Un espresso più caro che a Milano, un cappuccino che può costare come un pranzo veloce ad Atene: la Croazia sta vivendo il suo “caro caffè”.
Nell’estate che ci accingiamo a salutare non sono mancate le polemiche: turisti e residenti hanno condiviso online scontrini da 7 euro per un caffè, in certi casi persino 10. Prezzi che hanno fatto storcere il naso a molti visitatori, abituati a pagare molto meno nella vicina Italia, dove pure l’espresso è un culto nazionale. Ma perché in Croazia una semplice tazzina è diventata così cara?
La questione non è solo di mercato, bensì di tasse. Secondo i dati dell’Unione degli imprenditori croati (HUP) esaminati dal canale all news N1, il carico fiscale complessivo sul caffè supera il 30%. In Italia, per fare un paragone, è appena il 9%, mentre in Slovenia si ferma al 9,5%. Il risultato è che lo stesso espresso costa a Fiume più che a Trieste, pur in un Paese dove i salari medi sono nettamente inferiori.
Il paradosso
Il paradosso è evidente: in Croazia il caffè è inserito nella lista dei prodotti con prezzi calmierati, cioè considerato bene di consumo quotidiano. Ma allo stesso tempo viene tassato come fosse un lusso, con un’accisa speciale che pochi altri Paesi europei applicano. Un’anomalia che non porta neppure grandi benefici alle casse pubbliche: i ricavi per lo Stato si aggirano intorno ai 17 milioni di euro l’anno, lo 0,6% del totale delle entrate da accise. Una cifra trascurabile a livello di bilancio, ma un macigno per baristi, torrefattori e consumatori.
Il peso delle tasse si è sommato a un contesto già sfavorevole. Nel 2024, secondo Eurostat, la Croazia ha registrato la più alta inflazione del prezzo del caffè in tutta l’Unione europea: +7,4% in un anno. Un dato che stride con la tendenza continentale, dove in dodici Paesi i prezzi sono addirittura calati, con la Finlandia a segnare un -15,5%.
Il confronto con l’Italia
La differenza con l’Italia è lampante. A Roma o a Napoli, pur con oscillazioni locali, l’espresso resta un rito accessibile: raramente sopra 1,50 euro al banco. A Fiume, Pola e Zagabria invece, si può facilmente superare i 2 euro per un espresso, fino a 3,50 in alcune zone turistiche. Se si aggiunge il costo dei caffè freddi o speciali, il divario diventa abissale.
“Il problema non è solo l’inflazione internazionale, ma il peso delle imposte interne”, sottolineano da HUP. “Abbiamo creato un sistema in cui la bevanda più consumata in Croazia viene trattata come un bene di lusso, mentre il gettito fiscale che ne deriva è insignificante”.
Il rischio è che il “caro caffè” non resti un fenomeno stagionale, ma diventi il nuovo simbolo di una politica fiscale miope, che trasforma un rito quotidiano in un lusso.
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