Claudia Koll Il passo lieve di un’anima in cammino

A colloquio con l’attrice, per raccontare la sua nuova fatica letteraria «Qualcosa di me»

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Claudia Koll Il passo lieve di un’anima in cammino
Claudia Koll con il nuovo libro. Foto: IVOR HRELJANOVIĆ

Ci sono storie che si dischiudono come certi mattini d’inverno, quando la luce filtra piano e ogni cosa, anche la più semplice, sembra rivelare un significato più profondo. “Qualcosa di me”, il libro-intervista di Claudia Koll, pubblicato da Tau Editrice, è proprio così. Non cerca di stupire, ma di restare. È il respiro quieto di un incontro interiore, il ritratto sincero di una donna che ha attraversato la vertigine del successo, il deserto del vuoto, il mistero dell’invisibile, e ha scelto di raccontarsi senza clamore. L’autrice accompagna il lettore lungo un sentiero che non conosce scorciatoie, dove ogni parola è meditata, ogni ricordo custodito con cura. Non è una confessione, né una lezione. È piuttosto un sussurro dell’intimità, dove la fede si fa presenza discreta, gesto che lenisce, sguardo che consola. Non c’è una trama da seguire, ma un tempo da abitare, fatto di incontri, ascolti, svolte improvvise. In filigrana, si avverte sempre una nostalgia sottile, il richiamo di qualcosa che risveglia e promette casa. L’arte, l’amore, la sofferenza, la maternità accolta nei modi più inaspettati: tutto confluisce in una narrazione che non alza mai la voce, e proprio per questo arriva al cuore. Nel suo intreccio di esperienze e rinascite, “Qualcosa di me” invita a una sosta interiore, a riascoltare il proprio passo, perché, a volte, è proprio nel silenzio che l’essenziale si lascia riconoscere. E Claudia, incontrata in occasione della sua toccante testimonianza presso la parrocchia della Beata Vergine Maria del Carmelo di Drenova a Fiume, ha saputo trasmettercelo con generosità e grazia, condividendo con noi la spinta interiore che l’ha portata alla scrittura e il cammino intessuto di chiaroscuri che si rivela tra le pagine.

Nel dolore, la luce
“Il libro è nato in occasione del 25esimo anniversario del Grande Giubileo del 2000, l’anno in cui ho varcato per la prima volta la Porta Santa della Basilica di San Pietro, dando inizio a un cammino di fede che ha trasformato radicalmente la mia vita, rendendola più bella, più umana, più intensa e più ricca di significato – ha esordito, spiegando che – ‘Qualcosa di me’ racconta quello che Dio ha compiuto in me nella sua fedeltà e nella sua misericordia. Come ho scritto nel libro – ‘Dio ha messo insieme la mia storia, le competenze della mia esperienza di artista e il mio desiderio di aiutare gli altri. Dio non toglie niente. Dio cura le nostre ferite, dà significato e senso a quelli che sono i nostri interessi più profondi, che poi sono i nostri talenti’. A causa dei problemi di salute di mia mamma, da piccolina ho passato tanto tempo accanto a mia nonna non vedente, ed è stato con lei che ho scoperto il potere delle immagini. Guardavamo insieme la televisione: io descrivevo le scene, lei mi aiutava a coglierne il significato. È stato in quel piccolo rito quotidiano che si è accesa in me la vocazione artistica. Ricordo ancora con nitidezza quando, a cinque anni, vidi per la prima volta ‘Anonimo veneziano’, e di come fui colpita dalla forza visiva del dolore, dalla ricerca struggente di bellezza, dalla morte che incombeva come un velo sottile su tutto. E in quel film percepii quella domanda di senso sulla sofferenza che era anche la mia. Così è nato in me il desiderio di diventare attrice, per capire, per conoscere il senso della vita e del dolore e per cercare risposte su cosa ci sia dopo la morte, ma anche per entrare nelle storie degli altri, per un bisogno di comunicazione e di interpretare l’umano attraverso le emozioni, sia quelle positive, come la gioia e l’amore, che quelle negative, come la tristezza e la sofferenza. Quel desiderio che ho sempre avuto di conoscere l’umano e interpretarlo Dio l’ha reso più profondo e intenso, donando al mio cuore la luce e la sensibilità per poter fare questo”.

