Croazia, il governo valuta l’ergastolo

Due giudici rischiano procedimenti disciplinari

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Croazia, il governo valuta l’ergastolo
Foto: Luka Antunac/PIXSELL

Il governo croato prepara una riforma profonda del sistema penale e del controllo sugli ex detenuti dopo il caso dell’omicidio di Drniš (Dernis) che ha scosso il Paese e acceso il dibattito sull’efficacia della giustizia e della prevenzione. Ad annunciarlo è stato il ministro della Giustizia Damir Habijan, che ha parlato di nuove misure straordinarie e di modifiche legislative da approvare nel giro di poche settimane. Tra le ipotesi sul tavolo c’è anche l’introduzione dell’ergastolo, oggi assente nell’ordinamento croato.

Il caso del tribunale di Sebenico

Le dichiarazioni del ministro arrivano dopo la conclusione di un’ispezione straordinaria presso il tribunale di Sebenico. Secondo quanto emerso, una denuncia contro l’uomo accusato dell’omicidio sarebbe rimasta senza seguito per circa due anni e mezzo.

Habijan ha definito la situazione “scioccante” e ha annunciato l’avvio di procedimenti disciplinari nei confronti di due giudici del tribunale. La questione sarà ora esaminata dal Consiglio giudiziario statale, competente per eventuali sanzioni disciplinari. “Quando nessuno interviene per due anni e mezzo, è evidente che qualcuno non ha svolto il proprio lavoro in modo coscienzioso”, ha dichiarato il ministro durante la conferenza stampa.

Verso l’ergastolo e nuovi controlli sugli ex detenuti

Il ministero della Giustizia intende ora intervenire su più fronti. Entro due settimane dovrebbero essere pronti i primi progetti di modifica legislativa. La proposta più significativa riguarda l’introduzione della pena dell’ergastolo, già prevista nella maggior parte dei Paesi dell’Unione europea. Attualmente in Croazia la pena massima può arrivare a 40 anni di carcere, estendibili a 50 nei casi di reati particolarmente gravi.

Accanto all’inasprimento delle pene, il governo vuole rafforzare il monitoraggio delle persone condannate per delitti gravi una volta terminate le lunghe detenzioni. Le nuove norme potrebbero riguardare detenuti che hanno scontato pene comprese tra i 15 e i 20 anni per reati violenti.

Secondo Habijan, un’équipe di esperti – sulla base di valutazioni psichiatriche, percorsi terapeutici e altri elementi di rischio – potrà decidere se mantenere una persona in una struttura speciale oppure sottoporla a controllo elettronico dopo il rilascio. “Non può accadere che individui potenzialmente pericolosi escano dal carcere senza alcuna supervisione istituzionale”, ha affermato il ministro.

Digitalizzazione e banche dati unificate

Tra le misure annunciate figura anche il potenziamento del sistema elettronico giudiziario e-Spis. L’obiettivo è consentire ai magistrati di accedere rapidamente a tutti i precedenti di una persona attraverso un’unica banca dati. Habijan ha ricordato che l’uomo coinvolto nel caso di Drniš aveva già scontato una pena per omicidio e in seguito era stato trovato in possesso di armi illegali. Nonostante ciò, in un procedimento successivo sarebbe stata considerata come attenuante la sua “assenza di precedenti contravvenzioni”. Per evitare simili anomalie, il ministero punta a creare un sistema integrato che permetta ai giudici di consultare immediatamente tutti i fascicoli relativi a un imputato.

Le polemiche politiche

Nel corso della conferenza stampa il ministro ha dovuto rispondere anche alle domande sulle eventuali responsabilità politiche e sulle richieste di dimissioni. “La mia dimissione è qui ogni giorno”, ha dichiarato Habijan, spiegando però di aver scelto di restare per cercare di cambiare il sistema dall’interno. “Dimettersi sarebbe la strada più semplice. Io ho deciso di affrontare quella più difficile”. Habijan ha inoltre invitato i giudici a utilizzare più frequentemente pene severe nei casi di reati gravi, sottolineando che la funzione della pena deve essere anche preventiva.

Il ministro ha infine espresso vicinanza alla famiglia della vittima e alla comunità di Drniš, assicurando che il governo farà “tutto il possibile” per impedire che tragedie simili si ripetano.

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