo i batteri riescono ad adattarsi allo stress e alle condizioni di vita difficili. Studiandoli ho capito che sono caratterizzati da una veloce comparsa ed evoluzione nonché forte resistenza, e che la loro mutazione è imprevedibile, molto simile a quella delle cellule tumorali, con le quali hanno diversi elementi in comune. Non ci credereste, ma i batteri c’insegnano molto su alcuni processi di vita e sullo sviluppo delle malattie. Un decennio fa abbiamo scoperto, ad esempio, in che modo l’autofagocitosi riesce a ‘pulire’ le cellule umane attaccate dal batterio della Salmonella. Il medesimo meccanismo viene usato dall’organismo per sconfiggere i mitocondri danneggiati, che sono considerati la centrale elettrica della cellula ovvero sono capaci di produrre grandi quantità di molecola ATP, il cui ruolo è trasportare e fornire alle cellule l’energia necessaria per le loro funzioni. Questa scoperta è di nuovissima data e risale a quattro anni fa, come quella che riguarda determinate mutazioni dei geni che stimolano la comparsa di patologie quali la sclerosi amiotrofica laterale, meglio nota come SLA, o di malattie neurodegenerative particolarmente aggressive”.
In qualità di direttore dell’Istituto di biochimica II dell’Università Goethe di Francoforte, con il suo team ha scoperto l’esistenza di un meccanismo con il quale la cellula umana è in grado di combattere il cancro, ovvero di lottare contro l’evolversi dello stesso? Di che cosa si tratta precisamente?
“È stata una delle mie prime scoperte una volta trasferitomi a Francoforte. Studiando, assieme al mio team, le reti d’interazione proteica all’interno della cellula, ho capito in che maniera l’ubiquitina, che è una piccola proteina regolatoria, coordina l’assorbimento degli enzimi che rigenerano il DNA in casi, ad esempio, di alterazione dovuta all’azione di raggi ultravioletti. Sono enzimi che rimuovono efficacemente i danni al genoma rimettendolo in sesto e consentendo la sua normale replicazione e la regolare mitosi, ovvero riproduzione delle cellule. Sono giunto alla conclusione che l’assenza di tale attività proteica può portare a una significativa alterazione del DNA e a un’instabilità cromosomica, causando inoltre melanomi e neuropatie”.
Perché ha deciso di dedicare i suoi studi proprio alla biologia molecolare? Quando si è appassionato di questa branca della biologia?
“Già durante i miei studi alla Facoltà di Medicina di Zagabria ho capito che il successo nella cura dei pazienti dipenderà un giorno da una migliore comprensione della logica molecolare e dallo studio di terapie personalizzate, adattate alle necessità della singola persona. Negli anni di università ho fatto ricerche sul tema, lavorato a determinati progetti scientifici e fatto pratica in istituti danesi e israeliani. È stato però durante il mio soggiorno a New York, dove ho scritto la mia tesi di dottorato, che mi sono letteralmente innamorare della biologia molecolare, disciplina che abbraccia branche quali la biologia strutturale e la chimica, fino alla genetica e alla biologia cellulare, e che studia nel dettaglio le cause di sviluppo di una determinata patologia e le possibili cure e trattamenti”.
Dall’aprile di quest’anno figura nella lista dei membri dell’Accademia nazionale delle scienze degli Stati Uniti. Che significato ha per lei questo riconoscimento?
“L’ingresso nella NAS è il più alto riconoscimento internazionale che mi potessero fare, a me e alla mia pluriennale attività scientifica, e ne sono estremamente onorato. Mi è piaciuto molto il modo in cui è stata concepita la cerimonia di conferimento, che è durata due giorni articolandosi in una serie di eventi tra conferenze, dibattiti e workshop. Sono felice di esserci stato assieme alla mia famiglia. È stato per me un grande stimolo, oltre che motivo d’orgoglio per tutto quanto io e i miei colleghi e studenti abbiamo fatto finora, ma anche un’importante promozione per la Croazia. Mi gratifica il fatto di poter contribuire, con il mio lavoro, ai progetti scientifici dell’Accademia Cesarea Leopoldina di Schweinfurt in Germania, dell’Accademia europea delle scienze e delle arti e appunto della NAS, con la quale inizierò appena a collaborare”.
Il suo curriculum è impressionante, come la gamma di attività scientifiche a cui si dedica con grande passione, e i traguardi raggiunti. A che cosa è dovuto questo successo? Dove trova il tempo per occuparsi di tutto, per viaggiare così tanto?
