Ogni anno la stessa scena: arriva la comunicazione dell’operatore e il canone mensile sale. Di poco, certo. Un 3 per cento, un 3,7 per cento. Ma sommando gli aumenti degli ultimi tre anni, per alcuni utenti si supera il 20 per cento complessivo. E a quel punto non è più un ritocco: è una nuova normalità.
La piattaforma civica “Halo, inspektore” (Pronto, ispettore) ha deciso di alzare il livello dello scontro e ha chiesto formalmente all’autorità per le comunicazioni (Hakom) e al Ministero del Mare, dei Trasporti e delle Infrastrutture di sospendere la clausola di indicizzazione che consente agli operatori di adeguare le tariffe una volta all’anno in base all’inflazione.
L’iniziativa si chiama “Stop telekom haraču” – letteralmente, stop al balzello telecom – e parte da un’accusa precisa: tutto il rischio economico viene scaricato sui consumatori.
Perché la clausola fa discutere
La cosiddetta clausola d’indice è entrata in uso nel 2023, con il via libera regolatorio. In pratica, permette agli operatori di aumentare automaticamente i prezzi in base all’andamento dell’inflazione.
Secondo l’interpretazione attuale di Hakom, se l’aumento è giustificato esclusivamente dall’adeguamento inflattivo, il cliente non ha diritto a recedere senza penalità. Ed è proprio questo il punto che fa infuriare i promotori della petizione: il contratto cambia, ma l’utente resta legato.
Intanto gli aumenti continuano. A1 Hrvatska ha annunciato un rincaro del 3,7 per cento dal 1° marzo, motivandolo con l’aumento dei costi e gli investimenti nella rete. Hrvatski Telekom seguirà con lo stesso incremento percentuale. Telemach non ha ancora comunicato la sua decisione.
«In Europa si può fare diversamente»
La piattaforma chiede un cambio di rotta e porta esempi concreti. In Irlanda ogni aumento della tariffa mensile è considerato modifica contrattuale, con diritto di recesso gratuito per il cliente. A Malta la clausola non è ammessa nei contratti vincolati a 12 o 24 mesi. Nel Regno Unito è vietato indicare formule vaghe come “inflazione + 3,9%”: l’operatore deve specificare fin dall’inizio l’importo esatto in euro e centesimi.
“Non possiamo essere consumatori di serie B”, sostengono gli attivisti. “Altrove i regolatori intervengono per proteggere il potere d’acquisto. Qui si osserva in silenzio mentre i costi salgono anno dopo anno”.
Parte la raccolta firme
L’invio della richiesta ufficiale alle autorità è solo il primo passo. Da giovedì 12 febbraio partirà una petizione per raccogliere il sostegno dei cittadini e dimostrare che il malcontento non è isolato.
Il tema, del resto, tocca quasi tutte le famiglie: telefonia mobile, Internet fisso, pacchetti combinati. Spese che sembrano piccole, ma che incidono ogni mese sul bilancio domestico. E quando aumentano in modo automatico, senza possibilità di scelta, la sensazione è di non avere alternative.
La partita ora si gioca su due fronti: quello regolatorio, dove si chiede una revisione delle regole, e quello politico, perché il tema del costo della vita resta centrale. La domanda, in fondo, è semplice: adeguare le tariffe all’inflazione è una tutela per le aziende o un meccanismo che, nel tempo, diventa una tassa silenziosa per i clienti? Il dibattito è appena cominciato.
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