Dean Skira: L’illuminazione decorativa serve a creare atmosfera

Intervista al light designer di fama mondiale le cui opere illuminano la città dell’Arena, ma anche metropoli mondiali quali Mosca e Istanbul

Le gru di Scoglio Olivi illuminate dal team di Skira. Foto Dusko Marusic/PIXSELL

Dicembre è il mese della luce artificiale per il semplice fatto che ci manca quella naturale e non possiamo proprio fare a meno di luce. Ne parliamo con il noto designer di sistemi d’illuminazione per esterni e interni, il polese Dean Skira, artista della luce di prestigio mondiale.
La luce è la sua passione, la sua fonte d’ispirazione e di guadagno. Com’è stato che la luce è diventata un business e come si fa a conciliare questi due aspetti – non necessariamente in conflitto – della professione?
Nessuna professione esisterebbe se non avesse un proprio mercato. La luce è desiderata, è necessaria. Il design della luce presume in primo luogo la capacità di “rappresentarsi la luce” poiché essa è invisibile e tuttavia possiede una sua forma. In rapporto ad alcune condizioni dell’ambiente, la luce crea un secondo ordine di forme che chiamiamo ombre. L’interazione tra luci, ombre e ambiente crea quella particolare esperienza individuale e soggettiva che chiamiamo visiva. Forse sembrerà complicato, ma l’essenza della progettazione dell’illuminazione risiede appunto nella capacità di visualizzare l’ambiente senza l’influsso della luce naturale avendo a portata di mano tutte le nozioni sulle caratteristiche tecnologiche e ottiche di una sorgente luminosa. In questo modo, conoscendo il potenziale delle superfici di riflettere la luce, siamo in grado di creare le scenografie desiderate. Diverso è il caso degli esterni, soprattutto nell’architettura paesaggistica, giacché l’ambiente non riflette alcun fascio luminoso e lo sfondo rimane necessariamente buio. Per rendere l’idea, è come disegnare con una matita bianca su carta nera. È appunto per queste caratteristiche della natura fisica della luce che ho voluto dare una sede all’azienda tale da illustrare in maniera plastica il felice connubio di architettura e illuminazione: la nostra “Casa della luce” è appunto l’esempio tradotto in pratica di ciò che possiamo fare per i nostri clienti.
A Pola lei e il suo team avete rivestito di luce la grande rotatoria e le gru di Scoglio Olivi. Pola è addobbata a festa. Come le sembrano gli sforzi dell’amministrazione municipale su questo fronte?
Premetto che siamo una ditta specializzata in progetti di illuminazione architettonica e paesaggistica, e che i nostri progetti sono parte integrante dei progetti architettonici, comprensibili dunque a una rosa di specialisti che va dal committente all’elettricista, dall’architetto al costruttore. Siamo un’azienda con oltre 25 anni d’esperienza in ambito internazionale. Ciò che ci rende diversi dagli altri è appunto questa comprensione della luce e l’interazione con l’architettura. Alcuni dei nostri progetti in cui non c’è traccia visibile di un faro, ci sono valsi prestigiosi riconoscimenti mondiali. Per quel che mi riguarda, si tratta di un approccio che definisco di “integrazione e ispirazione”, un approccio che per cui gli elementi architettonici, modificati in funzione dell’illuminazione, generano un valore aggiunto per l’opera. Ora, l’illuminazione decorativa, a maggior ragione se si parla di quella natalizia, è l’esatto opposto di quello che stiamo parlando. Essa assolve a una funzione: serve a creare un’atmosfera festiva in città e pertanto risponde a criteri prestabiliti. Forse con le luminarie di Natale stiamo andando esagerando, ma, d’altro canto, si assolve pur sempre a un funzione elementare: quella di produrre emozioni positive e attirare la gente. Se si prescinde dall’aspetto commerciale delle manifestazioni natalizie e ci si riferisce invece alla sola atmosfera visiva, allora si finisce necessariamente nel pantano dei gusti e delle preferenze individuali, e sappiamo bene che di gusti non si discute…