“È la logica conseguenza di una forte motivazione al lavoro, che mi regala grande energia. Tutto merito di questa meraviglia che è la scienza, ma anche della mia famiglia, di mia moglie Inga e dei miei figli, che sono la mia vera forza e la mia fonte d’ispirazione. Mi sento fortunato, inoltre, di poter lavorare in un laboratorio biochimico, appunto quello della Goethe, pieno di giovani e talentuosi scienziati, che sono per me un ulteriore stimolo. Mi dispiace soltanto di dovermi spesso assentare per gli innumerevoli impegni che mi portano a viaggiare in giro per il mondo”.
Quando ha capito di volersi occupare di scienza? La interessava sin dalla più tenera età?
“No, l’ho scoperta molto più tardi, durante gli studi universitari. Non è stata una decisione facile. Il mio è stato un rimuginare lunghissimo, un processo durato per tutto il periodo degli studi, in cui mi hanno aiutato moltissimo le interminabili chiacchierate con mio padre Branimir, che faceva il veterinario e che capiva molto bene la tematica e la differenza tra la medicina clinica e la medicina molecolare. Al quarto anno di studi ho capito di essere molto più attratto dalla scienza e che essa mi avrebbe dato molte più soddisfazioni, soprattutto in termini di libertà e creatività. Era più in sintonia con il mio carattere”.
Com’era da giovane?
“Ero un ragazzo irrequieto, pieno d’energia e di pazze idee. Uno spirito libero, che prendeva con filosofia anche i momenti più complicati, come le sette volte che mi sono fratturato un braccio. Tutto merito dei miei genitori, che mi davano una totale libertà senza tentare di influenzarmi nella mia fase di crescita e maturazione. La mia famiglia d’origine è sempre stata una grande fonte d’amore e di forza, un luogo in cui affinare determinati lati del mio carattere, facendomi diventare l’uomo che sono”.
Che cosa le piaceva fare? Come trascorreva il suo tempo da ragazzo? Che musica ascoltava?
“Mi piaceva stare in compagnia dei miei amici, con i quali uscivo allo Jabuka, al Kulušić e al Lapidarij (club di Zagabria, nda). In quanto a musica, sono cresciuto ascoltando gli U2, i Cure e i Queen, mentre oggi prediligo, per forza, quella dei miei figli”.
Che cosa la rilassa maggiormente?
“Una bella e distensiva chiacchierata, una compagnia che mi fa stare bene, una passeggiata in natura, i momenti di solitudine in aereo…”.
Com’è messo a eventi culturali? Riesce a trovare il tempo per andare a teatro, al cinema, per visitare musei?
“Francoforte, dove attualmente vivo, offre innumerevoli contenuti culturali d’altissimo livello. Ha una casa dell’opera e dei teatri meravigliosi, come l’English Theatre, nel quale ho avuto modo di vedere di recente un’ottima rappresentazione teatrale del film Qualcuno volò sul nido del cuculo, eseguita da una compagnia di Londra. Con mia moglie siamo degli assoluti cinefili, per cui invitiamo spesso i nostri amici ad accompagnarci alle prime dei film. Amo la cultura e tutto ciò che essa comporta e anche quando sono in viaggio di lavoro, tento di sfruttare ogni momento libero per visitare qualche evento, preferibilmente di costume locale. Recentemente, a Taipei ho avuto modo di assistere al concerto di un gruppo Bunun, tribù di aborigeni taiwanesi, in cui un coro polifonico di bambini ha cantato a otto voci. Un’esperienza incredibile. Come la visita di qualche mese fa al National Palace Museum, sempre a Taipei, che conserva una serie di gioielli provenienti dalla Città proibita di Pechino, il Palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing”.
L’anno prossimo Fiume sarà Capitale europea della Cultura. Perché pensa che la città quarnerina si sia meritata questo titolo? Che cosa esso le porterà?
“Mi piacerebbe che Fiume si presentasse all’Europa come una delle più valide capitali della cultura avute finora, perché se lo merita, come il resto della Croazia, per il suo ricco patrimonio culturale. Sarebbe bello, in questo contesto, dare maggiore voce ai giovani artisti contemporanei, dandogli modo di esprimersi e di presentare al meglio le proprie idee e lavori. Spero che questo prestigioso titolo regali alla città maggiore visibilità in Europa e nel mondo e una serie di nuovi investimenti che favorirebbero un suo ulteriore progresso”.
In quanto a occupazione, in che direzione vorrebbe andassero un giorno i suoi tre figli?
“La vera ricchezza è poter scegliere la propria professione ed esercitarla nella piena libertà e con la dovuta passione. Ai miei figli auguro questo, a prescindere da ciò che faranno nella vita”.
