La domanda torna sempre più spesso, quasi come un ritornello inquietante: chi ci curerà domani? In Croazia la carenza di medici, soprattutto di medicina generale, non è più un’ipotesi ma una realtà che attraversa il Paese da nord a sud. E la Regione litoraneo-montana è uno degli esempi più evidenti di un sistema che regge grazie al senso di responsabilità di chi, teoricamente, potrebbe già essersi fermato.
Ambulatori aperti grazie ai medici over 60
Soltanto a Fiume mancano oltre trenta medici di famiglia. Quasi la metà di quelli attualmente in servizio ha più di sessant’anni. Numeri che spiegano perché, a Fiume, nell’ambulatorio di Vežica, la dottoressa Nada Klarić continui a lavorare nonostante abbia superato i settant’anni.
Da oltre 45 anni esercita la professione di medico di medicina generale e da 30 è nello stesso studio, riporta Hrt. Un punto di riferimento per migliaia di pazienti. Non parla di sacrificio, ma di necessità. Si sente in forze, ama il suo lavoro e sa bene che, senza il contributo di medici come lei, molte porte resterebbero chiuse.
Un sistema che rischia di perdere pezzi
Secondo i dati dell’Ordine dei medici croati, la situazione è destinata a peggiorare nel breve periodo. Solo quest’anno, nel Quarnero e nel Gorski kotar , si prevede la chiusura di undici ambulatori di medicina generale. Significa che circa 18.500 cittadini potrebbero rimanere senza accesso diretto alle cure primarie.
A lanciare l’allarme è anche Leonardo Bressan, medico di famiglia e membro del direttivo dell’associazione Kohom (Coordinamento nazionale della medicina di famiglia). La perdita di ambulatori non è solo una questione organizzativa, ma un colpo al diritto alla salute, soprattutto per anziani e persone fragili.
Tra pensionamenti e giovani specializzandi
Nel sistema sanitario locale circa venti medici di famiglia avrebbero già maturato i requisiti per la pensione. Le speranze sono affidate ai 28n specializzandi attualmente in formazione. Secondo le autorità sanitarie regionali, il sistema non è ancora al collasso: si riesce, almeno per ora, a trovare giovani medici disposti a intraprendere la strada della medicina generale e a redistribuire le risorse disponibili.
Anche il ruolo dei pensionati resta cruciale. In alcuni concorsi, spiegano dal servizio sanitario territoriale, si candidano medici già in pensione che chiedono di continuare a lavorare. Una soluzione tampone che consente di mantenere in piedi l’organizzazione, ma che non risolve il problema strutturale.
Ambulatori sotto pressione
Dietro le cifre, però, c’è la quotidianità di chi resta in prima linea. Carichi di lavoro sempre più pesanti, burocrazia soffocante, telefonate ed e-mail continue. I medici di famiglia diventano sportelli multifunzione, spesso sommersi da richieste che nulla hanno a che fare con la visita clinica.
La dottoressa Klarić lo racconta senza retorica: la pressione è costante, la nervosità diffusa. Molti pazienti vorrebbero risolvere tutto a distanza, dal divano di casa. Lei continua a preferire il contatto diretto, lo sguardo, l’ascolto. Ma il tempo non basta mai.
Nel suo ambulatorio sono iscritti più di duemila pazienti, il doppio rispetto a trent’anni fa. Numeri che spiegano meglio di qualsiasi statistica perché tanti medici continuino a rimandare la pensione. Non per attaccamento al ruolo, ma per senso di responsabilità.
La domanda resta sullo sfondo, senza una risposta semplice: chi curerà i cittadini quando questi medici smetteranno davvero?
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