Il light designer Dean Skira. Foto Luka Stanzl/PIXSELL

Recentemente avete illuminato la Torre Evoluzione di Mosca, e prima ancora il suggestivo Eurasia Tunnel di Istanbul. In che cosa differiscono questi progetti internazionali dai nostri progetti locali, oltre che nel budget, s’intende?
Evolution Tower è il frutto di buone relazioni umane e pubbliche, di quella reputazione che si guadagna lentamente, nei decenni, con la fiducia. D’accordo, è anche il frutto dell’influenza del denaro e della politica sul progetto. La torre è sede della compagnia di Stato russa per gli idrocarburi, che modestamente ci capisce qualcosa di energia e quindi non stupisce il fatto che l’investimento è tecnologicamente avanzato oltre che sostenibile (efficiente in termini di eneregia elettrica). Qui abbiamo a che fare con società consapevoli del fatto che l’investimento iniziale elevato conduce a vantaggi economici a lungo termine. In questo progetto, che ci è costato un numero non irrilevante di innovazioni, abbiamo intessuto letteralmente tutte le conoscenze, la creatività ma anche il coraggio accumulati in anni di studio e di lavoro. Evidenziare i lineamenti dell’edificio perché si distingua nel panorama notturno di Mosca è stata una sfida colossale perché abbiamo dovuto conciliare la scenografia esterna con le necessità dell’interno, in modo che l’una non danneggi l’altra e viceversa. Ad esempio, il palazzo del New York Times è molto simile alla Torre Evoluzione, nel senso che è sfruttata al massimo la fonte di luce naturale catturata dal sistema fotovoltaico che gestisce gli impianti di illuminazione. In quanto al Tunnel Eurasia sotto il Bosforo, si è trattato di un progetto realizzato su ordinazione, secondo le esigenze dei committenti, che hanno apprezzato molto lo sforzo. Per contro, direi che nel nostro piccolo le opere edili sono perlopiù di carattere speculativo, e cioè si costruisce per avere un immediato tornaconto materiale. La differenza la fanno solo gli investitori che dimostrano entusiasmo per la buon riuscita del progetto a lunga scadenza, a prescindere da dove si trovino, a Pola o nel resto del mondo.
Quali sono le ultime tendenze nella progettazione della luce per esterni ed interni?
Non ci sono tendenze perché il bisogno dell’uomo di luce è sempre lo stesso. La notte sarà sempre la notte, l’occhio sempre l’occhio, e quindi nulla è cambiato in fatto di necessità. La differenza sta nella disponibilità di tecnologie e delle migliori cognizioni che abbiamo circa l’influenza della luce sulla vita. Se si parla di tendenze, si parla sempre di tendenze in ambito decorativo, ma questo per noi che ci occupiamo di luce è secondario. Indipendentemente dal fatto che lo stile dell’ambiente sia tradizionale, minimal oppure eclettico, la luce deve poter assolvere a tutte una serie di esigenze dell’uomo moderno. Negli ambienti esterni, i criteri di fondo sono la sicurezza e l’utilità collettiva. L’odierna illuminazione delle piazze differisce poco da quella in vigore nel Novecento e tuttavia oggi abbiamo problemi un tempo impensabili, per esempio dobbiamo affrontare un movimento contro l’inquinamento luminoso molto aggressivo, dobbiamo badare ai criteri dell’efficienza energetica, della convenienza economica, insomma, conciliare esigenze diverse se non opposte. Una delle nostre soluzioni a queste esigenze è stata realizzata a Montona, col progetto di “Illuminazione biodinamica” del centro storico. Si parla di luci che si spengono e si accendono secondo le necessità del luogo e del momento creando scenari suggestivi che recano pure risparmio. Come sempre, non c’è ecologia senza economia. Come a dire, più ricchi siamo, più siamo in grado di risparmiare.
Come ve la cavate con l’inquinamento luminoso? Luci e colori che sono la vostra fonte d’ispirazione, per gli ecologisti non sono altro che fonti d’inquinamento. Ormai ci siamo dati leggi che limitano in vario modo le possibilità di illuminare monumenti e piazze. Come risolvere questo conflitto?
A mio avviso si tratta di un conflitto tra ragione e irrazionalità. La ragione dice che la durata media della vita s’allunga, che la maggior parte della popolazione mondiale vive nelle città, che gli uomini al buio non ci vedono e che perdono la propria capacità d’orientamento. Di conseguenza, la fissazione di spegnere le luci per conservare la purezza del cielo notturno è irrazionale. Ci sono altri modi con cui il Legislatore può condizionare i costruttori oltre alla restrizione normativa tassativa e alla punizione. Oggi è possibile conciliare il bisogno di orientarsi di notte con l’estetica e l’efficienza energetica, ma le città devono investire in sistemi di illuminazione di qualità, progettate per accendersi e a spegnersi da sé a seconda le necessità. Per avere questo bisogna cercare il parere degli esperti e investire nella soluzione maggiormente innovativa, la migliore per le richieste del microspazio e vantaggiosa per tutti, uomini e ambiente. La luce è solo una delle esigenze delle nostre città, quella essenziale, a cui vengono ad aggiungersi esigenze secondarie, come l’orgoglio degli abitanti per la bellezza della propria città e altro ancora. Io dico che i nostri monumenti non devono restare al buio. Lo stile di vita moderno ha ridotto i confini – in passato netti – tra giorno e notte. Alcuni attivisti del movimento contro l’inquinamento luminoso sostengono che la luce artificiale non giovi alla sicurezza degli spostamenti notturni in città, ma incidenti celebri come quello di Caracas e di New York negli anni Ottanta hanno smentito questa tesi tanto tempo fa. Leggo i messaggi di questi attivisti sui social e ancora non riesco a capire che cosa vanno pontificando.
Ormai siamo costretti a usare le lampadine a risparmio energetico a casa e in ufficio, ma è come se ci investisse una nostalgia per le vecchie lampadine a incandescenza che davano una sensazione più intensa di calore e di casa. Perché non abbiamo questa possibilità di scelta?
È vero, ahimè, anch’io preferisco la vecchia lampadina a incandescenza e c’è un motivo: il suo fascio di luce contiene tutte le frequenze visibili dell’onda elettromagnetica, per cui il calore che emana è più adatto agli ambienti in cui c’è bisogno di poca luce per sentirci a nostro agio. In casa mia continuo a usare le lampadine a incandescenza, mentre per l’esterno scelgo i fari LED. Forse tra qualche anno i fari LED raggiungeranno la qualità della lampadina tradizionale ma credo che la strada sia lunga. Sono dell’idea che l’efficienza energetica non deve sottomettere le esigenze della qualità di vita. Prima viene l’uomo e dopo la kilowatt-ora. Mi secca che nel 21º secolo la qualità della vita debba calare per esigenze di risparmio.
Dopo una serie di importanti opere all’estero, a che cosa vi dedicate?
Al momento stiamo lanciando tre nuovi prodotti. Sono molto emozionato perché non riesco a figurarmi il modo in cui il mercato reagirà alla novità. L’anno prossimo saremo a San Marino e in Perù, in collaborazione con la celebre designer Claudia Paz, specialista nel campo delle installazioni dinamiche. Inoltre avremo un importante progetto residenziale in Marocco. Naturalmente siamo sempre attivi in Croazia con piazza San Marco e gli esterni della magnifica Villa Shéhérezade.

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