Il nuovo anno fiscale si apre con una certezza per centinaia di migliaia di proprietari: il fisco immobiliare croato non è più una variabile astratta, ma una realtà concreta che continuerà a produrre effetti anche nel 2026.
Il passaggio dal vecchio tributo sulle case per le vacanze a una tassa generalizzata sugli immobili non abitati dai proprietari o non affittati a lungo termine sta entrando ora nella sua fase più delicata: quella dell’applicazione su larga scala.
Un’imposta che arriva a scaglioni
L’imposta sugli immobili varia da un minimo di 60 centesimi a un massimo di 8 euro al metro quadrato. La scelta dell’aliquota è stata demandata ai comuni e alle città, che hanno adottato criteri diversi, spesso legati alla pressione turistica o alla necessità di rafforzare i bilanci locali.
Quest’anno 223 amministrazioni locali hanno aumentato l’importo rispetto al precedente tributo sulle case vacanza, 62 lo hanno ridotto e 271 lo hanno mantenuto invariato. In 121 comuni è stata applicata l’aliquota minima, mentre 75 hanno optato per valori compresi tra 5 e 8 euro al metro quadrato.
Le differenze territoriali sono evidenti: il massimo viene applicato, tra gli altri, a Umago, Puntadura (Vis), Fasana e Baška Voda. A Ragusa (Dubrovnik) si arriva a 5 euro solo nella zona più centrale, mentre a Zagabria e Fiume l’imposta è fissata a 5 euro al metro quadrato. Più contenuti i valori a Spalato, con 1,99 euro, e a Osijek, dove si resta sul minimo, riporta N1.
I numeri della prima applicazione
Dopo aver assunto la gestione della riscossione per circa 400 enti locali, l’Agenzia delle Entrate croata ha finora emesso poco meno di 90mila avvisi di pagamento. Un numero destinato a crescere: una nuova ondata di notifiche è attesa a febbraio e non si escludono ulteriori invii nei mesi successivi.
Il lavoro, spiegano dal Ministero delle Finanze, è complesso. Serve incrociare dati catastali, residenze, contratti di locazione e richieste di esenzione. Proprio le esenzioni rappresentano un capitolo significativo: circa 80mila immobili sono stati segnalati dai cittadini come non soggetti all’imposta, perché abitati da familiari, in condizioni strutturali precarie o rientranti in specifici criteri sociali.
Quanto entrerà davvero nelle casse pubbliche
Quando il provvedimento è stato introdotto, il governo aveva stimato un gettito di circa 70 milioni di euro derivante dagli immobili “vuoti”. Se questa cifra verrà raggiunta o superata lo si saprà solo nel 2026, una volta completata la fase di accertamento e riscossione.
Le stime sul numero di immobili potenzialmente tassabili restano ampie: si va da 400mila a 600mila unità, a cui si aggiungono circa 270mila appartamenti registrati per l’affitto turistico di breve durata.
Un elemento nuovo riguarda la redistribuzione delle entrate: dal 2026 le regioni riceveranno il 20 per cento del gettito, una scelta che non ha convinto del tutto alcune grandi città, preoccupate per la riduzione delle risorse direttamente disponibili.
Obblighi e scadenze per il 2026
Anche se la riscossione del 2025 non è ancora conclusa, i proprietari sono già chiamati a guardare avanti. Entro la fine di marzo 2026 dovranno comunicare alle autorità fiscali eventuali cambiamenti rilevanti: nuove locazioni, variazioni di utilizzo o modifiche strutturali dell’immobile.
Alcune amministrazioni hanno già annunciato correzioni future delle aliquote, anche alla luce degli aumenti delle imposte sul reddito adottati a livello locale. I dati comparativi sulla competitività fiscale saranno pubblicati sul sito dell’Agenzia delle Entrate.
Il caso Fiume e le micro-imposte
Non mancano le scelte pragmatiche. A Fiume, ad esempio, la Città ha deciso di non inviare avvisi di pagamento quando l’importo dovuto è inferiore al costo della spedizione. La soglia è fissata a 3,20 euro per i proprietari residenti e a 7,10 euro per quelli stranieri, una situazione che riguarda soprattutto immobili con numerosi comproprietari.
È un dettaglio che racconta bene la fase di assestamento in corso. La tassa sugli immobili è ormai strutturale, ma il sistema sta ancora cercando un equilibrio tra equità fiscale, sostenibilità amministrativa e consenso sociale. Un equilibrio che, molto probabilmente, continuerà a essere al centro del dibattito anche nel 2026.
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