Su che cosa sta lavorando attualmente? Qual è il suo prossimo progetto?
“Circa tre anni fa ho avviato a San Francisco una ricerca scientifica sulle infezioni ospedaliere e sui batteri resistenti agli antibiotici, un problema crescente a livello mondiale. Me ne sto occupando attivamente nell’ultimo periodo”.
Quale personaggio storico è per lei oggetto d’ammirazione?
“Un personaggio che avrei voluto assolutamente conoscere è il grande biologo e cristallografo austriaco Max Perutz, uno degli ideatori della scienza moderna del XX secolo che include, tra le altre, la cristallografia e la biologia strutturale, branca della biologia molecolare, e nel 1962 premio Nobel per la chimica, per aver determinato la struttura molecolare dell’emoglobina. Un uomo dedito al proprio lavoro, speso presso il Laboratorio di biologia molecolare (LMB) di Cambridge, e alla formazione delle nuove generazioni di scienziati”.
Quanto cambierà nei prossimi dieci, vent’anni il nostro pianeta, la vita sulla Terra?
“È nostro obbligo proteggerlo, conservarlo e renderlo sostenibile per le future generazioni. La vera domanda è se quest’ultime saranno in grado di accogliere e affrontare le innumerevoli sfide che si presenteranno loro nei prossimi cinquant’anni. Un motivo in più per educare i nostri figli con i giusti valori, offrendogli un’istruzione e delle capacità adeguate, che serviranno loro a far fronte a tutte le prove che li attendono”.
L’importanza dei sogni. Ce n’è uno che non ha ancora realizzato?
“Ho ancora tanti sogni nel cassetto, sui quali sto lavorando alacremente. Confido in un futuro florido”.
Parliamo di medicina alternativa. Qual è il suo pensiero al riguardo, come alla convinzione di certi circoli che la chemioterapia sia dannosa, un trattamento da evitare?
“Ci sono due aspetti diversi. Da una parte, sostengo qualsiasi procedimento o approccio che possa aiutare, in maniera fondata, i malati. La medicina occidentale ha i propri criteri che offrono ai pazienti cure basate sul sapere, sulle ricerche cliniche controllate e sui risultati pubblicati ufficialmente. D’altro canto, la medicina alternativa raccoglie in sé un vasto numero di metodi che hanno in comune l’insufficienza di effetti concreti sulla malattia e l’assenza di responsabilità pubblica in relazione ai farmaci messi in vendita sul mercato. Se la domanda è quali siano i pro e i contro della chemioterapia, dico che è un metodo piuttosto aggressivo, che distrugge le cellule tumorali, ma che incide purtroppo anche su quelle sane. In gran parte dei casi, è l’unico modo per tentare di sconfiggere la patologia, in quanto sollecita il sistema immunitario a combattere contro il male, il che migliora di gran lunga il trattamento in sé”.
Perché c’è quest’impressione che in patria non la si stimi abbastanza, invece di essere fieri del fatto che la Croazia sia un Paese che ha dato i natali a un professionista del suo calibro? Il riferimento è anche al fatto, inspiegabile, che lei non faccia ancora parte dell’Accademia croata di arte e scienza (HAZU)?
“Mi sento molto gratificato dalla considerazione che gli altri scienziati, gli studenti, ma anche il resto dei cittadini, dimostrano di avere nei miei confronti, il che è per me fonte di grande motivazione, oltre che uno stimolo. Alcune settimane fa ho assistito a un congresso sulla chirurgia maxillo-facciale a Zagabria, dove ho conosciuto uno straordinario team di medici, che mi ha impressionato. Ho avuto modo di incontrare una giovane artista, Ema Juretić, che mi ha regalato il suo dipinto di Nikola Tesla, mentre dal pilota d’aereo Ivan Šimundić ho ricevuto lo stuzzicante invito a fargli da copilota sul volo Zagabria-Francoforte, il che mi ha davvero entusiasmato. Ci sono mille modi per portare rispetto, soprattutto da parte di persone comuni, con le quali condivido gli stessi valori. D’altra parte, sono grato per tutti i premi e riconoscimenti ricevuti a livello nazionale, tra i quali la Laurea honoris causa dell’Università degli studi di Spalato, con la quale collaboro. Le mie uniche esperienze negative le ho avute con singoli politici, che mi attaccano proclamandomi nemico della Croazia, per il semplice fatto che ho osato criticare una serie di ovvie beghe sociali che il Paese dimostra di avere. All’HAZU non penso. Voglio concentrarmi sugli esempi positivi del mio lavoro e impegno in Croazia”.

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