Abdon Pamich: «Non rivendichiamo l’italianità bensì la cultura italiana»

Lettera aperta dell'olimpionico esule fiumano in occasione di Fiume Cec 2020

Abdon Pamich in una recente visita a Fiume. Foto Goran Žiković

Prendo spunto dal rigetto delle proposte fatte dall’Istituto per l’italianistica da realizzare in occasione dell’anno in cui Fiume è Capitale europea della Cultura, perché ho notato che in Croazia c’è ancora molta resistenza per quanto riguarda la storia della nostra città. Oggi siamo alla terza generazione da quando Fiume è stata annessa alla Jugoslavia e non penso che i giovani croati non siano interessati alla storia della loro città, che amano come la amiamo noi. È passato tanto tempo e nessuno degli italiani si sogna di rivendicare il ritorno di Fiume all’Italia. L’unica cosa a cui aspirano i fiumani esuli e rimasti è la memoria storica senza ideologismi e nazionalismi, la realtà dei fatti.
Personalmente sono convinto che se Fiume è stata nominata Capitale della Cultura questo sia dovuto al suo passato di città multiculturale e multietnica oltre che al presente. A noi fiumani nessuno poteva darci lezioni di tolleranza verso tutti quelli che venivano a Fiume, tant’è vero che l’integrazione nei costumi nelle usanze e nella parlata avveniva in meno di una generazione. Cercare di nascondere che sin dal XV secolo la lingua ufficiale era l’italiano mi sembra una forzatura, e ciò non solo a Fiume. Ad esempio sono in possesso di un numero della Gazzetta Ufficiale di Zara datato 24 marzo 1835, nella quale tutti i provvedimenti dell’Imperial Regia Procura sono redatti in italiano; ed eravamo sotto l’Austria.
Personalmente rifuggo dalla conta di quanti italiani croati, ungheresi, tedeschi fossero a Fiume, so solo che eravamo tutti fiumani e la nostra lingua era il dialetto. Mio nonno era croato di Castua, antifascista, a cui è stato somministrato l’olio di ricino e pure parlava fiumano.
E sono sicuro che se dopo la guerra non veniva la dittatura saremmo rimasti a casa nostra in pace con i croati o chi altro. Noi rivendichiamo la cultura italiana, non l’italianità.
Tornando alla lingua usata per la comunicazione, non si può dire che Giovanni Kobler fosse italiano; eppure ha scritto la storia della Liburnica città di Fiume in italiano.
A uno straniero che viene a Fiume e si informa perché esiste “La Voce del popolo” o “Panorama” che cosa gli diranno che è un’iniziativa di un rinnegato?
Uno stato che ha voluto entrare in Europa dovrebbe abbandonare certi tipi di nazionalismo e far propria la storia di ciascuna parte del suo territorio ed essere orgoglioso del suo passato e delle civiltà passate che hanno gettato le basi per il presente.
Quest’anno dovrebbe essere l’ideale per far conoscere la storia delle nostre terre a quelli che l’ignorano, specialmente ai giovani, senza caricarla di pregiudizi ed ideologie.

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