Nel cammino di fede, ci sono stati incontri che l’hanno segnata in modo indelebile?
“Tanti, ma i primi sono stati con i malati terminali. Un’esperienza che ha inciso profondamente il mio cammino è legata a Giuseppe, un malato di Aids che ho conosciuto vent’anni fa, quando quella malattia era considerata una condanna senza appello. Io e una mia amica accompagnavamo quotidianamente un gruppo di malati di Aids a Messa, perché credevamo che la risposta alla loro disperazione fosse l’incontro con l’Eucaristia e la Parola di Dio. Venivano da vissuti difficili, affrontavano sofferenze fisiche ed emotive enormi e si trovavano al termine della loro vita terrena. Si facevano molte domande. Proprio con alcuni di loro, trovai il coraggio di tornare alla confessione dopo essere stata trent’anni lontana dai sacramenti: io aiutavo loro, ma anche loro aiutavano me. Ricordo Giuseppe. Non riusciva a muoversi, era troppo debole. Un giorno, entrai nella sua stanza, lo trovai bagnato di sudore, affannato, terrorizzato. Non parlava più, a causa di una meningite che gli aveva tolto l’uso della parola, ma i suoi occhi esprimevano tutta la sua paura. Era come se si aggrappassero ai miei. Mi sedetti accanto a lui, gli strinsi la mano e capii che dovevo restargli vicino. E mentre contemplavo il suo volto provato, pensai a Gesù nel Getsemani, alla Sua angoscia. In quell’istante, sentii nel cuore un amore potente, dono dello Spirito Santo. Nei giorni successivi, ascoltando il Vangelo di Matteo 25 – ‘ciò che avete fatto a uno di questi piccoli, l’avete fatto a me’ – compresi che l’amore autentico per Cristo passa attraverso l’amore per ogni fratello, senza distinzioni. Da allora, la mia via è diventata amare l’essere umano, in qualunque condizione si trovi, perché lì dimora Dio”.

Anche l’incontro con i poveri ha avuto un ruolo decisivo…
“Sì. Dopo i malati di Aids, sono arrivati i bambini con la leucemia, le loro madri da consolare, e poi i poveri d’Africa, che mi hanno aiutata a scegliere uno stile di vita più semplice. Poi ho conosciuto i poveri in Italia, che vivono altri tipi di difficoltà, spesso psichiatrica, profondamente legata alla solitudine, all’abbandono familiare, all’emarginazione. Con loro ho imparato a guardare oltre le parole, oltre i comportamenti. C’è un episodio emblematico legato a un senzatetto con problemi psichici, il quale un giorno iniziò a offendere una suora di oltre ottant’anni che collabora con noi. Con freddezza, continuai le mie attività, poi mi fermai e gli dissi – ‘Hai finito? Di cosa hai bisogno? Smettila di insultare la suora! Non ti vergogni?’. Era evidente che cercasse attenzione, ma non gliela concessi alle sue condizioni. Il suo sguardo cambiò, si sedette e chiese scusa. Se avessi reagito con rabbia, avrei innescato uno scontro inutile. Con queste persone c’è una relazione vera, profonda, costruita nel tempo, fatta anche di gesti forti, ma sempre mossi dall’amore. È proprio l’amore che guida tutto. Come ho già detto, in questo cammino Dio ha fatto maturare la mia esperienza dell’umano. Dio fa risplendere ciò che è autentico”.

La forza del dono
Ha avuto difficoltà a raccontarsi, ad aprirsi al pubblico in modo sincero e autentico?
“No. Non ho avuto difficoltà ad aprirmi. Lo scritto nasce come un dialogo con la mia carissima amica Giulia, che mi conosce profondamente. Ho scelto di raccontarmi in tandem con lei perché non amo la narrazione autoreferenziale. Ci siamo confrontate con affetto, sincerità e onestà. Giulia ha insistito affinché raccontassi in modo approfondito il mio lato artistico e professionale, perché il pubblico potesse comprendere pienamente il mio percorso. Le sono grata per questo. Come attrice ricevo incarichi per letture pubbliche. Insegno recitazione, sono diventata una counsellor professionista, e attraverso il counseling aiuto le persone a ritrovare benessere. Nel libro trovano spazio la mia passione per l’arte e gli artisti che amo profondamente, quali Van Gogh, Chagall, Hopper, Klimt. Abbiamo dedicato due capitoli a questo, perché attraverso le mie passioni si racconta anche come Dio abbia reso la mia vita intensa, bella, piena. Un altro tema centrale è la maternità, che è la qualità dell’amore che Dio, in questo momento, mi fa vivere con maggiore profondità. Il primo ragazzo che ho avuto in affido è stato Jean Marie. È arrivato nella mia vita quando aveva sedici anni (ora ne ha trentadue) e versava in condizioni critiche di salute. Sono diventata sua tutrice e mi sono presa cura di lui. Poi è arrivato un altro bimbo. Infine, nella nostra famiglia è entrata una ragazza di quindici anni. La nostra è una casa viva, piena di umanità, dove ci si aiuta a vicenda, e dove la diversità non solo non fa paura, ma arricchisce. Dio mi ha educata anche a questo”.

