È stato convalidato l’arresto del 21enne Sabrijan J., residente in un insediamento rom nei pressi di Novo Mesto, sospettato di essere responsabile della morte del 48enne ristoratore Aleš Šutar. Il giovane, dopo la scadenza del fermo di polizia di 48 ore, è stato condotto davanti al giudice istruttore, che ha disposto la custodia cautelare in carcere per rischio di reiterazione del reato.
Secondo quanto riferisce il quotidiano Dnevnik.si, il ragazzo non è accusato di omicidio, bensì del reato di “lesioni personali gravissime con esito mortale”. La qualificazione del reato, tuttavia, potrebbe mutare nel corso dell’indagine giudiziaria, fino alla presentazione formale dell’accusa o persino durante il processo.
La polizia di Novo Mesto ha chiarito che, secondo le prime ricostruzioni, l’aggressione sarebbe avvenuta nella notte tra sabato 25 e domenica 26 ottobre davanti a un locale notturno della città. L’indagato avrebbe colpito con un solo pugno la vittima, che cadendo ha battuto violentemente la testa sul cemento. Aleš Šutar è stato trasportato d’urgenza in ospedale, ma le gravi ferite riportate si sono rivelate fatali.
Il Codice penale sloveno prevede pene fino a 15 anni di reclusione sia per l’omicidio semplice sia per il reato di lesioni gravissime con conseguenze letali. L’articolo 124 del codice stabilisce che chi causa la morte di una persona a seguito di una lesione di tale gravità può essere condannato a una pena compresa tra tre e quindici anni di carcere.
La tragedia ha provocato forte emozione in Slovenia e spinto il governo a reagire con misure straordinarie. Il premier Robert Golob ha annunciato un piano urgente per rafforzare la sicurezza pubblica, che sarà discusso in una seduta straordinaria del consiglio comunale di Novo Mesto. Sono già stati inviati rinforzi di polizia e unità speciali per raddoppiare la presenza delle forze dell’ordine sul territorio.
“Questo episodio dimostra che alcune politiche non bastano più. Servono interventi mirati anche sugli adulti, non solo sui giovani”, ha dichiarato Golob, sottolineando che l’aggressore “non è il frutto di un momento, ma di un sistema che ha fallito”.
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