Fossa comune occultata per decenni

Ha suscitato grande attenzione non soltanto in Slovenia il rinvenimento dei resti di circa 250 persone nella Selva di Kočevje, vittime dei massacri del secondo dopoguerra

Foto: Facebook

“Certe atrocità non si possono nascondere o negare, né giustificare con la scusa dell’occupazione. Anche perché non furono infoibati solo italiani”. L’ex marciatore italiano e campione olimpico Abdon Pamich – esule fiumano sempre battutosi per la conservazione della memoria storica della comunità giuliano-dalmata – commenta così la notizia del ritrovamento dei resti di circa 250 persone, in prevalenza giovani civili, ma ci sarebbero anche resti di donne – in una foiba nella Selva di Kočevje. Tutte le vittime sarebbero state liquidate nell’autunno del 1945 dal regime comunista. Gli speleologi avevano trovato la cavità lo scorso maggio ed in questi mesi si è proceduto al recupero dei corpi. A conclusione delle ricerche, a rendere noti i risultati delle stesse sono stati, in conferenza stampa, Jože Dežman, presidente della Commissione governativa della Repubblica di Slovenia impegnata a individuare e documentare le fosse comuni dove furono occultati i resti delle vittime della Seconda guerra mondiale e del dopoguerra, e l’archeologo Uroš Košir. Dal loro resoconto emerge che potrebbe trattarsi di prigionieri, sloveni e forse anche croati, che erano stati rinchiusi nelle carceri dell’OZNA.
Nelle operazioni di recupero sono stati trovati oltre 400 bottoni, perlopiù di abiti civili, ma anche rosari, santini, pettini, specchietti, fibbie per capelli… Le esecuzioni sarebbero avvenute ai bordi della fossa e si sarebbero usate armi automatiche. Trovati anche i frammenti di almeno 6 bombe a mano e altri ordigni rimasti inesplosi. Negli strati superiori sono stati rinvenuti i corpi di alcuni uomini a cui probabilmente era stato dato l’ordine di coprire di terra e massi i cadaveri.
Tutto documentato da fotografie
Tutto documentato da fotografie, che raccontano la tragedia delle esecuzioni sommarie commesse nel dopoguerra dagli appartenenti alle formazioni comuniste dell’allora Jugoslavia sulle quali per lunghi anni regnò il silenzio. Una coltre che a partire dagli anni 90 si è andata sfasciando anche grazie alle ricerche messe in atto dagli organi competenti sia in Slovenia sia in Croazia.
A riguardo anche pochi giorni fa, in occasione della Giornata europea di commemorazione delle vittime di tutti i regimi totalitari e autoritari il ministro dei Difensori croati, Tomo Medved ha ricordato l’importanza di proseguire con le ricerche e di dare degna sepoltura alle vittime. “È soltanto facendo emergere la verità e condannando le avvenute violazioni dei diritti umani che potremo confrontarci con il passato”, ha detto, ricordando che il Ministero da lui guidato coordina le operazioni di ricerca delle fosse comuni in Croazia, lavoro che coinvolge diversi dicasteri, istituzioni e associazioni, ma anche singoli che con le loro testimonianze forniscono un importante aiuto a ricostruire tristi pagine di storia e a rendere il giusto omaggio alle vittime.
Continuare con le ricerche
“È nostro obbligo morale continuare con le ricerche e individuare le fosse comuni che raccontano la storia e che nel loro silenzio nascondono molte vite spezzate”, ha aggiunto Medved, ricordando che nello scorso mandato governativo sono stati esaminati più di 35.000 metri quadrati di terreno. Nelle evidenze ministeriali sono registrati oltre 1.000 siti in cui potrebbero trovarsi fosse comuni. Negli ultimi quattro anni le ricerche sono state svolte in 60 siti e in 43 di questi sono stati rinvenuti resti delle vittime della Seconda guerra mondiale e del dopoguerra. Proprio nell’ambito di queste attività si è proceduto all’esumazione dei resti rinvenuti nel bosco di Loza presso Castua – che stando al test del DNA sono del senatore Riccardo Gigante e del vicebrigadiere Alberto Diana uccisi il 4 maggio 1945 da un reparto di partigiani jugoslavi e sepolti sommariamente insieme ad altri 5 italiani e ad altri 5 italiani – e a Ossero.

Salvini: Andrò a pregare sul luogo dell’eccidio
Il recupero dei resti delle vittime uccise nel secondo dopoguerra e sepolte sommariamente nella Selva di Kočevje ha avuto vasta eco anche sui media italiani. Tra i primi a commentare la notizia, è stato il leader della Lega, Matteo Salvini, che in un post su Twitter aveva scritto nei giorni scorsi: “Onore ai martiri delle foibe, andrò presto a pregare sul luogo del massacro di questi ragazzi innocenti”. Il post era accompagnato da un servizio di Avvenire, testata alla quale Salvini si è rivolto ieri con una lettera aperta nella quale ricorda: “Nel 1969, quando di foibe si parlava soltanto sottovoce e con molti imbarazzi, l’allora Presidente Saragat conferiva al Maresciallo Tito l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana”. “Una scelta che in chiave storica si può inquadrare, e forse giustificare, nella strategia del blocco Occidentale che in quegli anni tentava di blandire il comunismo jugoslavo in opposizione a quello sovietico, ma che oggi – scrive il leader della Lega – noi abbiamo il dovere di correggere con l’annullamento e la revoca di quel conferimento a uno dei più sanguinosi dittatori del Novecento. Lo dobbiamo al sacrificio di troppi innocenti massacrati senza pietà, lo dobbiamo agli esuli e ai loro discendenti, quelli che Montanelli definiva ‘doppiamente italiani’, prima per nascita e poi per scelta, lo dobbiamo ai nostri figli perché sappiano, con le parole di Oriana Fallaci che ‘le dittature, siano nere, rosse, gialle, sono tutte uguali e che la lotta dell’uomo per la libertà è sempre la stessa’”.

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