Il perdono
Parla anche di perdono. Quanto è stato importante per lei e come lo ha vissuto?
“Il perdono è stato ed è fondamentale. Dio mi ha portata in Burundi, dove c’era più bisogno della Sua misericordia, un Paese ferito da anni di guerra etnica con il Ruanda e il Congo. Lì abbiamo costruito scuole, strutture per l’infanzia e io ho testimoniato la Misericordia anche incontrando ragazze madri, bambine sopravvissute al dolore e alla miseria. Ricordo una telefonata da parte di un sacerdote, il quale mi avvisava che una delle ragazze che sostenevamo con il programma scolastico era rimasta incinta. Senza esitazione dissi – ‘la aiutiamo lo stesso, anzi, aumentiamo il sostegno perché ora dovrà occuparsi anche di un bambino’. Poco dopo ci trovammo di fronte a una sfida ancora più grande: molte altre adolescenti si trovarono nella stessa situazione. La società burundese non era pronta ad accoglierle, e quelle giovani madri venivano emarginate. Nel 2016, durante l’Anno Giubilare della Misericordia, decidemmo di dare vita a una una sartoria per offrire alle giovani mamme una formazione professionale, un futuro. Intitolammo la sartoria ‘Misericordiosi come il Padre’. Quando arrivò il momento dell’inaugurazione, si scatenò una rivolta all’interno della comunità cristiana locale. Per sedare il conflitto dovette intervenire il vicario del vescovo, che testimoniò pubblicamente che si trattava di un’opera conforme al Vangelo. Ecco, per me il perdono è uno spazio di possibilità, uno sguardo che non giudica, ma accoglie. Quando una persona è fragile, e sperimenta la sua vulnerabilità, ha più bisogno del nostro affetto e del nostro sostegno. Questo Dio me lo ha insegnato ‘sul campo’, attraverso ogni volto incontrato”.

Ha mai avuto dubbi o momenti di crisi nel suo cammino spirituale?
“Ho vissuto un momento di forte smarrimento all’inizio del mio cammino di fede, quando i copioni che mi venivano proposti non erano più in linea con la mia nuova sensibilità, né accettabili per la nuova visione della vita che avevo abbracciato. Questo mi mise profondamente in crisi ed ebbi paura per il mio futuro. Nel mio percorso, fatto di piccoli passi al buio e momenti di luce, Dio mi ha fatto comprendere che ero chiamata a restare un’artista e mi ha aperto le porte dell’insegnamento della recitazione e delle letture interpretate. Anche se c’erano persone che ritenevano che io dovessi scomparire dalla scena pubblica dopo la mia conversione, l’esperienza come testimonial delle Missioni Salesiane e il viaggio in Africa di cui ho parlato prima, mi fecero capire che la mia popolarità poteva essere messa a servizio del bene. Compresi che il Signore non voleva che mi ritirassi nell’ombra, ma che diventassi testimone della Sua Misericordia e che il mio servizio doveva essere totale e gratuito. E così, passo dopo passo, anche il mio talento artistico ha trovato una nuova direzione, al servizio della verità. Dio ha utilizzato il mio dono in progetti importanti e significativi, come ad esempio la lettura pubblica delle poesie di San Giovanni Paolo II per il suo compleanno, o quella del ‘Cantico dei Cantici’ in un dialogo interreligioso con la comunità ebraica, alla presenza dell’assessore alla Cultura e del sindaco di Roma. Occasioni importanti, ma sempre orientate a un fine più alto, con l’arte messa a servizio del bene, del bello e del vero. Così, quel momento iniziale di vacillamento si è trasformato in una chiamata più profonda. La mia sensibilità si è raffinata nel mio modo di apprezzare l’arte e la bellezza della natura. E parlando della bellezza della natura non posso non ricordare la bellezza della Croazia, del suo mare e dei suoi meravigliosi tramonti. Oggi, sono una persona serena: la mia vita non è sempre facile, ma è bella e ricca di relazioni autentiche. La mia serenità viene da Dio e dalla mia fiducia nel Suo amore e nella Sua benevolenza”.

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